SAN GIOVANNI PAOLO II. IL PAPA CHE HA CAMBIATO LA STORIA

IL MIO OMAGGIO A SAN GIOVANNI PAOLO II, IL PAPA CHE HA SEGNATO PARTE DELLA MIA VITA. 

In occasione della canonizzazione del beato Giovanni Paolo II, intendo rendere omaggio al pontefice che ha segnato la parte più significativa della mia vita, con uno studio sulla sua figura, presentando e commentando alcuni libri che ho nella mia biblioteca. Spero di riuscire a utilizzarli tutti, fornendo ai lettori una interessante miscellanea. Inizio con un libro su Giovanni Paolo II, davvero singolare, un piccolo prodigio come lo definisce Sergio Zavoli nella prefazione, il libro è curato da Saverio Gaeta“50 Parole per il nuovo millennio”, Oscar Mondadori. In poche pagine il testo riesce a contenere, quasi tutti gli argomenti su Karol Wojtyla: il dolore, la pace, la libertà, la giustizia, la persona umana e la famiglia, la fede e l’ateismo, l’economia e l’ambiente, la donna e i giovani.

Karol Wojtyla è nato il 18 maggio 1920 a Wadowice, in Polonia. A otto anni perse la madre e a venti restò orfano anche del padre. Il 1 novembre 1946 fu ordinato sacerdote e successivamente si laureò in filosofia e in teologia. Il 28 settembre 1958 venne consacrato vescovo, il 13 gennaio 1964 fu promosso arcivescovo di Cracovia e, tre anni dopo, diventò cardinale. Il 16 ottobre 1978 venne eletto Papa.
Giovanni Paolo II, ha scelto questo nome per esprimere amore e gratitudine nei confronti di Giovanni XXIII e Paolo VI. Tutti ricordiamo quella sera, quando Wojtyla, appare per la prima volta in piazza San Pietro: “Non so se posso bene spiegarmi nella vostra, nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete…”. Primo papa non italiano dopo quattro secoli e mezzo. Pochi giorni dopo l’elezione, il 22 ottobre, nell’omelia della messa per l’inizio del pontificato, Giovanni Paolo II lanciò alla Chiesa e all’umanità intera un messaggio rimasto impresso nel cuore di tutti come vero e proprio programma: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa!”.

E’ veramente ricca la bibliografia su Giovanni Paolo II; nella mia biblioteca, tra biografie e saggi sul papa polacco, ne conto venticinque titoli. Forse i testi che si riescono a leggere meglio e che fanno sintesi sono quelli scritti dai giornalisti, come quello di Aldo Maria Valli, “Il mio Karol”, edito da Paoline (2008)
A cinquantotto anni, Karol Wojtyla era forte, atletico, sportivo, nuotava e sciava. Le cifre e le statistiche del suo pontificato sono da record. 104 viaggi all’estero, quasi centocinquanta visite pastorali fatte in Italia e 317 visite alle parrocchie romane, fortemente volute in quanto vescovo di Roma.

Il papa “deve avere una geografia universale. – disse a un giornalista – “Io vivo sempre in questa dimensione, nella preghiera del mattino, spostandomi idealmente lungo il globo. Ogni giorno c’è una geografia spirituale che percorro, la mia spiritualità è un po’ geografica”.
Il papa si sentiva come San Paolo, un papa viaggiatore perché, prima di tutto, missionario. Come si legge nella Redemptoris missio: “Già all’inizio del mio pontificato ho scelto di viaggiare fino agli estremi confini della terra per manifestare la sollecitudine missionaria, e proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo mi ha ancora più convinto dell’urgenza di tale attività”.

