LE DOMANDE PIU’ FREQUENTI SULLA CHIESA E SUL MONDO.

Don Piero Gheddo il missionario più conosciuto della Chiesa, risponde a 80 domande tra le più “domandate”, significative sulla Chiesa e sul mondo… Don Piero, che ho conosciuto, era un prete “politicamente scorretto”, perchè diceva delle VERITA’ che certo mondo cattolico non voleva sentire…Leggere per credere…

Il libro che sto presentando potrebbe essere utilizzato da tutti i cattolici che intendono prendere sul serio l’invito che tutti i PAPI, almeno gli ultimi tre, san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, papa Francesco, hanno fatto per la NUOVA EVANGELIZZAZIONE…Cioè per essere missionari….Si tratta di un libretto scritto in maniera facile, che tutti possono leggere…di soli 228 pagine. L’autore è don Piero Gheddo, Ottanta fiducia, edito da San Paolo, (2010); in questo libro ci sono le FAQ (Frequently Asked Questions): le “domande più domandate”. Quelle domande che più spesso la gente rivolge a padre Gheddo nel corso dei suoi numerosi e affollati incontri pubblici.

Il libro di Gheddo fatto di domande e risposte potrebbe essere un ottimo strumento da utilizzare per commentarlo in radio, sui giornali. Le domande nel libro riguardano spesso il terzo mondo, la missione, la Chiesa, la fede, la società, la politica.

Don Piero con i suoi numerosi libri e migliaia di articoli è il missionario più conosciuto della Chiesa. La sua voce, non ha temuto la polemica, – scrive Roberto Beretta nella prefazione – quando in gioco ci fossero la verità delle sue testimonianze e le storture applicate dall’ideologia all’opera della Chiesa: vedi le battaglie quasi solitarie (e oggi riconosciute profetiche) condotte da Gheddo ai tempi della guerra del Vietnam, sul genocidio cambogiano, sulle molte dittature militari africane.

Spesso don Piero è dipinto anche dai suoi confratelli come un mastino severo, un moralista, niente di tutto questo, è piuttosto un don “Pierino”, gentile, sorridente, non esiste alcuno schema astratto alla base del continuo lavoro documentativo di questo missionario-scrittore, nessun partito preso.

Ha diretto per oltre quarant’anni la rivista del Pime (Pontificio istituto missioni estere), Mondo e Missione, ma soprattutto ha fatto numerosi viaggi per il mondo, nei luoghi più sperduti di missione dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina.

Il testo di don Piero si suddivide in 8 capitoli, nel 1° ci sono le domande più frequenti che si fanno intorno alla Politica. Di una certa attualità è la 3 quella sul voto ai politici che sono regolarmente divorziati. E come non pensare alla recente querelle del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che sta rischiando di divorziare per la 2 volta da sua moglie. Bisogna votarli lo stesso questi politici? Si chiede Gheddo. Della loro vita privata risponderanno non a me cittadino, ma a Dio. A me, come cattolico che vota, interessa la loro coerenza rispetto al programma che presentano alle elezioni. Se promettono di difendere la famiglia com’è secondo la Costituzione Italiana; di aiutare le famiglie per i figli, gli asili, i buoni scuola; di sostenere le donne affinché non abortiscano; di essere contrari ai cosiddetti diritti delle coppie di fatto e al “matrimonio” fra omosessuali: io decido di fidarmi, salvo poi verifica del loro operato concreto.

 Il divorzio è una piaga che sta distruggendo la famiglia e il concetto stesso di matrimonio. Oggi prevale l’ideologia libertaria radicale, la “dittatura del desiderio”: si privilegia i diritti individuali che diventano un assoluto, senza alcuna considerazione per i diritti dei  figli e della società. Anche la crescita sottozero demografica dell’Italia è da attribuire in parte alla diminuzione dei matrimoni.

LE IDEOLOGIE SONO FINITE?

Tra le tre domande più frequenti, c’è questa: Oggi le ideologie non ci sono più è un male o un bene? Si parla di fine delle ideologie dal crollo del Muro di Berlino e dei regimi di socialismo reale (comunisti). Non credo che le ideologie siano finite, scrive don Piero, l’uomo e i gruppi umani hanno sempre bisogno di ispirarsi a principi non solo materiali, ma ideali. 

Crollata l’ideologia comunista, sono nate e rafforzate altre: ecologista, radicale, femminista, terzomondista, animalista etc. Certamente non si rimpiangono le ideologie che abbiamo conosciuto nel secolo scorso (fascismo, nazismo, comunismo). L’unico ideale che ci è rimasto è quello di una vita secondo l’esempio lasciato da Gesù, “uomo per gli altri”, è l’unica ricchezza che ci è rimasta, capace di costruire un mondo migliore per tutti.
 Come mai gli ideali di uguaglianza hanno creato spesso le peggiori dittature della storia? Il comunismo era nato indubbiamente con grandi ideali, talvolta condivisi dai cattolici. Ma fin dall’inizio era posto su basi filosofiche e antropologiche che un cristiano non può assolutamente condividere (a partire dall’ateismo militante) e chi pensava che si potesse essere ‘cattolici comunisti’ ha sperimentato di essersi illuso.  Comunque qualsiasi ideologia finisce con lo snaturare l’uomo perché non tiene conto della natura umana così come Dio l’ha creata.

Tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio e alla legge umana, ma poi crescono diversi a secondo dell’intelligenza, della volontà, della capacità, dell’educazione, della salute, dell’eredità, della fortuna nella vita e via dicendo. Per Gheddo però l’uguaglianza alla nascita non significa che poi tutti crescano allo stesso modo. Inoltre pensare che si possa costruire una società in cui gli uomini siano tutti eguali (senza ricchi e poveri), significa non tener conto del fattore libertà di cui Dio ci ha gratificati. Più avanti padre Gheddo scrive è giusto pretendere che tutti gli uomini abbiano le stesse possibilità di fronte alla vita: scuola, assistenza sanitaria, lavoro…Tuttavia la società non sarà mai di eguali, perché ciascuno ha ricevuto da Dio doni diversi ed è libero di impiegarli o no. Le disuguaglianze sociali, in una società libera, sono inevitabili. Ecco perché il cristianesimo attraverso la formazione alla carità e alle virtù cristiane, realizza quella solidarietà con i poveri e i meno fortunati. Le ideologie vogliono imporre per legge la carità, trascinando poi i Paesi governati verso la recessione economica e la miseria generalizzata del popolo. Le ideologie essendo senza Dio e contro natura portano i popoli alla rovina, come ha fatto il comunismo in tutti i Paesi dove si è incistato. Ultima domanda: Perché la Chiesa guarda con più favore a destra che a sinistra? Padre Gheddo risponde a questa delicata domanda con molta chiarezza: la Chiesa prende atto del fatto che, per vari motivi storici, oggi il centro-destra è meno distante dalla dottrina sociale della Chiesa di quanto non siano, in genere, i vari partiti di centro-sinistra. Padre Gheddo fa riferimento alle numerose condanne del socialismo e del comunismo da parte della Chiesa, fino alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II, dove si ferma a lungo sul fallimento del progetto marxista e afferma: “L’errore fondamentale del socialismo è di carattere antropologico”. Al contrario la Chiesa nei riguardi del liberalismo, del capitalismo e del libero mercato è cambiato in senso positivo, scrive Gheddo.

 COME PUO’ USCIRE DALLA CRISI POLITICA IL NOSTRO PAESE.

