Voci per un "DIZIONARIO del PENSIERO FORTE" per COMBATTERE la BUONA BATTAGLIA…
Se oggi scopri che tuo figlio adolescente è diventato una specie di anarchico, che non conosce regole, probabilmente era così da piccolo, perché è stato educato così. Durante il Sessantotto circolava il motto: “Vietato vietare”, ispirato al mito di Rousseau. Sostanzialmente l’idea di fondo era che l’individuo bisognava lasciarlo libero di svilupparsi, per diventare l’uomo nuovo. Di conseguenza le regole sia familiari che sociale dovevano essere abolite, perché erano considerati ostacoli. Polledri fa l’esempio dell’esperimento di Stalin che ha deportato 6.000 prigionieri sull’isola di Nazino con l’idea che gli esseri umani potessero autoregolarsi e collaborare spontaneamente. In soli tre mesi, scomparvero 4.000 persone e si verificarono atrocità inenarrabili. Risultato: il fallimento dell’esperimento del cosiddetto buon selvaggio. Pertanto, ricorda Polledri, anche oggi “si tende a ridurre al minimo le regole e il genitore diventa amico pronto a comprendere e proteggere il figlio da chiunque voglia “reprimerlo”, siano essi insegnanti, datori di lavoro, allenatori o amici”. Questo comportamento è dovuto perché noi adulti, abbiamo paura di innescare reazioni, conflitti nei nostri ragazzi. E’ un grosso errore. “L’assenza di regole viene percepita dagli adolescenti come disinteresse. I ragazzi hanno bisogno dei ‘no’ per capire che ci interessiamo a loro […]”. Inoltre, per i bambini i “no”, sono ancora più importanti, sono indispensabili per la crescita. “Come pensiamo possano esercitare da adolescenti l’autocontrollo e non passare alle mani – o peggio – di fronte alla frustrazione, se non li alleniamo all’autocontrollo da bambino?”, si domanda Polledri. Per il filosofo Gustave Thibon, la libertà è “non fare ciò che si vuole, ma voler ciò che si deve”. Dunque, occorre imparare a gestire i conflitti tra genitori e figli. Occorre imparare ad affrontare le divergenze con rispetto ed apertura. Serve una comunicazione non violenta. Osservare ciò che accade senza giudicare, senza accusare, riconoscere i bisogni di tutti e a formulare richieste chiare e rispettose. Solo un esempio: invece di dire:” Sei sempre maleducato”. Si può semplicemente far osservare: “ho notato che hai sbattuto la porta”. A questo punto il professore offre qualche proposta tipo “Restituire radici”.
Visto che viviamo in un’epoca di sradicamento dei legami con la famiglia, con la terra, la comunità e con la memoria collettiva. Tutto questo rende molto fragile e manipolabile. Per contrastare questa tendenza è necessario secondo Polledri che le istituzioni, le famiglie si impegnino a restituire radici, offrendo ai giovani punti di riferimento solidi e un senso di appartenenza reale. Le istituzioni potrebbero promuovere progetti scolastici dove gli studenti scoprono la storia locale, delle tradizioni e delle storie di famiglia. “Restituire radici significa aiutare i giovani a sentirsi parte di una storia più grande, a riconoscere il valore della memoria e della comunità, a trovare nella famiglia e nelle istituzioni quei punti fermi che li rendono liberi e capaci di scegliere”. Tra le alternative finali Polledri propone di combattere le varie dipendenze a cominciare dal telefonino, della marijuana, della cocaina. Infine, valorizzare il compito delle donne. Il ruolo delle mamme, in particolare quelle straniere. Aiutarle a partecipare alla vita sociale. Per educare i figli al rispetto delle regole e delle donne, vanno coinvolte le madri nel percorso educativo.