COME POSSIAMO SALVARE IL CETO MEDIO IN ITALIA.

 

NESSUNO PARLA DEL CETO MEDIO CHE VIENE COLPITO DA TUTTI I GOVERNI DI DESTRA O DI SINISTRA….

 

Con l’entrata dell’euro e con la crisi del 2008 perfino io che ho poche nozioni di economia ho capito che ci stavamo impoverendo. O meglio ho capito anche che si stava impoverendo la classe media, cioè noi. Non saprei se a questo impoverimento ha contribuito l’entrata dell’euro. Pertanto non saprei se sia meglio ritornare alla lira, oppure rimanere come siamo.

Tempo fa ho letto il libro di Mario Giordano, “Non vale una lira” (Mondadori) dove invitava ad uscire dall’euro. Il libro è convincente sui disastri causati dalla burocrazia europea che impone leggi e tasse a tutti i cittadine europei trattandoli come sudditi. «Oggi l’Europa è soltanto un mostro burocratico e antidemocratico, – scriveva Giordano – sempre più lontano dai cittadini e dai loro bisogni, che ci opprime con la sua tirannia fiscale e con una quantità di normative astruse».

Il sito di Alleanza Cattolica, insieme al settimanale “Tempi”, non mi risulta che lo hanno fatto i grandi giornaloni, ha pubblicato un interessante articolo ripreso da LiberaTv del Canton Ticino del 07/10/2019:Sergio Morisoli lancia il manifesto per il ceto medio: “E non è una questione di destra o sinistra”.

Si tratta di un interessante intervento di un economista ticinese, dove critica la globalizzazione, che ha fatto perdere benessere e prosperità” alle “cittadine e i cittadini dimenticati” che compongono il ceto medio». L’economista fa riferimento al Canton Ticino, ma l’analisi certamente vale anche per noi. Il ceto medio è colpito dal declino culturale, precarietà economica, smarrimento dei giovani, cinismo degli adulti, paura del futuro. Speranza dimenticata, desiderio appiattito e creatività sprecata, invasione statalista della vita, perdita di sovranità e indipendenza”.

Morisoli non risparmia critiche alla politica partitica che mantiene «le rendite di posizione della vecchia spartizione statale, vivendo alla giornata. Sperano di raccogliere qualche decimale di percentuale in più da scadenza elettorale in scadenza elettorale, inventandosi per quattro anni “scazzottate” fini a sé stesse. Ormai perfino chi fa più voti degli altri, poi una volta vinto non sa cosa fare».

Ma chi è il CETO MEDIO? E’ la gente comune che incontriamo ogni giorno: dipendenti stipendiati, salariati, piccoli proprietari, artigiani, commercianti, albergatori, agricoltori, imprenditori e casalinghe.

«Sono quelli che si alzano ogni mattina per lavorare, – scrive Morisoli – con fatica e orgoglio tengono assieme le loro famiglie, pagano fino all’ultimo centesimo tasse e imposte, non ricevono né favori, né sussidi statali, dimenticati dalla politica e dallo Stato, non chiedono aiuti pubblici e non sono clientelari, non si lamentano e ci provano da soli, non manifestano, non sfilano e non hanno lobby».

A questo ceto medio, e solo a loro «gli viene chiesto di lavorare, produrre, pagare; crescono e educano i loro figli e quelli di altri, ubbidiscono alle leggi e se sbagliano pagano, subiscono in silenzio i danni dei mercati dopati, subiscono in silenzio le cattive decisioni politiche, hanno paura di cadere e finire tra i poveri, sanno che non saliranno più tra i ricchi».

Sostanzialmente al ceto medio appartengono tutte quelle persone che vivono in un luogo assieme e si relazionano tra di loro liberamente. Sono quelli che tengono insieme una comunità e la fanno esistere e prosperare. «Prima ancora di un insieme di cittadini, sono un popolo. Il ceto medio non è né la disponibilità di soldi né di reddito imponibile a definirlo; ma a determinarlo è quel modo di vivere, pensare, agire e di sentirsi vivi in una comunità che non si può abbandonare e che non si vuole lasciare».