Prendo in esame l’ultima domanda del capitolo dedicato alla Politica: Quale potrebbe essere il rimedio alla nostra decadenza come popolo e come nazione. Una domanda attuale per la crisi economica che sta coinvolgendo il nostro Paese. Il missionario forte della sua esperienza di aver visitato e studiato più di ottanta Paesi risponde che la crisi che dovrebbe preoccupare maggiormente il nostro paese è quella culturalemoralereligiosa che lo porta a raggiungere uno stato di decadenza.

Il popolo italiano, sta attraversando un periodo storico, simile a quello del tardo impero romano. I segnali di questa decadenza sono molti, mancanza di fiducia in particolare nella politica, nelle istituzioni. Ma forse la vera crisi bisogna individuarla nella mancanza di ideali, di certezze, di valori…

“Per rianimare il nostro popolo – scrive Piero Gheddo – bisogna ridargli quegli ideali che hanno infiammato l’italietta povera e distrutta dalla guerra e dalla dittatura della seconda metà degli anni Quaranta e Cinquanta (…) Sessant’anni fa, il punto di partenza era la guerra, la dittatura, la povertà estrema in cui si viveva. Oggi dovrebbe essere lo sfacelo delle famiglie, la fragilità dei giovani, la miseria morale e la mancanza di speranza e di ideali, la perdita di senso della nostra identità nazionale di fronte all’invasione di popoli, culture, lingue e religioni diverse dalla nostra che la globalizzazione ci porta in casa”.

 A fronte di tutto questo bisogna aggiungere, la crescita zero della nostra popolazione che sta sempre più invecchiando, la criminalità in aumento anche a causa dell’immigrazione clandestina. Nel 2004 per la festa della Donna, l’allora presidente della Repubblica Azeglio Ciampi, scriveva nel suo messaggio inaugurale: “Il problema numero uno della società italiana sono le culle vuote”.

 Il mese scorso dopo aver accompagnato all’alba mia figlia a Linate, ritornando a casa (erano le ore 7 del mattino) con la metropolitana, sono rimasto colpito dai viaggiatori, la quasi totalità erano stranieri, italiano c’ero io e forse qualche altro. Questo potrebbe essere un fotogramma della nostra società di oggi che dovrebbe far riflettere la nostra politica odierna.

 Il politologo Ernesto Galli della Loggia scrive: “L’inerzia italiana non è nella sostanza economica. E’ piuttosto nel venir meno di un’energia interiore, il perdersi del senso e delle ragioni del nostro stare insieme come Paese, delle speranze che dovrebbero tenere legato il primo alle seconde. E’ un lento ripiegarsi su noi stessi, un’incertezza che ci ha fatto deporre progressivamente ogni ambizione, ogni progetto. E’ l’invecchiamento di una popolazione che da anni non cresce – scrive Della Loggia – la consapevolezza che da anni siamo fermi, non costruiamo nulla d’importante, così come non risolviamo nessuno dei problemi che ci affliggono”.

 L’Italia così combinata ha bisogno di una scossa. Ma che tipo, quale meta dovremmo raggiungere.

 “Perché non si accende un dibattito serio, a livello culturale e politicosu questo scenario si chiede don Piero Gheddo. “La rinascita di un popolo parte dall’interno, dallo spirito, dalla forza degli ideali che questo popolo condivide. Pensare che la crisi dell’Italia venga da cause esterne (petrolio, Europa, Cina) porta fuori strada”.

 Sarà controcorrente sostenerlo ma il problema di fondo del popolo italiano è quello di ritrovare le proprie radici cristiane, che sono alla base della nostra identità e grandezza nazionale.

 Aggiungo perché questi argomenti non vengono proposti nelle scuole e soprattutto nelle università, perché chi auspica una ripresa dell’Italia non indica e non da risposte spirituali all’evidente declino morale e psicologico dei giovani d’oggi?

 

 

DOBBIAMO AVERE PAURA DEGLI IMMIGRATI?

Nel 2° capitolo, La Società, padre Gheddo si chiede se dobbiamo avere paura degli immigrati, ovviamente no. Perché abbiamo bisogno degli immigrati e che essi saranno sempre più indispensabili finchè continuerà la tendenza dei giovani italiani a fare pochi figli.

Padre Gheddo è convinto che se non avessimo circa tre milioni di terzomondialila società italiana letteralmente non potrebbe vivere: non avremmo più badanti per i nostri anziani, le colf nelle case, il pane fresco al mattino, i manovali nelle costruzioni e nelle riparazioni delle strade, etc.

Quindi è nostro dovere accogliere gli immigrati, trattarli bene e soprattutto fare in modo che si integrano. E così porta l’esempio di santa Francesca Cabrini, che molto ha fatto per gli italiani immigrati negli Stati Uniti. Però padre Gheddo è convinto che lo Stato, i governi, le forze dell’ordine, debbano anche controllare e contingentare le entrate degli stranieri in Italia, respingere gli illegali, punire e rimandare a casa chi commette reati.

Comunque sia non bisogna avere paura degli immigrati, così si crea un muro tra loro e noi. Subito dopo però padre Gheddo non si sottrae alla domanda sugli immigrati di religione islamica. Bisogna limitare le entrate di immigrati islamici? Il flusso improvviso e massiccio di immigrati islamici che si é verificato negli ultimi quindici anninon poteva avere che conseguenze nefaste, per noi e per loro: crea divisioni, sospetti, opposizioni, rancori di popolo. Troppo distanti le due culture e religioni, troppo opposte le mentalità di fondo. A questo punto il missionario del Pime cita il cardinale Giacomo Biffi, che tanto scalpore avevano suscitato le sue parole di alcuni anni fa.

Che cosa aveva detto Biffi: gli islamici vengono da noi decisi a restare estranei alla nostra umanità…ben decisi a rimanere sostanzialmente diversi, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro. Quindi consigliava agli uomini di governo di preferire immigrati cattolici o almeno cristiani, alle quali l’inserimento risulta enormemente agevolato.

 Naturalmente il discorso non riguarda gli uomini di Chiesa, ma i governi occidentali che devono fare bene i conti con questa specie di invasione. Per don Piero mettere un limite numerico all’immigrazione islamica e accettare liberamente quella cristiana, non deve essere considerato un fattore discriminante. Io parlerei piuttosto di doverosa difesa del popolo italiano e dell’identità italiana.

 Inoltre padre Gheddo sottolinea la diversità delle popolazioni islamiche, gli unici che in questi anni hanno dimostrato di obbedire a leggi diverse da quelli vigenti da noi (basta ricordare la poligamia e l’identificazione tra politica e religione)...E’ provato che molto spesso nelle moschee e scuole coraniche, non solo nei Paesi islamici ma anche in Europa, si predica l’odio verso l’Occidente cristiano, ritenuto responsabile della decadenza dell’Islam, e di conseguenza si esorta ad onorare i ‘martiri’ dell’Islam che muoiono compiendo atti di terrorismo.

 In conclusione don Piero auspica un’evoluzione positiva dell’Islam, com’è avvenuto per il Cristianesimo e la Chiesa. Ma ci vuole tempo; i cambi culturali avvengono nei secoli. Per il momento siamo costretti a difenderci dal pericolo islamico che mira a conquistare l’Occidente attraverso la pressione demografica e l’unità dei popoli islamici contro il nemico comune che è l’Occidente cristiano (il “grande satana”, come diceva Khomeini, sono gli Stati Uniti).

