Voci per un "DIZIONARIO del PENSIERO FORTE" per COMBATTERE la BUONA BATTAGLIA…
Qualche riflessione per introdurre al libro di Domenico Bonvegna. I libri, infatti, più che narrati da altri vanno letti e per tramite di essi si instaura direttamente un dialogo e una riflessione con la tematica trattata e indirettamente con il loro autore. Il disturbo dissociativo dell’identità è una grave patologia psichiatrica che consta della presenza di due o più personalità distinte in un unico soggetto. Tali personalità hanno modi di relazionarsi, caratteristiche e ricordi differenziati. Comporta amnesia, distacco dal corpo e dai processi mentali che implicano in una personalità sana una continuità logica. Non pensate che abbia sbagliato luogo perché il riferimento a tale patologia psichiatrica non è causale in quanto è tale malattia trasferita su un piano culturale e sociale, in qualche modo diventa una metafora di un paradosso che il nostro mondo sta patendo da più di duecento anni. Dalla Rivoluzione Francese in poi, infatti, la cultura dominante ha sempre di più imposto ai cristiani una dinamica dissociativa. Trasferita a livello ideologico essa s’incarna in quello che si definisce con il termine di “laicismo”, ossia la pretesa di separare totalmente la sfera di ciò che si crede dalle idee e dalle azioni da mettere in campo in ambito pubblico.
La religione quando non totalmente eliminata viene semplicemente tollerata in ambito privato. Non avrebbe dovuto avere più alcuna dimensione pubblica e quindi i credenti in quanto tali non dovrebbero contribuire con i loro principi e valori all’edificazione della società. Ciò ha avuto anche punte di estrema tragicità. Le ideologie del Novecento, diversificate solo apparentemente, infatti, hanno trovato il nemico comune nel cristianesimo e nella Chiesa Cattolica, tanto da volerli sostituire offrendo una salvezza intra-terrena che entrava in concorrenza con quanto offerto dal patrimonio di fede cristiano. Anche nei regimi democratici occidentali attuali, spesso capita che quando la Chiesa, ad esempio, interviene in campo sociale ed etico si grida all’ingerenza e quando un cattolico agisce nei vari ambiti della sfera pubblica ispirandosi coerentemente alla propria fede si dice con tono dispregiativo e giudizio squalificante magari che è un “integralista”. Nel corso del tempo, più o meno, ampie porzioni di cristiani hanno ceduto a questa mentalità. Il risultato è stato che, non avendo più a riferimento il quadro della fede nelle scelte culturali e socio-politiche, illudendosi di un cosiddetto “cattolicesimo adulto“, hanno mutuato dalle ideologie e dalle mode culturali del momento riferimenti cardine col risultato però di diventare sempre di più insignificanti. A questo proposito si potrebbe citare un lungo processo che vede il susseguirsi di cattolici liberali, cattolici socialisti, clerico-fascisti, cattocomunisti e infine oggi cattolici relativisti o nichilisti.
Se teniamo conto di questa indicazione ermeneutica, si comprende come la figura e l’insegnamento di Giovanni Paolo II (1978-2005) ci trasmettano una “eredità politica”, così come titola il volume di Mimmo Bonvegna. Ovviamente occorre precisare che per “politica” qua s’intende il suo significato etimologico e la sua definizione più nobile quale riflessione e modalità di stare assieme delle persone in vista del bene comune, ossia l’impegno comune che orbita nell’ottica del perfezionamento spirituale, morale, culturale e del benessere materiale di un popolo. Non è un caso che già il Papa Pio XI (1922-1939) definisse la politica come «la forma più alta di carità» (Discorso alla Federazione Universitaria Cattolica Italiana, 18 dicembre 1927). Giovanni Paolo II ci trasmette una eredità politica proprio perché, tra le cifre più importanti della sua vita e del suo pontificato, troviamo lo sforzo di liberare dall’ottica dissociativo-laicistica innanzitutto i cristiani che ne erano succubi, annunciando che fede e vita, fede e ragione, fede e scienza, fede e politica non sono separate ma, pur nella loro distinzione, si pongono in un circolo virtuoso perché il messaggio cristiano non è un vago sentimentalismo da tenersi rinchiuso nel proprio cuore o nel perimetro degli edifici sacri, ma anima e costruisce civiltà. In piazza San Pietro, il 22 ottobre 1978, nell’Omelia della Messa d’inizio pontificato, il Papa fece risuonare queste parole programmatiche: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!». Così come tra le frasi più emblematiche e che meglio sintetizzano una tale ottica possiamo ricordare la seguente: «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» (Discorso ai partecipanti al Congresso nazionale del Movimento ecclesiale di Impegno culturale, 16 gennaio 1982). Laddove “cultura” non vuol dire titoli di istruzione o lettura di libri o immersione in qualche biblioteca di migliaia di volumi, ma vuol significare semplicemente una mentalità, ossia la «dimora abituale dell’uomo» un modo di pensare, giudicare, vivere la propria vita, il rapporto con gli altri, la costruzione della società e quindi di comportarsi (Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso all’Università di Lovanio, 20 maggio 1985).
