Voci per un "DIZIONARIO del PENSIERO FORTE" per COMBATTERE la BUONA BATTAGLIA…
Quando il parroco ha chiesto spiegazioni, la brutale risposta “rivendichiamo il diritto di proprietà, tu sei qui da un anno, noi siamo qui da venti anni”, non sono bambini, hanno 18, 20 anni, li chiamano Maranza. “Se mai reagiamo a questo, mai riusciamo a cambiare”, ha detto il parroco, intervistato dalle televisioni locali. Subito l’amministrazione comunale, il sindaco si è premurato di dare solidarietà a don Luca, rassicurandolo che farà intervenire la polizia locale e che provvederà a sistemare il cancello divelto. Tutti sono d’accordo con lui, perché ha manifestato un disagio reale, che merita ascolto. “Il telefono del sindaco e quelli degli assessori sono sempre accesi, le porte del Comune sempre aperte. […]Vogliamo che la parrocchia continui a sedere a questo tavolo, come ha sempre fatto. Questa vicenda ci sprona a fare sempre di più e meglio, e lo faremo insieme a don Luca”. Confidiamo che il sindaco farà di tutto per migliorare la situazione, ma il problema resta. Non solo a Pordenone, ma in tante altre città italiane, sicuramente ci sono situazioni simili a quelli di don Luca. Ha fatto un interessante elenco in un post su Fb, Roberto Riccardi: “Con i maranza ci vorrebbe don Camillo. Quello col fucile. Perché a un prete hanno appena spiegato che la sua chiesa non è più sua”. È loro. E per farglielo capire meglio hanno acceso un fuoco a due passi dalla canonica. Il padrone di casa è diventato l’ospite. In casa sua. Gli aveva aperto le porte. Gliele hanno sfondate. Qui a denunciare non è un politico di destra, non è un sindaco. È un prete che ha aperto il cancello a tutti, senza chiedere a nessuno da dove venisse, chi ha il coraggio di dire che se lo è inventato? Don Luca non ha cambiato idea in un giorno, ci ha messo più di un anno. Quello di don Luca, non è un caso isolato.
È una mappa, scrive Riccardi. A Caravaggio, nella Bergamasca, il Sabato Santo hanno lanciato bastoni e un sasso contro il parroco. A Reggio Emilia un prete è stato buttato a terra e picchiato davanti alla sua chiesa. Ad Ancona un parroco ha scritto al prefetto che il sagrato è diventato zona franca, con i coltelli nascosti nei sottovasi. A Lugo, sorprese a rubare le offerte, due ragazze si sono inginocchiate fingendo di pregare. A Prata di Pordenone hanno chiuso il parco giochi dell’oratorio, a Montereale all’oratorio hanno dato fuoco. A Roma hanno accerchiato don Antonio Coluccia, il prete antispaccio che vive sotto scorta. Per un secolo l’oratorio è stato l’ultimo spazio aperto d’Italia: niente biglietto, niente tessera, nessuno che ti chiedesse chi eri. Oggi i preti comprano le telecamere. Un tempo il peggior teppista di quartiere il prete non lo toccava. Non per fede: per tabù. La tonaca era una frontiera. Quella frontiera è caduta da due lati: per il ragazzo di cultura islamica la chiesa non è mai stata sacra, mentre per il ragazzo italiano non lo è più. Due strade diverse, lo stesso punto d’arrivo: la chiesa è solo uno spazio gratis, il prete solo un adulto senza potere. Certo per i preti non è facile reagire, loro dovrebbero accogliere sempre e comunque. Come fanno a dire di no. Naturalmente, il prepotente lo fiuta. Sa che più sei buono, più tempo avrà prima che tu ti decida. Del resto, chi crede che il cristiano debba sopportare tutto ha letto il Vangelo a metà. Davanti a chi aveva occupato il Tempio, il più mite degli uomini non porse l’altra guancia: rovesciò i banchi. “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”. I maranza dicono “casa nostra”. La risposta era già scritta. Chi sono, allora, i nuovi padroni del campetto? Il maranza non è il teppista di sempre. Ha una divisa, una colonna sonora, un’idea precisa di come marcare il territorio. Non distrugge per noia, ma per piantarci la bandiera. Da soli abbassano gli occhi, in branco diventano padroni. Per loro il rispetto coincide con la paura che sanno incutere. Chi non ha un mestiere né un titolo si aggrappa a quello che ha: un muretto, un parcheggio, un campo da calcio. Per questo lo difende perfino da chi glielo ha prestato. La gentilezza la leggono come debolezza. Il prete era il bersaglio perfetto: non restituisce il colpo.
La strada è il loro palcoscenico. Il 18 settembre, a Milano, un trapper ha bloccato con decine di scooter una carreggiata della Milano-Meda per girare un video. Aveva pure il drone, per riprendere bene la coda. Nel video comparivano pistole. Erano giocattolo. È la formula del maranza: la minaccia è finta, l’intimidazione è vera. Il trapper era moldavo, gli è stato revocato il permesso e imbarcato sul primo volo. Giusto. Ma i ragazzi di Villanova su quale aereo li mettiamo? Sono di qui. Come ci siamo arrivati? Un tempo il ragazzo di periferia aveva l’oratorio, la sezione del partito, la squadra di calcio, un padre che lo andava a riprendere. Erano appartenenze che davano un nome e un limite. Sciolte quelle, è rimasto il branco. Per i figli dell’immigrazione c’è un vuoto in più: non appartengono più al Paese dei padri, non si sentono parte di questo. Il maranza è un’identità costruita contro. Don Luca dice di non conoscere le famiglie di quei giovani. Un parroco di quartiere che dopo due anni non sa di chi siano figli: basta questo a misurare il vuoto.
Torniamo a don Camillo. Tutti lo ricordano col fucile, ma tutti ricordano pure il Crocifisso che lo richiamava all’ordine. Dall’altra parte c’era Peppone: comunista, avversario feroce, che però il prete lo rispettava. Si prendevano a pugni, poi si ritrovavano in chiesa per il battesimo del figlio chiamato Libero Antonio Camillo Lenin. C’era un codice comune. Peppone litigava con don Camillo. I maranza gli spiegano che la chiesa è loro. Intanto nei salotti si discute se la parola “maranza” sia razzista. Chi li chiama “ragazzi” a vent’anni, chi ripete che “vanno integrati”, chi vede in ogni denuncia un’ondata di panico morale, vada a spiegarlo a don Luca. Davanti al cancello rotto. Don Camillo aveva il Crocifisso che lo frenava. Don Luca si è frenato da solo: niente fucile, niente bastone. Ha aperto, ha pazientato, ha denunciato. Ha fatto tutto quello che si chiede a un prete e a un cittadino. Intanto il gruppo dei maranza si sposta in un altro posto senza che nessuno li fermi.