E’ SCOMPARSO GIAMPAOLO PANSA IL GIORNALISTA POLITICAMENTE SCORRETTO.

IN RICORDO DI GIAMPAOLO PANSA, UN GIORNALISTA DI “SINISTRA” CHE HA AVUTO IL CORAGGIO DI RISCRIVERE LA STORIA DELLA COSIDDETTA “RESISTENZA”...Infatti proprio per questo è stato osteggiato dalla sinistra. Addirittura per presentare i suoi libri bisognava avere il presidio delle forze dell’ordine, finché ha deciso di non presentarli più. Che sia stato un giornalista scomodo, si è visto come è stato “trattato” dai Tg, almeno quelli di Stato(quelli dove paghiamo il canone, il “pizzo” di Stato), hanno dedicato poco tempo alla sua scomparsa…ricordate quanto spazio per l’icona progressista Camilleri??? 

Possiedo quasi tutti i libri di Pansa a partire da ” Il Sangue dei vinti”, li ho letti tutti anche perchè il giornalista di Casale Monferrato, sapeva scrivere i suoi libri. Nel mio archivio ho ritrovato due miei  interventi già pubblicati nei siti dove collaboro…Li ripresento ai miei lettori…

 

LIBERARE IL 25 APRILE DALLA GABBIA DI FERRO DELL’IDEOLOGIA.

Mentre si festeggia il consueto e logoro 25 aprile Beppe Grillo dal suo blog tuona: “Se i partigiani tornassero tra noi si metterebbero a piangere”.Forse è utile anche per Grillo ricordare un poco tutta la storia della Resistenza, dei partigiani comunisti e quindi del Partito Comunista Italiano. E’ un lavoro che sta facendo bene il noto giornalista Giampaolo Pansa con i suoi libri sulla guerra civile, ormai diventati bestseller. Ho in mano “I vinti non dimenticano”, pubblicato da Rizzoli nell’ottobre del 2010 e proprio nella Nota al lettore, l’autore suggerisce “come celebrare il 25 aprile”.

Pansa anticipa subito che intende occuparsi proprio dei vinti, dei fascisti, perché ormai per oltre sessant’anni, si è parlato e si è scritto moltissimo, dei morti appartenenti alla cosiddetta Resistenza. E’ un dato di fatto che la cultura dominante, quella dei vincitori, ha ordinato che dei vinti non si deve parlare, non si deve scrivere nulla, non si devono ricordare. Invece Pansa con i suoi libri, insiste a ricordarli. Anche in questo testo il giornalista di Casale Monferrato si avvale di Livia Bianchi, la bibliotecaria di Firenze che l’aveva accompagnato nel viaggio per scrivere “Il sangue dei vinti”.

Il testo prima di passare a narrare le varie storie, a cominciare delle “ricamatrici di Arcevia” di cui sono rimasti vittime uomini e donne che non appartengono al movimento partigiano, il testo segnala ai lettori che cosa è stato il vertice politico e militare del vincitore della guerra civile: il Partito comunista italiano.

Per anni le sue fortune dipendono dall’aiuto di Mosca. Ci sono dirigenti che si sono addestrati politicamente e militarmente nelle università riservate a loro a Mosca. Dirigenti che poi hanno avuto il loro “battesimo del fuoco” nella guerra civile di Spagna contro il nazionalismo fascista di Franco. Dopo la sconfitta in Spagna li ritroviamo in Italia e qui vogliono ad ogni costo la rivincita. Sono gli “spagnoli” a formare il primo nucleo delle Brigate Garibaldi, al comando di Longo e del commissario politico Pietro Secchia. Dopo l’8 settembre 1943, i comunisti sono gli unici in grado di muoversi subito. Gli altri gruppi del Cln saranno sempre dei comprimari, anche se emergono dei partigiani significativi come Aldo Castoldi, il leggendario Bisagno.

Il Pci, secondo Pansa, in pratica sa cosa fare, e lo racconta in due capitoli del libro: “decide che bisogna uccidere subito il maggior numero di fascisti, soprattutto quelli di terza e quarta fila, i più indifesi. Senza preoccuparsi delle rappresaglie, vale a dire delle fucilazioni decise dai comandi della Rsi. I capi comunisti, a cominciare da Longo e Secchia, sono rivoluzionari che conoscono sino in fondo l’importanza del cinismo. E pensano: più brutale sarà la reazione dei fascisti di fronte agli omicidi compiuti dai Gap, più la guerra civile si estenderà. E’ una previsione azzeccata, che farà scorrere fiumi di sangue”.