Giovanni Paolo II fu un grande comunicatore, ha utilizzato i nuovi strumenti di comunicazione, in particolare la televisione. Aldo Maria Valli, giornalista della rai ha seguito il papa polacco in tanti viaggi, pertanto, può descriverlo meglio di altri. “Le passeggiate in alta quota, le fughe sui campi di neve, le improvvisazioni durante i discorsi, quel suo parlare in prima persona, riferendo spesso anche sensazioni intime, al di fuori dell’ufficialità, hanno consegnato al mondo un’immagine nuova del successore di Pietro, e se di questa immagine oggi possiamo parlare è perché papa Wojtyla ha quasi sempre lasciato che una telecamera lo seguisse, nei momenti belli come in quelli più tristi, nella gioia come nella sofferenza, nei viaggi come nei ricoveri in ospedale”.

Giovanni Paolo II ha fatto diventare la tecnologia moderna uno strumento privilegiato di evangelizzazione. Era un convinto estimatore della televisione, anche se in più di un’occasione ha tuonato contro l’uso distorto. Considerava la tv, come tutti i mass media, un dono di Dio per una conoscenza più profonda e una fratellanza più vera. Significativo l’episodio di Denver, negli Usa, mentre parlava della violenza nelle società avanzate, dava la colpa anche alla tv.  All’improvviso si fermò, con un sorriso furbo, indicando la telecamera, disse: “Il papa sta parlando contro la televisione proprio mentre la televisione lo sta riprendendo”.

Gesù per farsi capire parlava per parabole. Nell’era della televisione Giovanni Paolo II ha parlato al mondo soprattutto con le immagini, a partire dalla sua stessa immagine. Il papa ha dedicato molti documenti ai mezzi di comunicazione, questi potenti strumenti devono rispettare “i criteri supremi della verità e della giustizia, nell’esercizio maturo della libertà e della responsabilità”. Papa Wojtyla invita con forza gli operatori dell’informazione, specialmente se credenti, a non avere paura: né delle nuove tecnologie, né dell’opposizione del mondo, né dell’eventuale debolezza o inadeguatezza degli operatori. Comunicare è sempre un atto morale.
Continuando il discorso dei primati del grande pontefice polacco, Aldo Maria Valli, sottolinea il record delle canonizzazioni operate da Giovanni Paolo II: milletrecento beati (per l’esattezza 1345) e 483 santi. Per qualcuno sono stati troppi. “Perché Giovanni Paolo II scelse di beatificare e canonizzare così tante persone nel corso del suo pontificato?” Secondo Valli, per rispondere, bisogna guardare a come è cambiata la Chiesa attraverso il Concilio Vaticano II. “Se prima beati e santi erano visti per lo più come figure eroiche, poste su un piedistallo o fra le nuvole, quasi irraggiungibili per i comuni mortali, dal Concilio in poi la santità è stata presentata sempre più come una proposta di vita rivolta a tutti i cristiani, compresi i laici”. Così ora i santi, hanno “incominciato a scendere dagli altari per diventare esempi di vita cristiana senz’altro elevata ma non lontana”.

In pratica Wojtyla ci ha fatto comprendere che tutti possiamo diventare santi, anche con i nostri impegni quotidiani, in mezzo alla gente, con i problemi della nostra epoca.
Pertanto sono stati semplificati i tempi per arrivare alla beatificazione, ma questo non significa che il Papa ha “diluito” un po’ troppo l’idea di santità. La santità, ci tiene a precisare Aldo Maria Valli, non è stata banalizzata, ma è stata proposta in modo più efficace e più vicino alla vita delle persone, di ogni età, professione e condizione sociale.

Significative alcune santificazioni come quella di Pier Giorgio Frassati, un giovane dinamico e sportivo, morto a soli ventiquattro anni. Gianna Beretta Molla,

medico e madre di famiglia, morta a quarant’anni nel 1962 per aver scelto di non curare il tumore di cui soffriva per consentire la nascita della sua quarta figlia. E poi i coniugi Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Luisa Corsini, un esempio di santità maturata nella vita di coppia.

 

L’ITALIA DI GIOVANNI PAOLO II.