Con questa convinzione, Giovanni Paolo II ha dato voce ai popoli dell’Est Europa che non avevano più voce finendo in maniera incruenta per dare una spallata decisiva a beneficio dell’implosione del regime comunista sovietico e dei regimi satelliti, a partire proprio dalla sua Polonia. E ciò è diventato ancor più vero quando ha richiamato – inascoltato – l’Europa a riconoscere la propria identità nelle radici cristiane. Avere rinunciato deliberatamente a questo – affetti appunto da quella dissociazione che è il laicismo che ha quindi tra i suoi aspetti anche la deliberata amnesia storica – drasticamente ancora oggi condanna il Vecchio Continente a non trovare, tra l’altro, neanche il suo posizionamento geopolitico e anziché diventare un aiuto e una spinta nella realizzazione del bene comune, ne diventa spesso per tanti motivi un ostacolo. Il lungo pontificato di Giovanni Paolo II ci pone innanzi un magistero monumentale, un insegnamento che non scade e su cui tornare sempre sia per la lucidità che per la spinta entusiasmante che trasmette soprattutto in relazione alla nuova evangelizzazione, una volta constatata la fine della cristianità occidentale (Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso alla Chiesa italiana in occasione del III Convegno ecclesiale, 23 novembre 1995).
Si deve ripartire, allora, dall’annuncio di una fede che non si riduca a mere emozioni, per quanto buone, o ad un patina momentanea in alcuni frangenti della vita, ma che è proposta che appunto diventa mentalità con conseguenze pubbliche proprie, ossia politiche. Ancora Giovanni Paolo II afferma: «l’accettazione del Vangelo della salvezza porta benefici effetti anche nella dimensione pubblica della vita e delle società e degli individui ed è in grado di trasformare profondamente il volto di questa terra, rendendolo più umano» (Discorso ai Vescovi della Polonia in visita ad limina apostolorum, 16 gennaio 1998). Ciò non si traduce in alcuna volontà impositiva di una confessione religiosa particolare soprattutto in un contesto plurale, ma è un contributo per tutti a riconoscere la piena umanità di cui siamo portatori e che trova in Cristo un modello eminente. In particolare, proprio nella sfera pubblica i cristiani non difendono alcun privilegio di parte, ma ricordano e promuovono il diritto naturale, quella legge non scritta che anche gli antichi saggi conoscevano e che è insita nel cuore di ogni uomo. Essa a livello sociale ci aiuta ad individuare gli assi principali del buon vivere civile: la promozione del diritto alla vita sin dal concepimento alla morte naturale, la difesa della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la promozione della libertà educativa e della libertà religiosa, il richiamo ai principi di sussidiarietà, di solidarietà e di bene comune, etc. Tutto questo corredo morale, che affonda le sue radici nel retto ragionamento, nella Rivelazione e nell’esperienza storica – assieme a molto altro – è stato rilanciato proprio durante il pontificato di Giovanni Paolo II che, tra i tanti meriti, ha avuto anche quello di ricordare, promuovere e “aggiornare” la dottrina sociale della Chiesa, in particolare con tre encicliche sociali: Laborem exercens (1981), Solliciduto rei socialis 1987), e Centesimus annus (1991). Oltre questo, durante il suo pontificato è stato pubblicato il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (2004) che rappresenta, ad oggi, una sintesi di questo corpus dottrinale. La dottrina sociale della Chiesa è ormai un punto fermo per la formazione e l’azione dei cattolici in ambito pubblico, va dunque conosciuta e considerata un orientamento morale per le scelte pubbliche per evitare appunto che la presenza dei cristiani, oggi minoritaria, diventi insignificante. L’attuale pontificato ha tra i motivi principali proprio il rilancio della morale sociale. Sin dalla scelta del nome, Leone XIV ha voluto sottolineare questa dimensione della fede e la sua prima enciclica, Magnifica humanitas (2026), si inserisce nel richiamo, nella riproposizione e nell’aggiornamento della dottrina sociale della Chiesa per custodire la persona umana al tempo dell’intelligenza artificiale.
