Voci per un "DIZIONARIO del PENSIERO FORTE" per COMBATTERE la BUONA BATTAGLIA…
le donne si coprono, le ragazze spariscono dai luoghi pubblici, la polizia evita di intervenire e le autorità locali negoziano con “rappresentanti della comunità” invece di far valere la legge dello Stato. (**Il buonismo che rifiuta la realtà: monsignor Eleganti e le lezioni di Ceuta**, 3.8.26, voxnews.org) Il vescovo ricorda che questo non è un incidente di percorso. È coerente con una visione religiosa che non concepisce la separazione tra fede e potere, e che storicamente ha inteso l’espansione come dovere. L’Occidente cristiano, nel Medioevo e nella prima età moderna, lo sapeva e si difendeva. Oggi sembra aver dimenticato. Eleganti parla di “sabbia mobile”: un’immagine precisa. Non c’è bisogno di eserciti. Basta la demografia, la natalità differenziale e la debolezza culturale di società che non credono più in se stesse. Mi sembra che ci fosse un capo di Stato musulmano che sosteneva alcuni decenni fa: vi conquisteremo col ventre delle nostre donne. Continuo a seguire il lucido commento di voxnews: il vescovo fa una interessante riflessione sul senso di rivalsa dei musulmani.
Attenzione, I musulmani, non hanno dimenticato Lepanto, Vienna, le Reconquista. Molti europei sì. Anzi, insegnano ai propri figli a vergognarsene. (vedi l’ideologia woke) In un contesto di decadenza morale e demografica dell’Occidente, questo senso di superiorità morale di chi si sente ancora portatore di una civiltà completa (anche quando è violenta o regressiva) diventa un carburante potente. Non è “islamofobia” dirlo. È leggere i testi, i sermoni, i social e i comportamenti. Interessante il richiamo di Eleganti al cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna. Quando nel 2000 Biffi proponeva un “approccio realisticamente differenziato” tra migranti cristiani e islamici, allora Biffi venne accusato di discriminazione. Eleganti risponde con la secchezza di chi conosce la storia della Chiesa: «Aveva assolutamente ragione. Tutti i profeti finiscono nella cisterna… Ma la storia dimostra che avevano ragione». Non è questione di odio. È questione di prioritizzazione. Accogliere chi condivide le radici culturali e religiose dell’Europa è un conto. Importare masse di persone provenienti da società che considerano l’Occidente decadente e conquistabile è un altro. Uno Stato ha tutto il diritto di scegliere chi fare entrare e chi no. Del resto, un capo del governo non può ragionare come un religioso che per missione deve accogliere tutti senza discriminazioni. E poi c’è il diritto a non emigrare e il diritto a restare sé stessi. Ceuta, lo ricorda l’intervistatore, non è un caso di guerra o di persecuzione. Il Marocco non è la Siria del 2015. I Paesi europei hanno il diritto – e il dovere – di limitare i flussi se non vogliono perdere identità e generare problemi di integrazione “di tale portata da non poterli più risolvere”. Questa è la frase che il buonismo non sopporta. Perché ammette che l’identità esiste, che non è un costrutto razzista, e che può essere diluita fino a sparire. Negare questo diritto significa accettare che l’Europa diventi gradualmente altro da sé, senza che i suoi popoli abbiano mai espresso un consenso consapevole.
L’ultima risposta di Eleganti al Giornale, è forse è quella più tagliente. C’è chi sottovaluta per ingenuità. E c’è chi, consapevolmente o meno, si allea con queste dinamiche perché condivide l’obiettivo di smantellare l’Occidente cristiano. “Non ne verrà fuori nulla di buono”, avverte. “Non è allontanandosi da Dio che si raggiungerà un paradiso migliore di quello perduto”. Qui il discorso esce dalla geopolitica e diventa teologico e culturale. Una società, che ha smesso di credere nelle proprie radici, che educa i giovani al senso di colpa permanente e che tratta ogni confine come un’ingiustizia, non è attrezzata a resistere a pressioni demografiche e culturali di questa intensità. Pertanto, il risultato non sarà un “mondo migliore” multiculturale. Sarà una coabitazione sempre più tesa, con crescenti zone di non-diritto e una progressiva perdita di coesione sociale. Il vescovo svizzero non ha detto nulla di particolarmente nuovo. Ha solo rifiutato di fingere. In un’epoca in cui molti vescovi preferiscono il linguaggio delle ONG e dei comunicati stampa, la sua voce suona fuori coro. Ed è proprio per questo che merita di essere ascoltata. Non perché sia infallibile, ma perché guarda ai fatti senza il filtro dell’ideologia. E i fatti, a Ceuta e in tante città europee, continuano a parlare più forte degli slogan.