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PER NON TRASFORMARE IL CARDINALE IN UNA ICONA IDEOLOGICA.

Ci sono state molte reazioni per commentare la scomparsa del cardinale Ruini. Non sono stati semplici giudizi su una figura ecclesiale importante, ma spesso si è trattato di considerazioni sempre più ideologiche. Certo ognuno è libero di criticare anche perché una figura pubblica può essere discussa, valutata, e anche contestata. Il problema nasce quando la critica smette di cercare la verità e diventa disprezzo. Quando prima si decide da che parte stare e solo dopo si cercano gli argomenti. Quando una vita intera viene ridotta a una casella: progressista o conservatore, aperto o chiuso, amico o nemico. La solita geometria povera delle tifoserie, applicata alla Chiesa con risultati spiritualmente discutibili”.

(Mario Proietti, Quando anche la morte diventa una tifoseria,18.6.26). Colpisce soprattutto che molto rancore venga proprio da ambienti che parlano continuamente di dialogo, inclusione, lotta all’odio e linguaggio rispettoso. Evidentemente l’odio è considerato tale solo quando viene dagli altri. Quando viene dalla propria parte, cambia nome: diventa coscienza critica, denuncia, memoria storica. Il trucco è vecchio, la confezione è moderna.
Pertanto, per non guardare la figura di Camillo Ruini in maniera ideologica, occorre fare alcune precisazioni. Ci ha pensato lo stesso Santo Padre Leone XIV nell’omelia pronunciata durante le esequie del cardinale, a sfatare certe interpretazioni frettolose.
Il Papa ha ricordato un pastore della Chiesa, “saggio e sollecito del gregge di Cristo, capace di servire con la stessa dedizione negli incarichi più umili e in quelli più gravidi di responsabilità. “C’è un passaggio particolarmente significativo. Il Papa ha ricordato il progetto culturale e “l’impegno profuso nel promuovere l’apporto del mondo cattolico nei più diversi ambiti della vita religiosa, civile e politica italiana”. È proprio il punto che molti hanno trasformato in accusa. Per alcuni Ruini sarebbe stato il simbolo di una Chiesa troppo presente, troppo visibile, troppo capace di parlare nello spazio pubblico. Il Papa, invece, ha riconosciuto che quella presenza apparteneva a un servizio ecclesiale, a un modo di intendere la responsabilità della fede nella storia”. (Mario Proietti, Il Papa, Ruini e la verità che libera, 18.6.26) Il cuore dell’omelia, non è sociologico ma spirituale. Il Papa ha collocato la vita di Ruini sotto la parola dell’apostolo Paolo: nulla potrà separarci dall’amore di Dio. Ha ricordato la preghiera semplice che lo accompagnò fin dall’infanzia, l’umiltà del suo testamento spirituale, il desiderio di operare non per interessi personali, bensì per gli obiettivi che gli erano stati affidati e che condivideva di cuore. Il riferimento più forte resta il motto episcopale: Veritas liberabit vos, la verità vi renderà liberi. Parole, significativamente, nel nostro tempo, segnato da derive relativiste e da visioni totalmente fluide della realtà e dell’uomo.

Questa è la risposta più chiara a chi ha letto Ruini solo dentro categorie ideologichescrive ProiettiIl problema non è avere simpatia o antipatia per una stagione ecclesiale. Il problema è capire se la Chiesa abbia ancora il coraggio di dire che l’uomo è fatto per la verità e per il bene. Ruini può essere discusso, come ogni figura storica. Non può essere ridotto a una caricatura senza perdere la serietà del giudizio. L’omelia del Papa ci aiuta proprio qui: sottrae Ruini alla tifoseria e lo riconsegna alla Chiesa. Lo guarda come pastore, credente, uomo di preghiera, servitore di una visione cristiana dell’uomo. Questo non elimina la possibilità della critica. La purifica. La costringe a diventare vera, proporzionata, documentata, ecclesiale. Forse è questa la lezione più urgente. Davanti a una vita conclusa, la Chiesa prega. Davanti a una figura pubblica, la Chiesa discerne. Davanti all’odio moralmente autorizzato, la Chiesa ricorda che la verità non nasce dalla fazione, nasce da Cristo. E la verità, quando è davvero tale, libera anche dal bisogno di trasformare ogni morte in una tifoseria. 

Torino, 21 giugno 2026       a cura di Domenico Bonvegna

 

 

 

 

 

 

 

 

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