Giovanni Paolo II dopo più di quattro secoli è il primo papa straniero chiamato ad assumere la responsabilità del governo della Chiesa universale e quindi della Chiesa italiana e di Roma in particolare. All’inizio del suo pontificato ha compiuto un gesto significativo, per dimostrarsi più unito al nostro paese, ha reso omaggio ai santi patroni d’Italia, Francesco d’Assisi e Caterina da Siena. “Il Papa vuole sentirsi italiano anche nelle forme di pietà legate al nostro paese, e perciò si reca subito al santuario mariano della Mentorella, nei pressi di Roma”( Antonio Scornajenghi, L’Italia di Giovani Paolo II, San Paolo, 2012)

Fin dall’inizio del suo pontificato,“stimola un cattolicesimo di popolo”, scrive Andrea Riccardi, recandosi frequentemente ai santuari. “Lui diceva che bisogna respirare l’aria dei santuari e dei santi per capire lo spirito di un popolo;aveva in mente ‘una carta geografica del mondo’”. Pregava spesso spostandosi mentalmente di santuario in santuario. “Davanti alla tomba di santa Caterina, il papa riafferma la volontà che l’Italia diventi la sua ‘seconda patria’. Egli desidera ‘far parte di essa in tutta la sua ricchezza storica”.

Il libro di Scornajenghi mi sembra originale perché si concentra sulle problematiche nazionali, utilizzando fonti inesplorate, in particolare, quelle orali e quelle archivistiche. Giovanni Paolo II da subito si fece un’idea sull’Italia, che si tradusse in un progetto, in una proposta che non fu immediatamente compresa e accettata, dentro e fuori della Chiesa. Di fronte a una certa stanchezza del cattolicesimo italiano, il papa polacco, invitò i vescovi e i laici a “partecipare attivamente alla ricostruzione del tessuto civile della nazione, fondato sui valori etici dell’umanesimo cristiano”. Egli, scrive Scornajenghi, “non voleva che i cristiani rinunciassero a interpretare un forte ruolo sociale, ed era convinto che il paese dovesse rifondarsi sulla sua identità di fede, da molti secoli fattore fondante della nazione, senza averne vergogna, nel rispetto pieno della laicità e della democrazia. Il cattolicesimo popolare, con tratti devozionali ‘antichi’, non era per Wojtyla in contrasto con l’aggiornamento conciliare. Al contrario, i due aspetti si illuminavano a vicenda. La fede dei santuari, dei pellegrinaggi, le espressioni vecchie e nuove di pietà non erano retaggio del passato ma un patrimonio da valorizzare ed evangelizzare”.

Successivamente al convegno di Loreto nel 1985, il “programma” wojtyliano per l’Italia, si sarebbe precisato e delineato meglio attorno all’obiettivo della riconciliazione. Il papa incoraggiava alla collaborazione e al superamento delle divergenze, e chiamava all’incontro per un progetto condiviso. Il cambiamento della società per papa Wojtyla non si opera attraverso la politica, ma con una vasta azione religiosa, sociale e culturale.

Giovanni Paolo II diventa papa in anni di crisi e di mutamenti sociali nel costume abbastanza profondi: l’introduzione del divorzio nel 1970 (la successiva vittoria dei no al referendum abrogativo del maggio 1974), l’introduzione dell’aborto nel maggio 1978 e la successiva vittoria dei no al referendum del maggio 1981, sono gli elementi più ostili da affrontare. Uno storico francese, Jean Delumeau, in questi anni bui per la Chiesa, scrisse un libro col titolo emblematico, “Le christianisme va-t-il mourir” (il cristianesimo sta per morire) dove viene descritto un cristianesimo minoritario, elitario, avverso a forme di presenza pubblica, “espresso prevalentemente dalla vita individuale di credenti inseriti in diversi ambienti sociali e senza forti legami tra loro”.