A questo punto Morisoli si rivolge ai politici che sono scaltri come il gatto e la volpe. Prima delle elezioni quasi tutti da sinistra a destra, «declamano che fanno e faranno politica per il ceto medio[…]sanno che le elezioni non si vincono né coi ricchi né coi poveri! Per vincere ci vuole la massa, lo sanno benissimo e ci provano, e purtroppo finora gli è anche andata bene». Poi negli che seguono le elezioni i governi fanno a gara nel prendere decisioni sfavorevoli e penalizzanti per il ceto medio. Aumentano in continuazione le tasse, imposte e balzelli. Spendono, fanno debiti. «Sussidiano a pioggia infinite categorie e attività di cui il ceto medio non beneficia; pianificano strade, traffico che penalizzano il ceto medio; attaccano la piccola proprietà impoverendo il ceto medio (vedi prime e seconde case); inventano formulari, controlli e burocrazia che guastano la vita al ceto medio; distribuiscono lavori, posti e sussidi in modo clientelare ma mai al ceto medio; aprono le frontiere per piacere alla gente che piace infischiandosi del ceto medio; favoriscono ditte e attività che annullano il ceto medio; propongono politiche giovanili, familiari, scolastiche, sociali, ambientali che distruggono il ceto medio».

A questo punto Morisoli fa delle proposte, è il MANIFESTO del ceto medio:

«Il ceto medio ha bisogno di solidarietà, di incentivi e di speranza, che non sono da confondere con i sussidi sociali, l’assistenza statale e la burocrazia invasiva. Sono invece le misure puntuali che i politici devono finalmente proporre per rispondere alle persone su molti temi. Proposte liberalconservatrici concentrate su poche cose essenziali e urgenti per i cittadini dimenticati del ceto medio per: proteggerli dai cambiamenti economici e sociali dannosi (sovranità); lasciargli più soldi in tasca (sgravi fiscali e deduzioni); assicurargli un lavoro dignitoso (occupazione); offrirgli un’eccellente educazione per i figli (riforma scuola dell’obbligo); togliergli i bastoni dalle ruote se vuol fare e se mantiene e crea lavoro (economia); difenderli dalle decisioni malsane del Governo e del partitismo (statalismo);aiutarli governando il nostro mercato del lavoro (globalizzazione). Sono questi i temi per i quali non c’è più né destra né sinistra, ma solo e soltanto la necessità di agire per salvare questo ceto medio così importante e essenziale per la pace sociale».

Morisoli è convinto di farcela, magari senza la politica, affidandosi alle aggregazioni, a «quelle entità della società civile che non hanno ancora spento il desiderio del bello del giusto e del buono, riunendo quelle forze spontanee che dal basso sanno cosa non deve cambiare e cosa invece può cambiare». Per fare questo secondo Morisoli «ci vuole realismo, ossia amore di sé; il contrario del colpevolismo, del nichilismo, del cinismo e del relativismo imperanti al momento».

Alla fine dell’intervento l’economista prospetta un bivio, un’alternativa di valori: «un’accelerazione verso un umanesimo ateo (forzatamente marxista) o un rallentamento per ricuperare un umanesimo cristiano (necessariamente cattolico). Andare di qua o di là, non sarà tanto un compromesso ideologico tra i dogmi illuministi del passato e le dottrine ecclesiastiche addolcite, sfumate o modernizzate; certamente no. Sarà occuparsi, non dei poveri (lo fa già lo stato), non dei ricchi (ce la fanno da soli) bensì dei cittadini dimenticati: del ceto medio. E non c’è ancora un’ideologia anti o per ceto medio, per fortuna; ci vuole realismo ossia affrontare la realtà in tutti i suoi fattori. Il contrario delle ideologie mortifere del secolo scorso che prendevano una parte per il tutto».

Quinto de Stampi MI, 13 Ottobre 2019

A cura di domenico bonvegna

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