En passant, mi permetto di ricordare perché non sia tradita – visto che ora è tornata di moda e se ne sente spesso parlare un po’ a sproposito – che la dottrina sociale non è un riferimento vago al rispetto della legalità, né una esortazione ad accogliere indiscriminatamente gli immigrati, né una prospettiva ecologistica o pacifistica, né tantomeno una denuncia antimafia o una sorta di mitologia della Costituzione italiana, ma – mi piace citare Papa Francesco (2013-2025) – è il modo con cui «la nostra tradizione sociale cattolica può aiutare la famiglia umana a guarire questo mondo che soffre di gravi malattie» (Udienza generale, 5 agosto 2020) e queste gravi malattie non sono altro che le «strutture di peccato» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1869) che proteggono il male anche con le leggi positive e così promuovono il disordine mondiale. Grazie al lavoro di Mimmo Bonvegna gli adulti hanno la rinnovata occasione di ripercorrere con importanti fotogrammi storici e concettuali il loro essere stati contemporanei di una figura straordinaria quale quella di Giovanni Paolo II, che speriamo presto che la Chiesa possa proclamare con l’appellativo di “Magno” e insignirlo anche del titolo di “dottore della Chiesa”, così come per quest’ultima è stato chiesto esplicitamente dalla Conferenza episcopale polacca. Nella storia della Chiesa si alternano grandi figure di pontefici e pontificati più ordinari. È la dinamica della Chiesa che solo la Provvidenza conosce. Questa sera abbiamo cercato di dare un senso a questo ultimo tratto di storia che ci ha visto spettatori con tante emozioni che si auspica si possano trasformare in convinzioni. Ma allo stesso tempo è la nostra conversazione e il libro stesso può diventare un’occasione importante perché ci rendiamo conto che appunto vi è una “eredità” da accogliere e far fruttificare, io credo, almeno in due direzioni: una è quella della trasmissione di questa storia e di questi insegnamenti a chi per motivi anagrafici non vi ha potuto assistervi. Rendiamoci conto che Giovanni Paolo II è morto nel 2005 e per i trentenni di oggi e giù di lì, quando va bene, risulta essere semplicemente un personaggio rubricato in una storia passata. Nel 2028 ricorreranno cinquant’anni dalla sua elezione al soglio pontificio.
La nostra narrazione, allora, è fondamentale perché la ricchezza del suo insegnamento possa essere trasmessa e valorizzata anche oggi; l’altra motivazione, però, mi appare, ancora più nobile e sta tutta nel nostro impegno formativo e operativo ed è anche in qualche modo il grande pegno del pontificato wojtyłano: costruire «una società a misura d’uomo e secondo il piano di Dio» (Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Convegno ecclesiale della C.E.I., 31 ottobre 1981) In entrambi i casi, il testo di Bonvegna è prezioso perché costituisce, con il suo metodo antologico, un primo approccio chiaro e divulgativo all’uomo, al pensiero e all’insegnamento magisteriale di San Giovanni Paolo II che non rappresenta un capitolo chiuso della storia contemporanea ma – come ebbe a dire Benedetto XVI – è un patrimonio ricchissimo che non è ancora sufficientemente assimilato dalla Chiesa e per tramite di essa – aggiungo io – dal mondo.