In pratica giorno dopo giorno i partigiani comunisti attuano una guerriglia terroristica su larga scala, tanto nelle grandi città che nei piccoli centri. E’ una lotta che i comunisti continueranno a praticare durante l’intera guerra civile fino al 1948.

Nella nota Giampaolo Pansa spiega chiaramente che cosa volevano fare i partigiani comunisti in Italia e chissà se Grillo è a conoscenza di quello che ha scritto Pansa. I partigiani “vogliono conquistare il potere con le armi e fare del nostro paese uno stato satellite dell’Unione sovietica. Pertanto, scrive Pansa, “non occorre essere docenti di storia contemporanea per sapere che questa è la verità. Eppure le tante sinistre italiane, tutte figlie o nipoti del vecchio Pci, ancora nel 2010 continuano a negare l’evidenza”.

Secondo Pansa i comunisti, ex o post non vogliono fare nessun revisionismo e seguitano a condurre ancora una battaglia di retroguardia, come quei poveri giapponesi isolati in una giungla che non esiste. Fanno pena queste sinistre anche quelle che si dicono riformiste, parlano ancora con un linguaggio da anni cinquanta.

Ma che cosa temono le sinistre? Si domanda Pansa: temono “il crollo della retorica resistenziale, la cosiddetta vulgata che hanno sempre difeso e praticato. E di conseguenza paventano di dover riconoscere la grande bugia spacciata per anni ai loro tifosi”. E’ un terrore che li spinge a ignorare quanto ormai si trova in numerosi libri di Storia. Del resto era arcinoto che i partigiani comunisti si battevano per una democrazia popolare, chiamata in seguito, “progressiva”. Lo sapevano tutti compreso il generale Raffaele Cadorna, il ministro della Guerra, Alessandro Casati, ma soprattutto il grande Renzo De Felice era consapevole che i comunisti non volevano una democrazia parlamentare con più partiti, il loro traguardo era arrivare alla dittatura del proletariato.

Il Pci è un partito per niente riformista ma staliniano, lo si poteva notare per l’asprezza e spesso per la “ferocia dimostrata nella guerriglia. Chi ha per traguardo una dittatura rossa non va tanto per il sottile. Sopprimere i fascisti non significa solo togliere di mezzo un avversario nella guerra, ma prepara anche il terreno allo scontro futuro”. Del resto anche la soppressione dei partigiani non comunisti, antifascisti liberali, possidenti, sacerdoti, politici moderati, socialisti riformisti, va nella stessa direzione, mettere fuorigioco i possibili avversari della fase successiva alla lotta di liberazione.

Tuttavia anche “le mattanze del primo dopoguerra fanno parte di un disegno strategico del Pci. Non sono scoppi di furia popolare, o un insieme di vendette personali. Bensì eccidi programmati in vista della spallata rivoluzionaria”.

In sostanza se è stata evitata una liquidazione di massa, molto più pesante dei 20 mila uccisi dopo il 25 aprile 1945, lo dobbiamo soltanto alla presenza in Italia delle truppe americane e inglesi. Nei Paesi europei “liberati” dai compagni sovietici o di Tito, le cose sono andate diversamente, si è assistito a un colossale bagno di sangue.

Dopo anni di ricerche e di letture sulla guerra civile, Giampaolo Pansa si pone una domanda: “dobbiamo ancora considerare una festa unitaria il 25 aprile?” Probabilmente no, Pansa fa riferimento a tutto il fronte antifascista, che considera il 25 aprile una data positiva, quel mondo molto variegato che va dai democratici ai liberali fino ai staliniani falliti.

Rozzano MI, 25 aprile 2013                       Domenico Bonvegna  

 

QUANDO ERAVAMO POVERI

Mentre leggevo il libro di Giampaolo Pansa, “Poco o niente”. Eravamo poveri. Torneremo poveri”, Rizzoli (2011), mi chiedevo che utilità possa avere un testo dove si racconta per filo e per segno, la povertà più nera dei nostri nonni.

