La protesta in Val di Susa contro i cantieri dell’Alta velocità (TAV) dura da venticinque anni. Si tratta di un copione immutabile, di gruppi organizzati, che assalgono, con lanci di pietre, bombe carta, razzi, le forze dell’ordine che respingono gli attacchi. Il giorno dopo la politica si indigna, condanna, si divide sulle responsabilità e promette che “non accadrà più”. Poi accade ancora. E ancora. E ancora. “La cosa più sorprendente non sono gli assalti. La cosa più sorprendente è che continuiamo a definirli sorprendenti”, scrive Alberto Scafella (La Val di Susa, il Paese dove la sorpresa dura da venticinque anni, 28.7.26, civico20news.it)
L’intervento continua con un’ampia e interessante discussione su una possibile strategia di prevenzione degli atti criminosi dei cosiddetti manifestanti, che a mio parere possono essere ormai definiti guerriglieri, visti i loro oleati metodi di pura guerriglia, ci sono le immagini che parlano chiaro. Anche perché ormai gli organi dello Stato, dopo tanti anni di questi atti di guerriglia, dovrebbero avere una conoscenza accumulata che potrebbe essere tradotta in una capacità di prevenzione realmente strutturata. Perché quando un fenomeno si ripresenta con caratteristiche simili nel tempo, la questione non è più soltanto operativa: diventa strategica. Naturalmente, nessuno mette in discussione il valore degli operatori né la complessità del loro lavoro, che si svolge in condizioni difficili. Tuttavia, secondo Scafella, l’intelligence potrebbe, anticipare rischi e fornire elementi utili alle decisioni. Anche se, nessun servizio informativo può prevedere ogni singolo reato o neutralizzare ogni minaccia. Sarebbe una pretesa irrealistica. Ma quando uno stesso schema si ripete per un quarto di secolo, è naturale chiedersi se esistano margini per rendere la prevenzione più efficace e meno esposta alla logica dell’emergenza. Un principio classico della pianificazione strategica di tipo militare insegna che la migliore gestione del conflitto è quella che ne riduce la probabilità, intervenendo prima che le condizioni lo rendano inevitabile. Vale nei contesti militari, ma vale anche nella gestione dell’ordine pubblico: la prevenzione non elimina ogni rischio, ma può ridurre la ripetizione sistematica degli eventi critici. La politica, invece, sembra aver scelto un’altra strada. Condannare. Solidarizzare. Promettere.
Aspettare il prossimo assalto. È una liturgia perfetta. Talmente perfetta da essere diventata rassicurante. E comunque per comprendere la violenza e l’odio dei vari gruppi No Tav in Val di Susa occorre fare uno sforzo complessivo di studio, almeno partendo dagli anni Settanta, come ha fatto Marco Invernizzi (Da dove viene la violenza in Italia? 28.7.26, alleanzacattolica.org) “.Per oltre mezzo secolo si è seminato l’odio. La violenza non viene dal nulla, ma dalle ideologie della sinistra rivoluzionaria. Se non capiamo non riusciremo a guarire questa ferita. Se non viene raccontata fin dalle sue origini, questa violenza che periodicamente, ma puntualmente, riesplode e provoca danni a uomini e cose, non verrà mai compresa veramente”.
Negli Anni 70 in tutte le scuole superiori italiane veniva insegnato che la Resistenza antifascista era stata tradita perché, invece di favorire e condurre alla Rivoluzione, si era trasformata in una politica governativa fondata sulla rinuncia da parte del Pci di portare a termine la Resistenza, appunto trasformandola in una rivoluzione. L’idea della “Resistenza tradita” era tanto utopistica quanto affascinante per giovani assetati di ideali radicali e dunque predisposti ad accogliere un messaggio veramente contrario alla società borghese. La violenza veniva praticata quotidianamente nelle scuole e nelle università, ma anche nelle fabbriche, contro i fascisti (che erano tutti quelli che la pensavano diversamente, con diverse sfumature) e contro le istituzioni. Quella violenza sfociò nel terrorismo ma venne sconfitta dalla reazione dello Stato (e anche del Pci) soprattutto perché la Rivoluzione scelse l’altra strada, quella della rivoluzione antropologica attraverso la corruzione del costume e l’allontanamento dai principi morali che erano in qualche modo stati alla base della società fino ad allora. Rimasero però sacche o “zone” dove questa violenza veniva rivendicata e all’occorrenza riesumata, oltre a un modo di vivere assolutamente contrario a ogni rispetto del Decalogo. Nacquero così i centri sociali, una sorta di “zona liberata” dall’influenza del modo di vivere “normale” (una normalità sempre più lontana dal bene, ma dove il male viene praticato con una certa discrezione), dei quali si è opportunamente occupato l’amico Salvatore Calasso sulla rivista Cristianità (437/2026).