E’ giusto togliere i crocifissi o l’ora di religione a scuola?

A pagina 46 del libro Ho 80 Tanta fiducia, padre Piero Gheddo, risponde alle domande con un no secco, è doveroso ed è giusto che nelle aule dei tribunali, negli ospedali, nelle scuole e in tutti gli edifici pubblici, il crocifisso ci deve essere. Perché è il simbolo della religione maggioritaria, della nostra storia italiana e dell’Occidente cristiano a cui apparteniamo.  

Padre Gheddo sottolinea che il crocifisso non è solo un simbolo religioso, ma il simbolo delle virtù dell’Europa, l’espressione più alta della nostra civiltà, che ha dato al mondo i principi massimi su cui si fonda la Carta dei Diritti dell’uomo dell’Onu.

 Recentemente ho recensito il volume Come la Chiesa Cattolica ha costruito la civiltà occidentale di Thomas Woods, un giovane storico americano, che puntualmente ribadisce questi concetti. E’ dall’Europa cristiana che scaturisce il valore di ogni persona umana, la parità dei diritti fra uomo e donna, il valore della democrazia, della giustizia sociale, il principio dell’amore e del perdono. Perché mai dovremmo vergognarci della croce di Cristo? Si chiede don Piero.

 Spesso a scuola si toglie il crocifisso o non si fa il presepio per rispetto dei bambini che non sono cristiani, sono idee assurde, sarebbe come togliere dai musei italiani tutti i dipinti di soggetto sacro; dell’arte italiana rimarrebbe ben poco! E di questi giorni la notizia di una delibera comunale di Lugo di Romagna che proibisce di porre simboli religiosi sulle lapidi del camposanto. Padre Gheddo nel libro riporta un fatto di una scuola media in Veneto, che ha invitato il parroco per celebrare una messa, il parroco si rifiuta, per un presunto rispetto verso alcuni ragazzi di altra religione.  Nonostante che il Consiglio di istituto ha accertato che tutti i genitori vogliono la messa, il parroco è irremovibile. Alla fine la scuola è costretta ad invitare un altro sacerdote. A tanto può giungere, anche in un prete, la schiavitù del “politicamente corretto”.

Che cosa farebbe dell’insegnamento della religione a scuola: lo abolirebbe? Lo trasformerebbe in ora di cultura religiosa? Don Piero risponde che lascerebbe un’ora di religione cattolica per gli studenti che vogliono partecipare, ma che sia una vera ora di cristianesimo, che spiega cosa ha fatto e detto Cristo e cosa dice oggi la Chiesa, che lo incarna nella cultura e nei costumi del nostro tempo.

 

Spesso nelle ore di religione si parla di tutto tranne che del Vangelo, gli insegnanti di religione debbono essere convinti di dover dare informazioni sul cristianesimo e un’educazione a giudicare i fatti della vita secondo il Vangelo e la millenaria tradizione ed esperienza cristiana. Per il missionario. È giusto che la religione cattolica, in Italia, goda di un trattamento di preferenza, essendo gli italiani in gran parte cattolici battezzati e se scelgono l’ora di religione è per approfondire la fede ricevuta nel battesimo; e poi anche perché in questa fede si radica la cultura italiana, cioè arte, letteratura, architettura, costumi di vita, moralità privata e pubblica, feste popolari, santuari e pellegrinaggi.

 

 Quindi niente cultura religiosa obbligatoria per tutti. Del resto la religione per un giovane deve essere soprattutto l’ispirazione ideale per impostare la propria vita. Non può ridursi a un semplice “tema culturale”. Quanto agli alunni di altre religioni è giusto che ci sia una scuola che insegni la loro fede a chi vuole partecipare. A condizione che quanto si dice nelle lezioni non sia contrario alla Costituzione italiana e alla carta dei Diritti dell’Uomo dell’Onu e qui Gheddo fa riferimento esplicito agli insegnanti islamici nelle moschee e nelle scuole coraniche che più che insegnare le preghiere e le norme morali del Corano, troppo spesso si incita all’odio verso l’Occidente.

E’ giusto imporre per legge le regole della morale cattolica

 Viviamo in una società multiculturale e multi religiosa e molti sostengono che non è giusto imporre per legge le regole della morale cattolica. Lei che ne pensa? Nessuno vuole imporre la morale cattolica per legge. Risponde il missionario. Lo Stato pensa al bene pubblico, cioè del popolo italiano, e la morale cattolica è predicata dalla Chiesa e liberamente osservata.

Il cosiddetto “Stato etico”, cioè lo Stato che si preoccupa di far osservare la morale cattolica, non lo vuole nessuno, perché il “peccato” non sempre coincide con il “crimine”. Ricorderete la polemica che aveva sollevato l’onorevole Gianfranco Fini, qualche mese fa, al 1°congresso nazionale del Pdl, quando è uscito con la “sparata” gratuita contro lo “Stato etico”, naturalmente il presidente della Camera si riferiva ai cattolici.

 Ma quando il peccato coincide con il crimine contro altre persone, allora è giusto che lo Stato intervenga a proibire e a punire. Così uno Stato che condanna l’omicidio non vuole certo imporre i dieci comandamenti, ma applica una norma di morale naturale che tutti sentono necessaria per il rispetto di ogni vita umana.

 Una legge che condanna i pedofili e la pornografia non vuole “la morale cattolica”ma una norma che appartiene alla morale naturale e al buon senso comune.

 Forse la questione più lacerante nel nostro vivere comune è quella dell’aborto, su cui ci sono abbastanza dibattiti accesi. Per la Chiesa Cattolica, l’aborto è un omicidio, cioè uccisione di una vita umana; non si capisce perché – scrive padre Gheddo – se è un delitto uccidere un bambino che da una settimana è uscito alla luce, mentre non si ritiene condannabile penalmente uccidere quello stesso bambino nel seno della madre qualche mese prima. Ecco fare una legge contro l’aborto non significa “imporre la morale cattolica”, ma semplicemente condannare l’omicidio di un essere umano, che avrebbe diritto ad essere allevato per diventare un uomo e una donna. La stessa cosa per la questione dei Dico o Pacs; non fare una legge per riconoscere le coppie di fatto o quelle omosessuali, non significa imporre niente a nessuno, ma rispettare l’etica naturale. Quindi quando Rosy Bindi, sulla questione Dico, rispondendo al cardinale Ruini diceva che lei era ministro anche dei bestemmiatori, stava confondendo la sua funzione.

 In questi giorni ho ricevuto una mail di un amico, che rispondendo ad un mio articolo ribadiva il solito refrain che il legislatore “neutro” deve tenere conto non solo dei credenti ma anche degli atei etc e mi ricordava che Cristo mandò i suoi discepoli nel mondo per convincere con l’esempio e non con la guerra…Si finisce sempre a parlare di crociate.

 Certo il problema dell’aborto è complesso, ormai viene usato come strumento per limitare le nascite, se invece le donne fossero aiutate a generare il figlio e poi ad allevarlo, magari dandolo in affido, la grande maggioranza delle mamme non penserebbe di abortire. Infine a quelli che evocano le società multiculturali o multi religiose, don Piero risponde che sono tutte clamorosamente fallite, come in Inghilterra, Olanda, Francia, Belgio. L’Italia si può definire un Paese multiculturale? E poi che significa società multiculturale? Che tutte le culture hanno diritto di vivere ed essere praticate? D’accordo, risponde Gheddo; ma se una cultura, pratica la poligamia, l’infibulazione femminile, la superiorità dell’uomo rispetto alla donna nei problemi familiari (divorzio, eredità), la proibizione di convertirsi ad un’altra religione, cosa si deve fare? Rispettare la cultura o chiedere e ottenere che tutte le culture rispettino la Costituzione Italiana e la Carta dei Diritti dell’Uomo?

