blog di mimmobonvegna
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LA FEDE DEVE DIVENTARE CULTURA.

Credo che sia passata inosservata la catechesi di Leone XIV di mercoledì scorso, ma non è l’unica. E’ la settima catechesi dedicata alla Gaudium et Spes, sottolinea don Mario Proietti nel suo blog (Gaudium et Spes: la Fede che abita la cultura e la trasforma, 28.10.26) Leone XIV dopo averci condotti dentro la realtà del matrimonio e della famiglia, allarga lo sguardo a un altro spazio nel quale la persona cresce, pensa, interpreta il mondo e impara a esprimere ciò che porta dentro di sé: la cultura.

Per don Proietti, il Papa in queste catechesi di presentazione dell’enciclica conciliare ha seguito un preciso percorso che vede la Chiesa a svolgere la propria missione. Oggi entra nell’ambiente più ampio nel quale ciascuno riceve parole, simboli, conoscenze, tradizioni e modi di comprendere la realtà. La cultura, nella prospettiva conciliare, possiede infatti un significato molto più ampio di quello che abitualmente le attribuiamo. Non coincide semplicemente con l’istruzione o con la produzione artistica. Comprende tutto ciò attraverso cui l’uomo sviluppa le proprie capacità, conosce e trasforma il mondo, rende più umana la vita sociale, esprime le proprie esperienze spirituali e consegna alle generazioni successive un patrimonio di significati e di valori. Il Papa affronta il rapporto tra fede e cultura e ricorda anzitutto la lunga storia attraverso la quale la Chiesa ha accompagnato l’annuncio del Vangelo con l’impegno educativo. Scuole, luoghi di formazione e università sono diventati nei secoli uno degli strumenti attraverso i quali la comunità cristiana ha contribuito alla crescita umana e spirituale delle persone. Il Papa richiama in particolare il ruolo svolto dalla Chiesa nella nascita delle università medievali e nello sviluppo della civiltà occidentale, mostrando come la ricerca della conoscenza non appartenga a un territorio estraneo alla fede. Il progresso delle scienze, della filosofia e delle conoscenze sull’uomo, lo obbliga piuttosto ad approfondire ciò che crede e a diventare sempre più capace, secondo l’esortazione della Prima Lettera di Pietro, di dare ragione della speranza che porta dentro di sé. È a questo punto che Leone XIV colloca il fondamento più profondo del rapporto tra fede e cultura: l’Incarnazione.

Il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo agli uomini. Il cristianesimo nasce da questo ingresso di Dio dentro una storia concreta e continua a raggiungere persone che possiedono una lingua, una memoria, categorie di pensiero, forme artistiche, tradizioni e modi differenti di esprimere la domanda religiosa. La fede cristiana non può quindi rimanere sospesa sopra la vita dell’uomo. È chiamata a raggiungerlo dentro il mondo reale nel quale egli cresce e cerca il significato della propria esistenza. Pertanto, Leone XIV riprende una celebre espressione di san Giovanni Paolo II: «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Karol Wojtyla non intendeva trasformare il cristianesimo in una particolare civiltà. Giovanni Paolo II spiegava nello stesso discorso che la fede non si identifica con nessuna cultura e proprio per questo è capace di ispirarle e fecondarle. La questione riguarda piuttosto la profondità con cui il Vangelo viene accolto nella vita. Una fede che rimane confinata alla pratica religiosa, senza raggiungere il modo di pensare, di giudicare, di educare, di lavorare, di creare e di vivere le relazioni rischia di rimanere estranea a una parte considerevole dell’esistenza.

Torna qui, ciò che Leone XIV aveva richiamato nella quinta catechesi parlando della distanza tra fede professata e vita quotidiana. Oggi quella stessa domanda raggiunge il mondo della cultura: ciò che crediamo è realmente diventato anche un criterio attraverso cui comprendiamo l’uomo e la realtà? La Gaudium et Spes ricorda che la Chiesa, inviata agli uomini di ogni tempo e di ogni luogo, non è indissolubilmente vincolata a una razza, a una nazione, a una particolare forma di vita o a una consuetudine antica o recente. Nel corso dei secoli si è servita di culture differenti per annunciare e approfondire il messaggio di Cristo e per esprimerlo nella vita della comunità cristiana. Certo, la fede ha profondamente segnato la civiltà europea e occidentale, contribuendo alla formazione della filosofia, dell’arte, della letteratura, del diritto e della stessa concezione della dignità della persona. Riconoscere questa storia appartiene alla verità della nostra memoria. Tuttavia, l’universalità del Vangelo permette nello stesso tempo di comprendere che nessuna forma culturale può esaurire la ricchezza di Cristo. Per questo la Chiesa può entrare in comunione con culture differenti e riconoscere ciò che in ciascuna di esse esprime autenticamente il vero, il bene e il bello. Attenzione, scrive Proietti, il Concilio sottolinea che il Vangelo non attraversa le culture lasciandole semplicemente come le ha trovate. Gaudium et Spes afferma che esso rinnova la vita e la cultura dell’uomo, combatte gli errori che derivano dal peccato, purifica ed eleva la moralità dei popoli e, con la ricchezza soprannaturale, ne fortifica e restaura in Cristo le qualità spirituali.