Giampaolo Pansa è autore di numerosi saggi e romanzi di grande successo, soprattutto quelli autorevoli dove si racconta la guerra civile dalla parte dei vinti. Pansa è uno scrittore che scrive in maniera straordinaria che non ti fa stancare mai di leggerlo. In questo saggio racconta la povertà dei nostri genitori e dei nostri nonni. E visto che anche noi siamo immersi in una grande crisi economica e finanziaria, che non sappiamo quando finisce e soprattutto quale futuro prospetta per i nostri figli, Pansa si chiede se per caso “Torneremo poveri come erano i nostri genitori e i nonni”.
Lo scrittore casalese racconta la storia della propria famiglia a cominciare da quella di sua nonna Caterina Zaffiro, povera contadina, sposata con un altro contadino povero, rimasta vedova a 33 anni con sei bambini da sfamare. “E’ la sua vita tribolata – scrive Pansa – a farmi da guida nel racconto dell’Italia fra l’Ottocento e il Novecento”.
Una società violenta di contadini poveri, schiavi nelle cascine.
Che cosa racconta in 343 pagine il noto giornalista di Libero? “Un mondo feroce, dove pochi ricchi comandavano, decidevano tutto e si godevano le figlie dei miserabili. I poveri erano tantissimi, venivano messi al lavoro da piccoli, poi l’ignoranza li spingeva a comportarsi da violenti”. Peraltro questi poveri secondo Pansa si comportavano in maniera rozza anche con le loro stesse donne, facendole partorire in continuazione e magari talvolta costringendole a prostituirsi.

Sembrano delle esagerazioni ma non è così. Pansa nel racconto fa riferimento alle campagne del Monferrato, in Piemonte, in particolare alla sua città natale, Casale Monferrato, chiamata “La città infernale”, una descrizione impietosa dei quartieri e degli abitanti. “Una città di borghesi arroganti e superbi(…)non si accorgevano della presenza dei poveri, si mostravano freddi come il ghiaccio, attenti soltanto ai loro interessi”. Forse l’unica nota positiva per Casale è la grande squadra di calcio, i nerostellati del grande Umberto Caligaris, che riuscirono a vincere il campionato 1913-14 nella finalissima contro la Lazio.

Nelle campagne in prevalenza lavoravano soltanto braccianti, spesso avventizi, a volte erano quasi schiavi della terra e soprattutto dei padroni. Nella società agricola di allora, “erano gli ultimi degli ultimi, con la fame in corpo e con pochissimi soldi in tasca”. Dovevano provvedere a tutto, ogni mattina si presentavano sulla piazza del paese nella speranza di essere chiamati dal conduttore di un fondo o di un mediatore. Per Pansa possedevano una sola certezza, quella di non aver futuro. “Sia pure in modo confuso, i braccianti sapevano di essere condannati a una vita senza speranza, inchiodati alla miseria e all’ignoranza. Insieme alla moglie e ai figli che mettevano al mondo”.
Per la verità in questo libro di Giampaolo Pansa, si intravede la sua formazione classista e di sinistra. Infatti, esagera a far prevalere una certa lettura storica della lotta di classe tra ricchi e poveri. In queste pagine descrive quasi sempre, una ineluttabile condizione della società contadina, che difficilmente riesce ad affrancarsi dalla morsa dei ricchi padroni.
Comunque sia la Storia viene vista sempre dalla parte dei poveri. In quell’epoca gli italiani da poco uniti dai Savoia, peraltro percepito da pochi, erano assediati da un’infinità di nemici, oltre la povertà, la fame, c’erano le malattie, le epidemie come il colera, e la malaria che falcidiavano migliaia di esseri umani, in particolare i più miseri. “Il tutto sullo sfondo di troppe guerre, concluse dal massacro del primo conflitto mondiale”.
Non intendo presentare tutto il testo di Pansa ma voglio sottolineare alcuni aspetti come quello legato al mestiere più antico: la diffusa prostituzione di quegli anni.