 Marcello Pera nel suo ultimo libro edito da Mondadori, Perché dobbiamo dirci cristiani, è più categorico quando affronta il tema del multiculturalismo: Se una comunità di cannibali si trasferisce a Roma, il sindaco non ha il dovere di riconoscergli il diritto al pasto (e ancor meno di procurarglielo). E si chiede se si deve censurare quella cultura (dei cannibali) perché confligge con i diritti fondamentali, anche se essa è la condizione dell’identità di quell’individuo?

L’ideologia femminista ha aiutato la donna?

Che cosa pensa del femminismo padre Gheddo? Condivide le battaglie femministe?

 Una società guidata maggiormente dalle donne, sarebbe più umana. Quando nel 1968, emerse la questione femminista, con le donne che si mobilitavano per ottenere pari dignità con l’uomo, mi piaceva, anche perché ricordavo gli effetti negativi del‘maschilismo’ scrive Gheddo. In seguito però ho modificato il mio parere quando ho capito che le femministe non volevano solo avere pari dignità, ma anche essere come gli uomini, ignorando la diversa natura dei due sessi. La società che va contro le leggi di natura è destinata sempre ad essere disumana.

La decadenza di una società incomincia sempre dalla decadenza della famiglia; mi permetto di aggiungere dalla decadenza della donna. E’ venuto meno il modello di famiglia unita, per mille motivi, ma soprattutto a causa del femminismo esasperato. In passato c’erano certamente coppie sofferenti perché non andavano d’accordo e dovevano sacrificarsi per non rompere l’unità familiare ad ogni costo (…) Certo la donna era spesso quella che doveva subire, sopportare, avere pazienza, sacrificarsi per mantenere la famiglia unità. Ci sono casi in cui è il marito a pazientare. Oggi la situazione è molto peggiore – per don Piero – nella società italiana si sta distruggendo la famiglia e il concetto stesso di matrimonio. Soprattutto tra le donne giovani si è affermata un’ideologia femminista che annulla le ricchezze rispettive dei due sessi, per una ‘parità’ che snatura la donna e finisce per confondere e deresponsabilizzare l’uomo.

 Insomma quando la donna tenta di diventare “uoma”, come ha scritto una rivista femminista, va fuori strada e dissesta il matrimonio, la famiglia, i figli. Il modello di donna oggi presentato dai mass media, dove si esalta la libertà sessuale e le più svariate “esperienze”, crea gravi danni alla stabilità della famiglia e riduce il senso del matrimonio.

 Tirando le somme oggi dopo quarant’anni dall’emergere del femminismo, che doveva “liberare” la donna dall’oppressione maschilista, le donne stesse si stanno accorgendo che il modello culturale corrente nega la femminilità e danneggia prima le donne, poi la famiglia, i figli e tutta la società.

 In pratica il modello di donna che per affermare se stessa imita il peggio dell’uomo, è una solenne buggeratura per le donne stesse, le rende meno donne.

E’ vero che i giovani d’oggi hanno pochi ideali?

All’interno del capitolo 3 dedicato alla Famiglia, a pagina 76 il padre missionario affronta il tema dei giovani, e alla domanda se oggi i giovani hanno pochi ideali, risponde secco: non mi pare sia vero. Sì i giovani oggi come in passato hanno grandi sogni e anche ideali. Se spesso gli adolescenti perdono il loro stato di grazia e si ripiegano su se stessi, diventando cinici, svogliati, indifferenti a tutto, molta colpa è di noi adulti.

Padre Gheddo fa parlare Ernesto Olivero, padre di tre figli, con lui ha portato in Somalia gli aiuti della missione Onu; Olivero, è fondatore e direttore del Serming (Servizio missionario giovani) di Torino, una “cittadella della pace” e dell’aiuto ai più poveri e sbandati, qui si rimane stupiti di tutto il lavoro che hanno fatto volontariamente tanti giovani ricuperati da vite in vario modo sbalestrate. Ernesto dice (è una lunga citazione ma ne vale la pena): La crisi dei giovani non esiste, siamo in crisi noi adultiIl problema di oggi è quello delle guide spirituali e dei testimoni. I preti sono anzitutto maestri di vita, guide, testimoni di santità, non altro. Io sono una guida laica, ma la prima cosa per me è portare la gente alla confessione, alla preghiera, ai sacramenti. Perché sono questi le ricchezze che abbiamo, questi i fondamenti della nostra vita cristiana. Invece ho l’idea che non pochi preti fanno altro, non fanno i preti”.

 I giovani di oggi non trovano più i modelli adeguati a cui ispirarsi, imitare. Anche nelle comunità religiose, a parte le eccezioni, non è che diano esempio di vita evangelica: c’è molta stanchezza e vita abitudinaria. I giovani vogliono consacrarsi in modo serio. Vogliono assumere il rischio di una vita donata, non giocare. Oggi ai giovani  – continua Ernesto Olivero – nessuno più dà grandi ideali, quindi si chiede troppo poco. Se io do solo un ideale di giustizia, di eguaglianza, di solidarietà, finisce che faccio azioni sindacali di protesta. Se invece trasmetto l’amore, la passione per Cristo, questo è un ideale infinito che mi chiede tutto per Dio e per i fratelli.

 Oggi con tutti i difetti che i giovani possono avere non si accontentano più di un cristianesimo formalistico. Delusi dalle testimonianze spesso negative che vedono nella Chiesa e nella loro famiglia, con una debole formazione alla fede e alla preghiera personale, travolti dalle distrazioni dei molteplici mezzi di evasione, molti sono smarriti e insoddisfatti oppure si adagiano in una pratica religiosa fatta di mediocrità e compromessi. Se non trovano forti richiami al Vangelo nelle vite degli adulti che incontrano, la loro pratica religiosa, quando c’è, diventa più legata all’abitudine che alla convinzione. Su questa base – conclude Olivero – non si fa un prete e nemmeno un buon padre di famiglia.

La riflessione del direttore del Sermig vale per tutti noi adulti, padri, madri, che spesso abbiamo difficoltà ad essere testimoni credibili a cominciare con i nostri figli.

Capita che i giovani interrogano gli adulti, i professori. E’ successo anche con gli studenti del liceo Spedalieri di Catania che di fronte allo sfascio della società odierna, qualche anno fa hanno scritto una lettera ai loro professori, si sentivano soffocati dal nullaabbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare il senso del vivere e del morire, qualcuno che non censuri la nostra domanda di felicità e di verità. Ancora più sorprendente la risposta dei docenti: ciascuno cerchi da solo le ‘risposte adeguate al proprio percorso’”. Ecco quegli adulti professori non hanno saputo o voluto ascoltare quei giovani.

 Senza voler enfatizzare i nostri giovani cercano qualcosa, chiedono “aiuto” come i liceali dello Spedalieri. E noi sappiamo rispondere alle loro attese? Sappiamo ascoltarli, dare testimonianza di correttezza e di legalità?

