Voci per un "DIZIONARIO del PENSIERO FORTE" per COMBATTERE la BUONA BATTAGLIA…
“Coloro che sono critici verso questo provvedimento dicono che tutti devono essere integrati. Si è pronunciato così anche il cardinale Matteo Zuppi, facendo pensare che la misura governativa limiterebbe l’integrazione. Il governo risponde dicendo che l’integrazione richiede la padronanza della lingua e accogliere un numero eccessivo di stranieri che ancora non posseggono la lingua significa creare ghetti e non integrazione”. (Stefano Fontana, Stranieri in classe, si parla di integrazione ma non si sa come integrare 24.9.26 lanuovabussola) Entrambi parlano e vogliono l’integrazione, anche se sono divisi sul “come” realizzarla. Fontana, ma anche Antonio Socci, invece, chiedono “dove” vogliamo integrare, in quale contesto civile e sociale, in quale quadro di principi e valori, in quale visione della persona e della comunità. Fontana si interroga: se“si risponde: nel quadro di valori dell’Italia, in realtà non si risponde, perché la società italiana è frammentata e divisa su molti valori di principio e non è d’accordo quasi su nulla. La società italiana è per la vita o per la morte? Per la famiglia o contro la famiglia? Per l’Occidente o contro l’Occidente? Per l’Europa o contro l’Europa? Per la guerra o per la pace? Per l’individuo o per la comunità? Per l’identità o per il globalismo? Per la legge naturale o contro la legge naturale? Per la laicità o per la presenza religiosa nello spazio pubblico? Per la sussidiarietà o per il centralismo statalista?” La scuola deve integrare tutti, si dice. Sì, ma in quale contesto vanno integrati? Integrare vuol dire permettere di inserirsi e di essere riconosciuto come appartenente ad una comunità. Ma se quella comunità non sa cosa essa sia, non può nemmeno sapere i criteri per integrarsi. Allora secondo Fontana, il problema non sono coloro che sarebbero da integrare, il problema sono coloro che dovrebbero integrarli e non sanno dove integrarli. Oggi si ritiene che una visione identitaria impedisca l’integrazione, ma se non si conosce chi si è, non si sa nemmeno dove accogliere e dove integrare. Al quesito sembra rispondere Antonio Socci (Integrazione è far conoscere la nostra civiltà. A cominciare dal Cristianesimo, 25.9.26, Libero)
Certamente, la conoscenza della lingua italiana (alla base del provvedimento del governo sul numero di stranieri per classe) è il requisito primario e indispensabile. “Ma poi c’è la sostanza, cioè i contenuti da imparare: la scuola stessa. Che deve far conoscere alle nuove generazioni la nostra cultura e la nostra civiltà perché in un’identità inesistente non si integra nessuno, come ripete il card. Sarah”. E qui Socci fa riferimento al ministro Valditara quando a suo tempo, è stato attaccato già solo per aver ribadito, per i programmi di storia delle superiori, “la centralità della storia dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente”, che dovrebbe essere un’ovvietà. È lo scopo fondamentale della scuola anche per gli alunni italiani che spesso sono una pagina bianca. Se noi stessi non sappiamo chi siamo, da dove veniamo e dove abitiamo, non possiamo “accogliere” altri. Scrive Socci, senza storia, né identità, né regole non c’è casa. È la giungla. Inoltre, il ministro è stato criticato, perché, negli stessi programmi delle superiori, per letteratura, accanto ai poemi epici classici “fondamento della civiltà europea (Omero, in particolare l’Odissea e l’Eneide di Virgilio)”, il ministero ha scritto: “può essere utile anche la lettura in classe di alcune pagine della Bibbia, ‘grande codice’ di ispirazione delle letterature “. È un primo passo nella direzione giusta. Ma dobbiamo iniziare a parlare della nostra civiltà, fin dalle elementari (non solo alle superiori).
A cominciare dal cristianesimo che ne è il fondamento. A questo punto, il giornalista di Libero propone una citazione di don Lorenzo Milani, colui che il Pd considera uno dei suoi padri ispiratori (Veltroni, da segretario, adottò il suo motto “I care”): “Non dite che il Vangelo tocca ai preti. Anche levando il problema religioso, restava il libro da studiare in ogni scuola e in ogni classe. A letteratura il capitolo più lungo toccava al libro che più ha lasciato il segno, quello che ha varcato le frontiere. A geografia il capitolo più particolareggiato doveva essere la Palestina. A storia i fatti che hanno preceduto accompagnato e seguito la vita del Signore. In più occorreva una materia apposta: scorsa sull’Antico Testamento, lettura del Vangelo su una sinossi, critica del testo, questioni linguistiche e archeologiche”. Immaginate cosa succederebbe se fosse una pagina del ministro Valditara…Invece è di don Lorenzo Milani. Questa pagina è tratta dal libro “Lettera a una professoressa”, che è ritenuto la bandiera del ’68. Don Milani aggiungeva: “Da gente che dimentica il Vangelo c’è da aspettarsi qualunque cosa. Vien fatto di dubitare di tutto quello che insegnate”.
Non scrisse queste cose perché era un prete, ma perché era un grande educatore che alla scuola ha dedicato tutta la sua vita. Lui voleva educare dei cittadini consapevoli. Non bisogna essere un prete per capire la centralità del cristianesimo. Socci continua con altre citazioni, peraltro di gente che non si professa neanche credente. Per finire con le grandi personalità anticlericali come Benedetto Croce e Federico Chabod. Ma se ne potrebbero fare tante altre. Allora, “Il cristianesimo, che fece propria la cultura greco-romana, origina e comprende nella sua storia anche l’illuminismo e la laicità liberale. Tanto che convive bene con essi. Il cristianesimo dovrebbe diventare parte dei programmi scolastici come una materia” (diversa dall’ora facoltativa di religione cattolica).