Così i giovani (e meno giovani) frequentanti queste aree di disagio sociale istituzionalizzato riemergono dal nulla periodicamente, secondo le necessità della politica praticata dalle forze progressiste che li “coprono” e li “usano”. Ogni anno viene celebrata per esempio la rivolta di Genova che 25 anni fa mise a soqquadro la città, ferì centinaia di agenti di polizia e carabinieri, provocò distruzioni di negozi, auto e quant’altro, e favorì la morte di un manifestante, Carlo Giuliani, diventato suo malgrado l’eroe che ogni anno permette a migliaia di potenziali assassini di ritrovarsi per esercitare una violenza altrimenti incomprensibile. Gli stessi violenti ogni tanto, secondo scadenze non sempre facili da ricordare, riempiono di violenza i luoghi dove dovrebbe svilupparsi la linea ferroviaria ad Alta Velocità Torino-Lione che avrebbe il compito (ma vedrà mai la luce?) di unire il nord d’Italia alla Francia.
Ma vale la pena di occuparsi di queste poche migliaia di giovani che periodicamente manifestano con estrema violenza il proprio rifiuto del sistema? Credo non vadano sottovalutati, ma presi per quello che sono. Intanto non bisogna pensare che siano soltanto dei “cretini” o dei “violenti”: sono organizzati, disposti anche a essere arrestati (tanto poi verranno velocemente liberati da magistrati compiacenti), sufficientemente protetti dalle diverse sinistre anche quando condannano le loro violenze. Non soltanto, ma sono un male che si riproduce: dalla violenza durante il G8 di Genova sono trascorsi 25 anni, una generazione, e a manifestare a Genova quest’anno c’erano molti giovanissimi che allora non erano ancora nati, così come anche nelle manifestazioni No Tav dello scorso fine settimana.
L’indulgenza della sinistra ricorda quella contro le Brigate rosse all’inizio, quando i brigatisti venivano accusati di essere fascisti e prima ancora “compagni che sbagliano”. Il giudizio invece deve essere chiaro e puntuale: sono terroristi, il loro metodo è inaccettabile e la loro ideologia è radicalmente sbagliata, ingiusta, contraria al senso comune e alla dignità dell’uomo. Bene ha fatto il card. Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, a dire pubblicamente che “non meritano nessun sforzo di comprensione, sono pura violenza terroristica (…) incompatibile con il Vangelo e con la democrazia” (La Stampa, 27 luglio).
È auspicabile che il mondo cattolico faccia seguire azioni concrete contro questa deriva terroristica, con pubbliche iniziative, di preghiera e culturali, perché le persone capiscano che l’ordine e la giustizia vanno difesi pubblicamente. Soprattutto va fatto comprendere il dovere da parte dello Stato di difendere la popolazione e di auto-difendersi, sia dai nemici interni, come in questo caso, che dai nemici esterni. La difesa è legittima e doverosa sia per i singoli sia soprattutto per gli Stati. Questo è un punto molto doloroso perché troppi cattolici sono dubbiosi. Si tratta invece di un aspetto centrale della dottrina sociale, esposto sia nel Compendio della dottrina sociale (502-507) sia nel Catechismo della Chiesa Cattolica (per esempio 2263-2266). Non si tratta soltanto del diritto di difendere la propria vita, ma anche l’ordine interno della propria patria e il diritto di quest’ultima di esistere e continuare a vivere libera da condizionamenti interni e da aggressioni di eserciti o da influenze stranieri.
Torino 31 luglio 2026
Sant’Ignazio di Loyola. a cura di Domenico Bonvegna
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