Padre Gheddo sottoscrive tutte le parole di Olivero, ed è convinto che la “nuova evangelizzazione” dell’Italia sarà opera principalmente dei laici, non tanto perché non ci sono ottimi preti, ma perché i sacerdoti oggi così pochi nella società sono ormai impegnati nel ministero pastorale in senso stretto. Molti saranno gli spazi lasciati ai laici. Una volta c’era l’Azione Cattolica che era definita “una scuola di santità”, oggi si può contare anche su numerosi movimenti e associazioni laicali  di forte richiamo spirituale come i Focalarini, Cl, Neo-Catecumenali, Carismatici, Opus Dei, Sant’Egidio, Cursillos etc.

 

I PAESI POVERI PER USCIRE DALLA POVERTA’ HANNO BISOGNO DI CREARE RICCHEZZA E NON RICEVERE ELEMOSINE

Il G8 ha preso misure economiche in favore dei Paesi poveri in particolare per l’Africa, lodevole sforzo, come in altre occasioni, ma questo non basta, anzi può aggravare la situazione di povertà per le popolazioni di questi Paesi. Lo sostengono padre Piero Gheddo e Magdi Cristiano Allam, in due articoli, il primo su Il Corriere della Sera, il secondo su Libero. Sono decenni che si commettono gli stessi errori, all’Africa non servono i soldi, bisogna realizzare lì qualcosa.

“Auspico una nuova cultura etica – scrive Magdi Allam – che faccia perno sulla valorizzazione della dignità della persona investendo sulla sua emancipazione educativa, sociale, economica e politica, perseguendo genuinamente il traguardo del bene comune e dell’interesse generale, affinché il nostro aiuto serva al prossimo per non dover mai più chiedere aiuto”. (Magdi Cristiano Allam, L’Elemosina aiuta noi però fa male all’Africa, 12.7.09 Libero).

 

 Dello stesso avviso è padre Piero Gheddo; la cosa principale per l’Africa è la scuola, insegnare le tecniche per produrre più grano e riso. Noi ricchi non abbiamo ancora capito come aiutare gli africani a diventare autosufficienti, almeno nel cibo che consumano e nelle altre necessità primarie”. (Piero Gheddo, L’Africa e l’incomprensione dei ricchi, 13.7.09 Il Corriere della Sera). “Che il problema dello sviluppo del Terzo mondo – scrive Allam – non sia una questione di denaro emerge bene dallo studio fatto da Dambisa Moyo, originaria dello Zambia, economista, consulente della banca Mondiale e dello Goldman Sachs, autrice del best-seller “Dead Aid”, titolo che irride dell’evento benefico mondiale patrocinato dal cantante terzomondista Bob Geldoff. Ebbene Moyo ci dice che negli ultimi 40 anni il Primo Mondo ha donato ben 300 milioni di dollari soltanto all’Africa eppure la crescita economica del continente africano è stata appena dello 0’2% all’anno in media nello stesso periodo”.

 Gli aiuti economici sono un disastro perché spesso vanno nelle mani di governi corrotti com’è successo per decenni con Yasser Arafat, dopo la sua morte si scoprì che aveva depositato in un proprio conto corrente presso una banca svizzera 5 miliardi di dollari stornati dai generosi aiuti allo sviluppo concessi dall’UE alla popolazione palestinese che al 70% vive al di sotto della soglia della povertà.

 Il 6° capitolo dedicato ai I Poveri, si apprende che fu negli anni 60 che l’Onu e il mondo ricco “scoprirono” la fame nel mondo, allora l’imperativo era mandare molti aiuti economici, aumentare il commercio e fornire tecnologie e macchine ai Paesi in via di sviluppo. Poi si è visto che se un popolo non è preparato a riceverli, soldi, macchine, tecnologie, commerci non producono sviluppo, anzi producono corruzione, debito estero e una classe dirigente che requisisce gli aiuti e i prestiti. Poi negli anni 70 emerge un’altra ricetta per sollevare i Paesi poveri, quella della rivoluzione socialista e anti-colonialista, i modelli erano la Cina di Mao, il Vietnam di Ho Chi Minh, Cuba di Castro, Che Guevara e le guerre di liberazione. Ma questa ricetta fu un disastro, il caso più eclatante, è stato il genocidio del popolo cambogiano, da parte dei comunisti, “duri e puri” di Pol Pot.

 Soltanto negli anni 80 si è incominciato a discutere della necessità dell’educazione, intesa non solo come scuola e alfabetizzazione, ma come formazione a quei valori che hanno la loro radice nel Vangelo e hanno creato lo sviluppo dell’Occidente, cioè  il valore assoluto della persona umana, della libertà, l’uguaglianza di tutti gli uomini e le donne etc. Il testo di questa svolta storica è stato il discorso di Giovanni Paolo II all’Unesco a Parigi il 4 giugno 1980 su “Cultura e Sviluppo”.

 Padre Gheddo è convinto dalla sua lunga esperienza di missionario che il più grande contributo che i missionari possono dare allo sviluppo dei popoli africani non sono gli aiuti economici, le scuole,, gli ospedali (tutte cose indispensabili)ma la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo. Lo sviluppo è un fatto non solo tecnico ed economico, ma parte anzitutto dalla cultura, dall’istruzione: è opera dell’uomo e non dei soldi, parte dall’uomo e non dalle macchine, nasce in un popolo attraverso l’educazione, la quale però è un processo lungo, paziente, che non si fa con interventi d’emergenza, ma vivendo assieme a un popolo.

 

 Una leggenda che passa sui giornali è quella che la povertà dei poveri è “colpa” dei ricchi, padre Gheddo smonta questa favola, i ricchi del mondo hanno tante responsabilità e colpe, ma non quella di essere stati la radice della povertà dei popoli poveri. E’ falso scrivere sui libri che, prima dell’incontro con la colonizzazione occidentale, i popoli africani o gli indios amazzonici, vivevano una vita naturale, felice, pacifica, solidale. E’ la visione dell’illuminismo, che non ammetteva il peccato originale: l’uomo nasce buono, la società lo rende cattivo. Ma è una visione ideologica del tutto contraria alla realtà storica. Del resto basta leggere quello che hanno scritto i primi missionari venuti a contatto con i popoli prima dell’intervento coloniale, era una vita disumana, poco al di sopra di quella degli animali.

 I No Global sostengono che noi siamo ricchi perchè loro sono poveri. Non si aiutano i poveri raccontando bugie. Padre Gheddo sostiene che prima bisogna produrre e poi consumare: si consuma se si produce e nei Paesi poveri non si produce abbastanza per mantenere il ritmo di crescita della popolazione.

 Un’altra leggenda dei cosiddetti “catastrofisti” è quella che c’è la fame perché ci sono troppi uomini. Non è vero, scrive Gheddo, la prova è il Giappone, che ha la densità umana più alta del mondo, 342 abitanti per chilometro quadrato (l’Italia 194), è coltivabile solo il 19% del territorio, un clima infelice eppure è autosufficiente.

 Per finire; la fame non deriva dai troppi uomini e donne, ma dal fatto che non sono istruiti, educati a produrre di più, oltre al livello della pura sussistenzaLa distanza fra Paesi ricchi e Paesi poveri non è una questione economica, ma culturale e politica.

È possibile creare sviluppo nei Paesi poveri e come?