Pertanto, l’incontro tra fede e cultura richiede dunque discernimento. Ogni cultura custodisce autentici beni umani e porta anche le tracce della fragilità che accompagna tutta la storia. La Chiesa entra nelle culture per comprenderle dall’interno, apprenderne i linguaggi e riconoscerne le autentiche aspirazioni, mentre il Vangelo conserva la propria capacità di illuminare, purificare e condurre a compimento ciò che incontra. Anche se la cultura, da parte sua, possiede una legittima autonomia. Una autonomia che rimane ordinata alla dignità integrale della persona, al bene della comunità e alla ricerca della verità. Pertanto, autonomia non significa indifferenza morale. Dunque, Leone XIV insiste sul diritto alla cultura, affinché vengano superate quelle condizioni che impediscono l’accesso all’istruzione e che quanti possiedono le capacità per gli studi superiori siano realmente messi nella condizione di potervi accedere. Leone XIV introduce poi un tema che, a distanza di sessant’anni dal Concilio, appare forse ancora più urgente: l’unità del sapere. Occorre, ricondurre le conoscenze a una visione unitaria. Oggi, disponiamo di una quantità di informazioni che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare e abbiamo strumenti capaci di elaborarle con una rapidità crescente. Questa abbondanza rende ancora più necessaria una sapienza capace di interrogarsi sul significato delle conoscenze, sulla loro relazione con il bene della persona e sulla direzione verso cui orientare ciò che siamo capaci di fare. L’unità del sapere alla quale richiama Leone XIV non consiste nel confondere le discipline o nel subordinare la ricerca scientifica alla teologia. I cristiani, in particolare, sono chiamati continuamente ad approfondire la propria fede. Una persona può raggiungere un’elevata preparazione professionale, scientifica o culturale continuando a possedere della fede una conoscenza rimasta sostanzialmente quella ricevuta negli anni dell’iniziazione cristiana. Con il passare del tempo, quella sproporzione può rendere sempre più difficile l’incontro interiore tra ciò che si conosce e ciò che si crede.

La maturazione della persona domanda quindi anche una maturazione dell’intelligenza della fede. Poi c’è un invito ai teologi, a collaborare con coloro che eccellono nelle altre discipline, a conoscere le domande del proprio tempo e a cercare modi sempre più adatti per comunicare la dottrina cristiana, senza perdere la specificità del metodo teologico e la profondità della verità rivelata. A questo proposito la Gaudium et Spes formula una distinzione che rimane fondamentale: altro è il deposito della fede, altro è il modo attraverso il quale le sue verità vengono espresse, purché ne rimangano custoditi il significato e il senso profondo. È una distinzione che permette di comprendere correttamente il rapporto tra Tradizione e cultura. Il Vangelo può essere annunciato con nuovi linguaggi perché uomini appartenenti a epoche e culture differenti possano realmente comprenderlo. La verità ricevuta dalla Rivelazione non viene invece prodotta dalle culture alle quali viene annunciata. Esse possono aiutare la Chiesa ad approfondirne la comprensione e a esprimerla con maggiore ricchezza, mentre il deposito affidato alla Chiesa conserva la propria identità. Leone XIV aveva affermato parlando della missione della Chiesa nel mondo contemporaneo, che l’incontro con il proprio tempo richiede un animo libero dalle mode culturali e che il cristianesimo non diventa più attraente quando se ne annacquano i contenuti. Oggi mostra l’altra parte della stessa responsabilità: la fedeltà al Vangelo chiede anche di conoscere gli uomini ai quali esso viene annunciato e di comprendere i linguaggi nei quali formulano le loro domande. Certo capire il modo di pensare degli uomini del proprio tempo non significa essere assimilati al proprio tempo.

È la condizione perché l’annuncio possa raggiungere persone reali dentro una storia reale. La sintesi tra fede e cultura alla quale Leone XIV ci invita nasce allora da una fede realmente accolta e pensata, capace di abitare il proprio tempo senza estraniarsene e di attraversarne i linguaggi senza smarrire la propria sorgente. Quando questo accade, la cultura non diventa un rivestimento aggiunto al cristianesimo e la fede non rimane una presenza marginale dentro la vita dell’uomo: il Vangelo raggiunge la persona nel luogo stesso in cui essa cerca la verità e la conduce, attraverso tutto ciò che di autenticamente umana porta con sé, verso la pienezza che trova in Cristo.

Torino, 30 ottobre 2026

S. Gerardo                                         DOMENICO BONVEGNA

                                                         dbonvegna1@gmail.com

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