blog di mimmobonvegna
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A CEUTA E’ INVASIONE?

Le immagini dei giovani africani che hanno superato le barriere di confine dell’enclave spagnola di Ceuta parlano da sole. Si tratta di una invasione, forse anomala, ma è sempre invasione, che nessun Stato che si rispetti può accettare. Solo la sinistra italiana sta mettendo in discussione quello che tutti abbiamo visto. Perfino le sinistre degli altri Paesi europei stanno fortemente criticando il governo di Pedro Sanchez.

Bene ha fatto la nostra presidente del Consiglio a reagire, mobilitando e coinvolgendo gli altri Paesi europei. Pertanto, è Sanchez ad essere isolato in Europa. Va dato immediatamente un segnale forte: “bloccare la narrazione secondo cui entrare illegalmente può portare a un soggiorno regolare”. Dunque, i confini vanno difesi sempre soprattutto da questo tipo di invasione. La sinistra, per giustificare le sue argomentazioni, ha perfino tirato in ballo la polemica geografica: Ceuta non è in Europa, ma in Africa. Quando si è offuscati dall’ideologia non si riesce più a ragionare. A Ceuta abbiamo visto, “la rappresentazione del totale fallimento delle politiche immigrazioniste del governo Sanchez, così apprezzate dal nostro “Campo largo”, e al tempo stesso un potente monito: la difesa delle frontiere esterne dell’Ue non è affare di un singolo Paese, le politiche irresponsabili ricadono su tutti gli altri, scrive Federico Punzi.

Tuttavia, quello che è accaduto a Ceuta non può essere liquidato come un normale episodio di immigrazione irregolare. In uno dei tanti commenti che ho letto su Facebook, c’è scritto: “Una massa umana di queste proporzioni non compare dal nulla davanti a una frontiera internazionale. Non attraversa spontaneamente, nell’arco di poche ore, territori, strade e aree di confine senza che esistano una straordinaria capacità di mobilitazione, una rete di comunicazione e condizioni che rendano possibile lo spostamento”. A questo punto è lecito porsi qualche domanda: Da dove sono arrivati? Chi li ha mobilitati? Chi ha indicato loro la strada? E soprattutto: chi ha consentito che una simile quantità di persone si concentrasse davanti a Ceuta? A queste domande non si risponde con la propaganda. Il principale punto di concentrazione è stato individuato nell’area di Fnideq, la città marocchina immediatamente adiacente a Ceuta. Da qui, migliaia di persone, peraltro tutti maschi, venti-trentenni,  si sono dirette verso la frontiera. Non siamo dunque davanti a un singolo episodio di attraversamento clandestino.

Siamo davanti a un movimento di massa. Ed è precisamente questa dimensione a rendere insufficiente qualsiasi spiegazione semplicistica. Chi li ha aiutati? È il punto più delicato dell’intera vicenda. Non esistono, allo stato delle informazioni disponibili, prove definitive che consentano di affermare che il governo marocchino abbia deliberatamente organizzato l’afflusso verso Ceuta. Ma questo non chiude la questione. La domanda non è soltanto chi abbia materialmente accompagnato quelle persone. La domanda è anche chi abbia creato, alimentato o sfruttato le condizioni necessarie affinché decine di migliaia di individui potessero convergere contemporaneamente sul confine. Certo ci sono anche le reti di trafficanti di esseri umani come possibile elemento di organizzazione e mobilitazione. Occorrerebbe capire immediatamente quali reti abbiano operato, come siano state finanziate, quali canali di comunicazione abbiano utilizzato e perché siano riuscite a muovere una quantità di persone paragonabile alla popolazione di una città italiana di medie dimensioni. Sono domande investigative, non slogan politici. E proprio per questo devono essere poste senza timidezze. Il Marocco sapeva? Questa è probabilmente la domanda politicamente più scomoda. La domanda va posta, è da irresponsabile non porla.

Perchè se qualcuno lasciasse deliberatamente crescere il fenomeno per poi utilizzarlo come strumento di pressione politica, diplomatica o territoriale, ci troveremmo di fronte a qualcosa di molto più serio di una crisi migratoria. Ci troveremmo davanti all’uso della pressione migratoria come strumento geopoliticoL’Europa non può permettersi di non sapere. Se decine di migliaia di persone possono essere mobilitate in poche ore verso un confine europeo, allora l’Europa ha un problema che va ben oltre l’immigrazione. Ha un problema di sicurezza delle frontiere. Ha un problema di intelligence. Ha un problema di cooperazione con i Paesi di transito. E, soprattutto, ha un problema di sovranità. La domanda finale, quindi, non dovrebbe essere soltanto «quanti sono arrivati?». Dovrebbe essere: «Come è stato possibile che arrivassero?»

 Torino, 3 agosto 2026      a cura di Domenico Bonvegna

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