 E’ possibile aiutare i Paesi poveri e come. Sicuramente, in Africa attraverso i missionari si può fare molto. Indro Montanelli, scriveva: “Per soccorre quei popoli disgraziati un mezzo ci sarebbe. Dare la gestione dei miliardi di ‘aiuti’ ai missionari(…)quelli che da anni e decenni vivono laggiù. Peones tra i peones, sfidando la lebbra e colera e tutto il resto, combattendo la fame non con la distribuzione di farina, ma insegnando alla gente –nella sua lingua – come si coltiva il grano, come si scavano i pozzi e i canali, condividendone giorno dopo giorno rischi e privazioni”.

 Allora lo sviluppo di questi Paesi poveri dovrebbe partire dall’interno, sia pure con l’aiuto esterno. In media, nell’Africa nera, gli analfabeti maschi sono ancora il 50% (delle donne è meglio non parlarne nemmeno), com’è possibile lo sviluppo economico-sociale? Ecco perché bisogna partire dall’educazione, la formazione dell’uomo.

 Come si fa a creare sviluppo sul posto? Si chiede padre Gheddo a pagina 150 e porta l’esempio della produzione di riso a Vercelli circa il 75-80 quintali di riso all’ettaro, mentre in Africa in media se ne producono 5. Le vacche della pianura padana producono 25-28 litri di latte al giorno, gli eserciti di vacche africane non producono che 1 litro o 2. Per padre Gheddo non è colpa dei contadini o allevatori, ma della mancanza di strumenti di lavoro, irrigazione, concimi, sementi selezionati, erba da pascolo, assistenza veterinaria. Ma chi va a portare tutto questo nell’Africa dei villaggi, di cui i governanti e gli ‘intellettuali’ delle città quasi sempre si disinteressano?

 La stessa cosa si può dire del settore industriale. Le capitali africane sono spesso cimiteri di macchine e fabbriche che non funzionano o funzionano al 30-40% delle potenzialità. E non per mancanza di voglia di lavorare, ma per insufficiente educazione alla produttività moderna. Inoltre, molti giovani africani che sono andati a studiare in Europa o in America difficilmente ritornano in Africa. Chi è disposto ad aiutare e mettersi al servizio di questi popoli stando lì alcuni anni?

 

 Il dramma dell’Africa: con le immense risorse a disposizione gli africani non riescono a produrre ricchezze, cibo e beni materiali. Non per mancanza di intelligenza o voglia di lavorare, come spesso si é tentati di pensare, ma perché nessuno ha mai insegnato al contadino analfabeta africano a passare dalla zappa all’aratro, dal trasporto sulla testa al traino animale, dal fare sacrifici agli spiriti perché piova all’irrigazione artificiale. In pratica una certa Africa rurale ignora ancora la ruota e l’uso del concime animale.

PERCHE’ GLI ITALIANI FANNO MENO FIGLI.

Perché gli italiani fanno pochi figli? Perché in Italia domina una certa cultura di morte, lo ha scritto oggi su Libero anche Cristiano Magdi Allam. Tante potrebbero essere le risposte. Gheddo ne segnala una per tutte: oggi i giovani vivono in un clima di pessimismo e di aridità nei rapporti umani, in una continua litania di lamenti, proteste e scioperi, con giornali e televisioni pieni di delitti, processi, rapine: come possono concepire il futuro in senso positivo, se tutto quel che circonda va in senso negativo?

Una sfiducia nel futuro iniziata guarda caso negli anni Settanta, proprio dopo il mitico 68. La crisi demografica, è coincisa con la diminuzione dell’appartenenza cristiana. Un dato per riflettere tutti.

 Certo i figli diventano “problemi” quando la casa è piccola, il mutuo, il lavoro precario, lo stipendio insufficiente. Ma la radice dell’avere pochi figli non è questa. – scrive padre Gheddo – Il popolo italiano non solo è scontento e pessimista: è sbandato, senza ideali. Non sa più a chi credere e in che cosa credere.

 Perché la Chiesa è così severa con i peccati sessuali? La Chiesa di fronte al peccato, a tutti i peccati, non è severa o tollerante, cerca di insegnare e giudicare secondo il Vangelo. Padre Gheddo sostiene che noi cristiani a priori siamo portati a giudicare il sesso in senso negativo. Ma la sessualità non è affatto negativa, anzi è un dono positivo di Dio, a patto che sia usato bene. Per capire il sesso bisogna partire dai principi di base. La vita è un dono senza il quale nessuna persona esisterebbe. La trasmissione della vita a nuove creature è e dovrebbe essere al centro dell’interesse di ogni società, di ogni popolo o nazione.

 Ogni società onora e regola con leggi il matrimonio, per assicurare e custodire la sua stessa continuità e l’armonia della vita nazionale. Per padre Gheddo queste sono certezze e orientamenti che si trovano ovunque nel mondo, in ogni cultura e religione.

 Purtroppo oggi il mondo moderno desacralizza e banalizza tutto, a partire dal sesso, che troviamo in mille riviste, televisione, internet, film e spettacoli vari. Stiamo distruggendo il mistero del sesso, voluto dal Creatore. Mi fanno pena i giovani d’oggi che a quattordici anni o sedici anni sanno già tutto, hanno visto tutto, provato tutto. D’altronde che idea può farsi un adolescente del matrimonio, quando aumentano le unioni libere e senza impegni, e non pochi matrimoni falliscono? L’unione tra uomo e donna ha perso molta dell’attrattiva che aveva, quando si conservava gelosamente, nella cultura corrente, il mistero dell’amore.

 Il futuro che stiamo preparando è disumano. Meno male che in Italia c’è ancora un’agenzia educativa del popolo che parla chiaro e condanna quello che è peccato, cioè va contro la volontà di Dio, ma è anche dannoso per la società civile. Più aumenta la corruzione sessuale, più la famiglia peggiora.

E’ un bene la diminuzione dei preti in Italia?

 Il 4 capitolo del testo di padre Piero Gheddo è dedicato alla Chiesa, tra le diverse domande ne ho scelto alcune, la prima:la diminuzione numerica dei sacerdoti, non dipende dal fatto che per diventare preti occorre essere celibi?”

Padre Gheddo risponde che innanzitutto la diminuzione dei sacerdoti è un grave danno per l’Italia. Da tutti i punti di vista, anche da quello sociale, assistenziale, educativo.

Un esempio: le comunità di ricupero per ex tossicodipendenti in Italia sono più di mille, delle quali 930 fondate e gestite da preti o suore. E gli oratori che sono 6.600, frequentati stabilmente da almeno da un milione e mezzo di ragazzi, tre contando quelli che ci vanno ogni tanto.

Nel 2003 il Parlamento italiano ha riconosciuto, con una specifica “Legge sugli oratori”, il loro “ruolo insostituibile per nostro Paese” nonché la loro “funzione sociale”, naturalmente con la diminuzione dei sacerdoti e delle suore, queste attività vengono meno. Certo non possono essere rimpiazzati dalle discoteche, “oratori in negativo”, luoghi per rovinare la nostra gioventù.

 Più avanti analizzando l’impegno dei laici nella Chiesa padre Gheddo critica una certa pastorale che si dedicava esclusivamente ad assistere le “pecorelle” rimaste nel recinto della Chiesa. Avevamo in Italia, ma anche in Spagna il 96 % dei battezzati, più o meno praticanti, ci si illudeva, scrive padre Gheddo di raggiungere con le nostre iniziative pastorali la maggioranza della popolazione e no era vero. Così in pratica si è trasmesso la fede solo alle singole persone che venivano in Chiesa. Non abbiamo evangelizzato la società, che si è sempre più allontanata dalla Chiesa, dalla fede e dalla vita cristiana. Così oggi abbiamo ancora molti cristiani che credono e in qualche modo pregano, frequentano i santuari, si ritengono credenti. Ma la società non è più cristiana.