Il libro di Scornajenghi mette in evidenza il rapporto privilegiato e i legami che ha il papa polacco con l’Italia, basti vedere i suoi 144 viaggi nella penisola. Per Wojtyla il popolo italiano è “destinatario e custode privilegiato dell’eredità degli apostoli Pietro e Paolo: un’eredità squisitamente spirituale, vale a dire culturale, morale e religiosa insieme(…) In più di un’occasione il Papa difende l’unità del paese, non tanto richiamandosi all’eredità risorgimentale, quanto facendo appello proprio all’eredità spirituale e alla tradizione cristiana dell’Italia, una e indivisibile.
Dopo un’accoglienza positiva, i media hanno cominciato a criticare il papa polacco, in particolare per le sue posizioni chiare contro l’aborto e il comunismo. Sono sufficienti poche battute sulla difesa della vita in ogni sua fase, sulla tutela della libertà di coscienza dei medici, “ministri della vita e mai strumenti di morte”, a scatenare una vibrante polemica da parte della stampa laica, che invita a riconsiderare i pareri positivi manifestati subito dopo la sua elezione.

Allora vengono fuori i soliti stereotipi che attribuivano al nuovo papa i connotati di conservatore o di progressista, di destra o di sinistra. Anzi l’intellighentia progressistoide conoscendo l’uomo che aveva guidato la diocesi di Cracovia, non si facevano illusioni, sulla sua salda dottrina in materia di divorzio, aborto etc. Tuttavia la delusione di certi ambienti per le posizioni del papa appaiono minoritarie di fronte al sentire popolare. “I commentatori rilevano la corporeità del nuovo papa e la sua forte comunicativa”. Wojtyla comincia a “scendere tra la folla, firma autografi, chiama i fedeli fratelli e sorelle, anziché figlie e figli”. Il papa sfugge a qualsiasi classificazione. Comincia a viaggiare e si colgono le novità: il viaggio come un nuovo strumento per la missione.
La meta prediletta sono come ho scritto sopra, i santuari. C’è un bellissimo saggio di Renzo Allegri, “Papa Wojtyla, pellegrino di Maria”, edizioni Medjugorie, Torino, 2004, qui l’autore racconta la storia di alcuni santuari e cerca di “scoprire” le ragioni profonde che hanno indotto il Papa a fare il pellegrino di Maria.

“Giovanni Paolo II è il Papa filosofo, poeta, drammaturgo, mistico, sportivo, ma è anche il Papa della grande devozione mariana che ha espresso spesso facendo il pellegrino. Forse nessun altro devoto della madonna, ha visitato tanti santuari mariani quanti ne ha visitati Papa Wojtyla”.
Ogni viaggio del Santo Padre diventa una sorta di visita pastorale, secondo il responsabile del servizio vaticano dell’”Osservatore Romano”, Gianfranco Grieco, si può parlare di un “pontificato dell’incontro”. In ogni viaggio il richiamo frequente è quasi sempre ai martiri, testimoni del messaggio cristiano, sull’esempio di questi cristiani, morti per la fede, il papa invita i fedeli ad imitare la loro vita. Altro richiamo frequente è quello di recuperare il patrimonio cristiano e la necessità di irradiarlo nel mondo intero.
Giovanni Paolo II non si rassegna all’idea della secolarizzazione inevitabile (tanto viva nella Chiesa italiana e tra i vescovi), lotta con grande decisione contro quest’idea. A questo punto Wojtyla lancia la “Nuova evangelizzazione”, che da un lato , sollecita un’intensificazione dell’attività missionaria, dove non è ancora conosciuto il Vangelo.

Dall’altro lato la nuova evangelizzazione avrebbe dovuto immettere linfa vitale nelle Chiese di antica cristianità, specialmente in Europa, dove Dio scompariva dalla vita pubblica.
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SAN GIOVANNI PAOLO II TESTIMONE DELLA SPERANZA.

Tra le tante biografie che sono state scritte su Giovanni Paolo II, senz’altro quella più importante è di George Weigel, “Testimone della speranza. La vita di Giovanni Paolo II, protagonista del secolo”, Mondadori (Milano 1999). Un’impressionante raccolta di informazioni e testimonianze che sviluppano quasi milletrecento pagine.