A questo proposito, rammento che anche Vittorio Messori ne parla nel suo saggio, “L’Italiano serio”, quando racconta la vita nella Torino liberale del beato Fa’ di Bruno, ma anche lo stesso don Bosco e tutti gli altri santi sociali della Torino dell’Ottocento. Furono questi uomini di Dio che si piegarono sulle sofferenze degli ultimi e quindi delle povere ragazze di strada, per farli ritornare a una vita normale.
L’inutile strage dei contadini nella Grande guerra.
Infine vale la pena leggere attentamente i capitoli dove il giornalista descrive la grande mattanza della Grande Guerra, secondo lo storico Arrigo Serpieri, sono oltre 700 mila i morti, in stragrande maggioranza contadini, sia del Nord che del Sud.
“Fu allora che si consumò il massacro dei poveri in divisa, – scrive Pansa – vissuto anche da mio padre Ernesto, arruolato a 18 anni. Un macello destinato a concludersi con una contesa rabbiosa tra rossi e neri, chiusa con l’avvento del Fascismo”.
Tutta gente che certamente non aveva voglia di combattere. “Tutti ritenevano di essere le vittime di una società ingiusta. Che dopo averli sfruttati nel lavoro sui campi, adesso li mandava a farsi uccidere in una guerra che non li riguardava. Capace soltanto di rendere più pesante la loro sfortuna. E quella delle loro famiglie. Avevano il terrore di rimanere feriti e invalidi. Oppure di morire, lasciando una vedova destinata a precipitare dalla povertà alla miseria”. La paura più grande era di restare mutilati e non soltanto nelle braccia e nelle gambe, ma anche nella mente. Gli arruolati volontari furono appena 8 mila e venivano guardati come marziani. Gli interventisti, una minoranza, appartenevano alla borghesia contro la quale le plebi rurali nutrivano sentimenti di odio, di diffidenza e di freddezza.

Il libro descrive accuratamente il massacro dei contadini, una vera strage dei poveri. I fanti, quasi tutti contadini, si sentivano condannati a morte. “Del resto erano soltanto loro a dover vivere, tutti i giorni, nell’inferno della trincea”. In pratica secondo Pansa era “la classe più contraria alla guerra e offriva alla patria il più alto contributo di sangue”. Poi finita la guerra, ritornati da reduci in patria, si ritrovarono più poveri di prima e per giunta scaricati da tutti.
Nel maggio scorso hanno festeggiato i 100 anni dallo scoppio, un anniversario da dimenticare altro che festeggiare. Più ragionevolmente, è stata una guerra spaventosa e nefasta, senza alcuna giustificazione, inutile e dannosa anche per i motivi che ispirarono tutti i contendenti, la prima vera e propria guerra rivoluzionaria della storia, mondiale e totale.
Peraltro, il governo italiano e i poteri forti decidono di entrare in guerra, quando già conoscevano gli effetti disastrosi del conflitto: in soli dieci mesi, infatti, la guerra si era trasformata in “una guerra di trincea, che sacrificava milioni di giovani in una guerra che non assomigliava in nulla alle precedenti, che sarebbe durata a lungo e avrebbe coinvolto non soltanto i soldati ma tutta la popolazione”.

Pertanto non era soltanto l’inutile strage, come la definì mirabilmente e per sempre papa Benedetto XV il primo agosto 1917, “ma fu una strage che ebbe conseguenze devastanti anche per chi sopravvisse, contribuendo a cambiare il mondo in senso rivoluzionario, favorendo l’introduzione delle ideologie di massa, l’odio nella competizione politica, lo sradicamento dai principi che avevano tenuto insieme i Paesi europei per secoli. La stessa conquista della Russia da parte del partito bolscevico fu una diretta conseguenza della guerra, che così diede inizio alla lunga guerra civile europea fra due totalitarismi contrapposti, quello nazionalista e quello comunista”. (Marco Invernizzi, “Grande guerra?”, 24.5.15, comunitambrosiana.org)
Comunque sia il libro di Pansa, vale la pena leggerlo perché descrive la realtà dell’Italia di allora. A parte i capitoli dove vengono descritti le “conquiste” sessuali del tempo, non credo di esagerare, ma il saggio potrebbe essere letto nelle scuole italiane ai nostri studenti. Proprio perché la speranza di Pansa “è che la storia di Caterina e di suo figlio Ernesto rammenti ai giovani di oggi che il benessere non è una conquista definitiva. E può essere perduto. Le vicende narrate in ‘Poco o niente’ non sono per nulla relegate in un tempo lontano. Ci riguardano da vicino, stanno ancora dentro le nostre esistenze e un giorno potrebbero bussare alla porta di ciascuno”.

Quinto de Stampi MI, 4 settembre 2015
S. Rosalia vergine                                           Domenico Bonvegna
Domenico_bonvegna@libero.it

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