 Per padre Gheddo la Chiesa ha trascurato gli strumenti educativi e formativi della vita sociale e delle mode culturali, soprattutto i mass media, le scuole, le università, la cultura popolare. Il prete protagonista quasi unico della missione oggi non tiene più. Il vescovo e il sacerdote non possono programmare tutto nel campo immenso della “nuova evangelizzazione”. Oggi in una società globalizzata la sfida è di evangelizzare la cultura e i soggetti educativi che formano le persone: scuola, università, mass media, politica, leggi, economia, tecnologia, scienze, medicina, mode culturali, l’Onu e i suoi organismi e via dicendo (i famosi “moderni areopaghi” di cui parlava Giovanni Paolo II).

 I movimenti ecclesiali per padre Gheddo sono positivi, anche se ancora nella Chiesa non sono pienamente accettati, il nuovo infastidisce, disturba i nostri schemi mentali. La parrocchia non basta! I moderni movimenti ecclesiali, portano alla Chiesa una rivoluzione positiva, perché animano i laici, li rendono forti nella fede e nell’amore alla Chiesa e al Papa, li fanno vivere in gruppi e comunità e danno loro uno spirito missionario.

La donna e le suore di clausura, i santi e la coerenza nella Chiesa.

Concludendo il capitolo sulla Chiesa il libro di padre Gheddo, tratta il ruolo delle donne all’interno della Chiesa. Da tempo si discute di ordinare donne-sacerdote, non è ora di cambiare? Padre Gheddo risponde con un fatto: il Vangelo non ne parla e – se fosse stato nei suoi piani – Gesù avrebbe potuto invitare anche Maria all’ultima Cena e ordinarla sacerdote, come qualcuna delle ottime pie donne che lo seguivano. Il Signore aveva fatto tanti gesti rivoluzionari nella sua vita, dimostrando stima, affetto, considerazione per la donna: poteva fare benissimo anche questo. Non l’ha fatto e ciò, per chi ha fede, è decisivo.

Ma Padre Gheddo è convinto che occorre dare più importanza alle donne nella Chiesa, sottolinea la diversità e la complementarietà dell’uomo e della donna con pari dignità umana e cristiana. Anche se le mode culturali di oggi spingono verso una società “bisex”, non solo per i vestiti e gli ornamenti, ma anche per i ruoli, interscambiabili fra uomo e donna, la Chiesa, “esperta di umanità” è contro queste tendenze.

Guai se nella Chiesa non ci fossero le donne, e non solo per spolverare i banchi, conclude don Piero. La donna infatti, come custode del mistero della vita e perno attorno a cui ruota la famiglia, ha un ruolo fondamentale nella formazione cristiana delle nuove generazioni. Comunque, l’umanità, ma anche la Chiesa, se dessero più spazio alle donne, il mondo (e la Chiesa) andrebbero meglio, sarebbero più umane, più rispettose dell’uomo e dei suoi diritti, più orientati alla comprensione del diverso, più volti all’amore dei piccoli e degli ultimi, più accoglienti e materni. Del resto scrive don Piero i grandi santi hanno sempre avuto a fianco grandi donne.

 I cristiani per padre Gheddo dovrebbe essere come le suore di clausura e i missionari, si tratta di due punti estremi che indicano la profondità e l’universalità, la cattolicità della vita cristiana. Tutti dovremmo essere un po’ come le suore di clausura(cioè amanti del silenzio, della preghiera, della riflessione) e aperti a tutto il mondo come i missionari, non chiuderci mai nel nostro piccolo buco: tutto quel che succede ai miei fratelli e sorelle in tutto il mondo mi deve interessare e deve provocarmi.

 Uno dei problemi grossi della Chiesa è comunicare, don Piero fa parlare, il suo amico giornalista Giorgio Torelli: il prete dovrebbe sostanzialmente incarnare il Vangelo nella vita di oggi, comunicare la sua esperienza della fede e della vita cristiana, raccontare come si è innamorato di Gesù Cristo, com’è felice una vita vissuta con fede, invece le omelie dei preti oggi sono astruse, rimangono campati in aria. In quei dieci minuti, di omelia la domenica il prete parla a persone che vengono per sentire una parola di esortazione, di consolazione, d’incoraggiamento per vivere la loro fede in un mondo che certo non favorisce la vita e la famiglia cristiana.

Tutti parlano bene del Vangelo, ma poi lo addomesticano ai loro comodi. Solo i santi prendono sul serio le parole di Gesù. Per quanta buona volontà ci mettiamo per imitare Gesù Cristo, rimaniamo sempre spiazzati dai nostri limiti, difetti, peccati. Ci pentiamo, proponiamo, poi magari, ricadiamo nello stesso peccato o sbaglio. La vita cristiana è un continuo ricominciare da capo con buona volontà, umiltà, preghiera. Questa è la ‘giovinezza’ del cristiano: non sentirsi mai arrivato, ma ogni giorno riprendere il cammino con rinnovato entusiasmo, speranza e fiducia nella potenza di Dio.

 Ma don Piero precisa, non immaginate che i santi sono persone perfettissime, quasi impeccabili. E’ un’immagine errata. Oggi la Chiesa vuole presentare i santi nella loro dimensione umana, di uomini peccatori come tutti, che hanno però vissuto il Vangelo in modo eroico, quindi hanno saputo, con l’aiuto di Dio, dominare le loro passioni e istinti cattivi, ma rimanendo con i loro limiti e difetti umani. A tal proposito anche Giovanni Cantoni, reggente nazionale dell’agenzia cattolica Alleanza Cattolica, sostiene questa tesi, in passato la Chiesa ha sbagliato a presentare i santi come se fossero nati con l’aureola, invece occorre presentarli in tutta la loro umanità, soprattutto evidenziando come hanno fatto a superare tutte le bassezze, egoismi, passioni per poi diventare santi.

E’ giusto che i musulmani costruiscono moschee in Italia? Una religione vale l’altra

Anche se nei Paesi islamici non lasciano costruire chiese cristiane, per padre Gheddo è giusto che i musulmani possono costruire moschee, ma ad alcune condizioni: anzitutto, i Comuni e Regioni non finanzino la costruzione delle moschee e di centri culturali islamici. Come avviene a Colle Val d’Elsa(Siena), abbondantemente finanziata dal Comune, dalla regione e da una banca locale, una moschea troppo grande per i 2000 musulmani, di cui solo il 2-3 % che la frequenta. I progetti vanno controllati. Gli islamici intendono costruire megamoschee per attirare i non musulmani, specie i poveri. Secondo Magdi Allam ogni cinque giorni viene inaugurata una nuova moschea nel nostro Paese. Il governo dovrebbe controllare strettamente cosa si dice nelle moschee e scuole coraniche, avvisando gli imam italiani che possono essere registrati e che, se fanno discorsi favorevoli al terrorismo, verranno allontanati dal territorio italiano. Scrive don Piero, ovunque nel mondo (anche in Francia, in Inghilterra e in Germania) ho sentito che gli imam fanno discorsi pesantemente orientati in senso anti-occidentale e anti-cristiano.

