Raramente spendo un intervento per un personaggio sportivo, ma questa volta devo fare un’eccezione per il mitico e bandiera dell’Inter, Sandro Mazzola. Mazzola richiama la mia fanciullezza, gli anni 1964-65, agli anni 1970-75 della giovinezza.
Come molti bambini di allora sognavo di diventare qualcuno nel calcio, sono cresciuto evocando questo nome. In tanti volevamo imitare i suoi “dribbling stretti“, le sue “serpentine“. Quando giocavo gli amici mi chiamavano “Mazzola”, un nome che faceva scattare in me una certa emozione. Ricordo le figurine Panini: Mazzola con lo scudetto e la stella con la maglia dell’Inter, con la coppa dei campioni e quella intercontinentale tra le sue mani.
Ricordo a memoria, quasi una filastrocca, la formazione della mitica Inter del mago Herrera: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso. Ho impresse nella memoria le mitiche partite di Coppa Campioni viste alla tv: le tante sfide con il Real Madrid; la finale di Vienna nel 1964 con 2 gol e poi le semifinali, quel fantastico gol in Vasas-Inter al Nepstadion di Budapest; La rimonta a S. Siro di Inter-Liverpool; la finale sempre a san Siro con il Benfica nel 1965, sotto una fitta pioggia. Sono arrivato in tempo a vederlo giocare frequentando San Siro.
Mazzola ha scritto la storia dell’Inter, ma anche quella del calcio italiano. Sempre in neroazzurro, Sandro Mazzola “è stato la storia dell’Inter: ci è entrato da ragazzino e non ci è più uscito”. Dal “fardello pesante sulle spalle” del ricordo eterno del padre Valentino perso nella strage di Superga. All’epoca Sandro aveva poco più di sei anni.
Ma il calcio era nel destino della famiglia Mazzola. “Aveva un solo, ultimo, desiderio – ricorda l’Inter -: ‘Essere ricordato come un bravo uomo, che se la gioca anche quando è impossibile vincere, come in quel 9-1’. Storie che finiscono e allo stesso tempo rimarranno eterne perché Sandro è stato protagonista di pagine di vita e di calcio che non potranno mai essere dimenticate da chi tifa Inter ma anche da chi ama il calcio e basta. Nato a Torino e figlio del grandissimo campione Valentino, ne ha ereditato talento, classe e personalità, ottenendo già da giovanissimo il riconoscimento di gente come Puskas e Boniperti che con il padre avevano giocato. Nella sua splendida e lunga carriera Mazzola è stato un simbolo dell’Inter e in nerazzurro ha giocato per 17 anni tra il 1960 e il 1977, iniziando da centravanti velocissimo e agile e passando poi a centrocampo, soprattutto come mezzala di punta, grazie alla sua tecnica.
Ha collezionato nelle varie competizioni 565 presenze e 158 gol vincendo 4 Scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali. Nella nazionale ha giocato 70 partite con 22 reti all’attivo (ancora oggi undicesimo in assoluto anche se non era attaccante puro), ha vinto gli Europei 1968 giocando pure la finale ed è stato secondo ai mondiali di Mexico 70 mentre nel 1974 fu il migliore dei nostri. Del resto, anche nella vita privata è stato una brava persona, un padre di famiglia, con una moglie e quattro figli. Peraltro, quasi tutti i calciatori di un tempo avevano una famiglia tradizionale con un matrimonio cristiano e spesso con un comportamento morale molto lontano da quello che hanno i nostri “beniamini” di oggi. Tra i diversi commenti che sono riuscito a leggere, uno piu’ di tutti mi ha colpito, quello di un tifoso milanista. Eccolo: “Aveva detto di voler essere ricordato come “un brav’uomo, uno che se la gioca anche quando è impossibile vincere”. È una frase bellissima, perché dentro c’è molto più del calcio. C’è un modo di stare al mondo. E forse è proprio questo che resta, alla fine. Non soltanto i gol, le coppe, le maglie, i derby. Resta l’uomo. Ciao Sandro. Oggi, perfino un milanista può sentire un po’ di nerazzurro nel cuore”.