Agli occhi dei musulmani il nostro Occidente è una civiltà ricca, democratica, tecnicizzata, ma vuota di ideali perché ha abbandonato Dio. I fedeli musulmani hanno il compito storico di ricondurre i cristiani a Dio, con la fede islamica, l’unità della comunità e soprattutto con la forza della crescita demografica. E’ questa mentalità che unisce gli islamici e che genera giovani potenziali terroristi.

Anche in Italia i musulmani sono indottrinati da tale ideologia, che naturalmente fra gente povera e poco istruita ha forte presa. In altri Paesi si è visto che i terroristi sono in gran parte musulmani con piena cittadinanza europea perché nati e cresciuti in Occidente. Pertanto per Gheddo occorre monitorare moschee, centri culturali islamici, giornali e testi religiosi diffusi fra i musulmani. A maggior ragione quando si verificano gravi episodi come quelli della caserma di piazzale Perrucchetti di Milano.

Quando un gruppo di fedeli musulmani chiede di costruire una moschea, non si comprende perché nessun governo italiano chieda a questi fedeli di premere presso le proprie ambasciate affinchè i loro governi si comportino come noi. Ad oggi non esiste nessuna reciprocità di trattamento in nessun Paese islamico, nemmeno in quelli più democratici. Prima di dare il permesso di una moschea dovremmo “costringere” i musulmani in Italia almeno a desiderarla un poco, a prendere coscienza della palese ingiustizia di cui anch’essi sono in parte responsabili.

Rispondendo al quesito se tutte le religioni sono uguali, don Piero risponde che le religioni hanno molto, ma gli manca Cristo. L’attività missionaria ad gentes della Chiesa, ovvero l’annuncio del Vangelo alle genti che non sono cristiane, ha appunto questo scopo: annunciare e testimoniare Cristo ai popoli che già credono in Dio, ma ancora non lo conoscono, e fondare presso tutti i popoli e tutte le culture la Chiesa…

Sono tantissime le differenze tra cristianesimo e islam. La radice di tutte è che all’islam manca Cristo. Gesù Cristo è venuto a rivelare la dignità di ogni uomo, quindi i diritti dell’uomo anche di fare il male, perché l’amore di Dio non s’impone con la forza, mentre la Sharia è fondata su una triplice disuguaglianza: tra musulmano e no, tra uomo e donna, tra libero e schiavo. E’ stato il Cristianesimo ad abbattere le barriere del razzismo e del sessismo. Per il cristiano la vera fede non s’impone con la spada. Nell’Islam fin dall’inizio la fede si diffonde anche con la conquista militare dei popoli, convertiti con la forza delle armi. Anche se all’interno del cristianesimo abbiamo non pochi esempi del genere, scrive don Piero ma sempre contro il Vangelo, mentre la ‘violenza per Dio’ è parola del Corano.

Oggi i “riformisti” islamici tentano di interpretare diversamente la guerra santa, come mortificazione delle proprie passioni, ma tutta la storia dell’islam dimostra il contrario e la tradizione della ‘guerra santa per Dio’ continua ancora oggi.

All’islam manca la distinzione tra religione e politica, L’idea di laicità non esiste, non si capisce come in Italia – scrive padre Gheddo – non poche amministrazioni comunali, provinciali e regionali di centro-sinistra, così gelose della laicità della politica, possano appoggiare e finanziare l’Islam.

LA MISSIONE E’ ANNUNCIO DI CRISTO, NON GENERICA FILANTROPIA.

A pagina 171 il religioso risponde alle tante domande sul perché della Missione, perché dobbiamo convertire gli altri se tutte le religioni sono uguali? Non è meglio lasciarli nelle loro credenze? La Missione non è ormai superata? Oggi della missione alle genti si parla sempre meno anche in ambienti cattolici – scrive padre Gheddo – o meglio: forse si ha vergogna a parlarne, per non fare la figura dei ‘proselitisti’. Come mai? Padre Gheddo è stato direttore della rivista “Mondo e Missione” “IM” per decenni, ha fondato il bollettino AsiaNews, da sempre è stato sensibile alla diffusione dell’evangelizzazione attraverso i media.

Ecco perché don Piero riflette sul fallimento di molti media cattolici nel presentare tutto tondo la missione cristiana che è annuncio, testimonianza, carità, martirio. Troppo spesso – scrive padre Gheddo – le riviste missionarie si soffermano ai problemi sociali, politici, economici dei popoli, senza presentare alcun interesse per il Vangelo. Questo mettere sotto tono la fede è il risultato di una carenza di fede nella stessa comunità cristiana, una specie di relativismo religioso che svuota il cristianesimo dall’interno.

 Padre Gheddo cita un lettore che scriveva a una rivista missionaria, perché la chiamate ancora ‘rivista missionaria’? L’impressione netta che si ricava dai vostri articoli è che la salvezza non viene da Gesù Cristo (quante volte è nominato?) né che l’annuncio del Vangelo è il primo compito dei missionari, ma che la salvezza è un problema sociale, politico ed economico. Inoltre il lettore lamentava che la rivista spesso era imparziale, tirando in ballo Berlusconi a sproposito. Tempo fa don Alex Zanotelli, intervistato in tv, con animosità parlava della mancanza dell’acqua nel mondo, sembrava un idraulico invece che un ministro del Signore.

 Leggendo certe riviste ‘missionarie’ penso anch’io: dov’è finito Gesù Cristo? Dov’è finita la Chiesa, il cui compito primario è di annunziare Cristo ai popoli? Che immagine diamo della nostra vocazione missionaria? La stampa missionaria dovrebbe trasmettere ai lettori la coscienza che la fede è il più grande dono che Dio ci ha fatto e dobbiamo testimoniarlo e comunicarlo agli altri; deve far riscoprire Cristo come unico Salvatore dell’uomo, suscitare l’amore a lui e la passione di portarlo a tutti i popoli. Se non comunica questi sentimenti – scrive don Piero – e si dedica ad altri compiti, può realizzare buone azioni sociali, culturali, politiche, sindacali, ma non è più ‘stampa missionaria’. Oggi la Chiesa rischia, a volte, di apparire come un’agenzia umanitaria, una specie di Croce Rossa Internazionale di pronto intervento per i casi più urgenti.

 E ancora un religioso come Enzo Bianchi sul tema scrive: “la pastorale dominante oggi nelle parrocchie è quella che porta i nomi del volontariato, dell’impegno, dell’attivismo, in cui cioè un cristiano passa praticamente il suo tempo di vita ecclesiale in opere filantropiche, impegnato nell’organizzazione della carità. Tutto questo trasforma la Chiesa in un’istituzione filantropica tra le altre, che non è più in grado di pronunziare quella parola di salvezza…”

 Per Madre Teresa di Calcutta la disgrazia più grande per il popolo indiano è di non conoscere Gesù Cristo. Il dono più grande che possiamo fare ai popoli è il Vangelo. I dieci comandamenti e il Vangelo sono appunto il manuale del vero sviluppo umano e il modello da imitare – scrive Gheddo – Studiando la storia dei popoli appare subito con chiarezza che, quando si convertono a Cristo, in genere fanno un balzo in avanti nel loro faticoso cammino storico verso la pace e lo sviluppo umano. Non dimentichiamo mai che l’Europa e quindi la Magna Europa, sono diventati quelli che sono grazie all’apporto del cristianesimo.

 Rozzano MI, 1 novembre 2009

  Festa di Tutti i Santi                        DOMENICO BONVEGNA   

                                         domenico_bonvegna@libero.it

 

 

 

 

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