Nel prologo, il teologo cattolico americano, che ha studiato e scritto su Giovanni Paolo II per oltre vent’anni, offre una sintesi geniale ai lettori del libro. Dopo l’elezione del primo papa slavo in assoluto,“(…) il capo del KGB Juri Andropov mette in guardia il politburo sovietico sul pericolo che hanno di fronte, giudizio che troverà conferma quando, nel giugno del 1979, il papa polacco tornerà nella sua terra innescando la rivoluzione di coscienza che finirà per produrre il crollo non violento dell’impero sovietico nell’Europa centrorientale. Con pellegrinaggi pastorali in ogni angolo del globo, sfruttando con caparbietà ogni moderno mezzo di comunicazione, producendo un interminabile flusso di documenti dottrinali su quasi ogni aspetto della vita cattolica e sulle questioni cruciali per il pianeta”.

Così Wojtyla infonde nuovo vigore nella più antica istituzione del mondo, il Papato. Sopravvive a un grave attentato, predica a Casablanca in uno stadio gremito di adolescenti musulmani, descrive l’intimità coniugale, come un’immagine della vita interiore del Dio uno e trino (…) raduna la più vasta folla della storia nel continente meno cristiano del globo, sollecita la Chiesa a purificare la sua coscienza alle soglie del terzo millennio e, quasi da solo, muta il corso di una grande assemblea internazionale sui problemi demografici”. Difende l’universalità dei diritti umani e si definisce un “testimone della speranza”, alla fine di un secolo di una malvagità senza precedenti”.

Una storia vera che Weigel presenta nel suo voluminoso libro.
Un pontificato tra i più importanti dei secoli per la Chiesa e del mondo. Il grande intellettuale russo Alexander Solgenicyn, ha definito il pontificato di papa Wojtyla, la cosa migliore che ha offerto il secolo XX. “Per alcuni è stato il Pontefice più significativo dopo la Riforma e la Controriforma del XVI secolo. Quell’epoca definì il rapporto della Chiesa cattolica con l’emergente mondo moderno; nello stesso modo il Concilio Vaticano II e il pontificato di Giovanni Paolo II hanno tracciato sentieri che, probabilmente, determineranno il corso del cattolicesimo mondiale oltre la ‘modernità’ e ben dentro il terzo millennio della storia cristiana”.

Per Weigel si potrebbe dire che è stato anche “l’uomo più visibile della storia”. Quasi certamente è stato visto di persona da più gente di chiunque altro”. E se aggiungiamo l’effetto moltiplicatore della televisione, la sua notorietà diventa impossibile da cogliere. Ma il paradosso di questa personalità secondo Weigel è che nonostante tutti questi segnali positivi, “è forse la meno compresa fra le personalità del XX secolo”, o perlomeno i giudizi su quest’uomo sono contraddittori. Certamente ancora bisogna studiarlo molto, soprattutto mi riferisco ai cattolici, ai credenti.
Per decine di milioni di uomini e donne, anche molti non cattolici, Wojtyla, “è una grande figura del nostro tempo: il difensore e la principale personificazione di una forza morale che ha condotto in salvo l’umanità attraverso il più sanguinoso dei secoli”. Pertanto Giovanni Paolo II rappresenta “il paladino, il campione della causa della libertà umana”. Per tanti altri, anche all’interno della sua stessa Chiesa, “è un autoritario senza remore, sordo alle aspirazioni di coloro che pretende di guidare e cui ardisce insegnare: rappresenta – scrive Weigel – il ritorno a un’epoca che la Chiesa sembrava essersi lasciata alle spalle con il Concilio Vaticano II”. Altri ancora, sempre fuori e dentro la Chiesa, “ne ammirano la difesa dei diritti umani, la mano tesa all’ebraismo e l’impegno per la pace, pur deplorando la sua teologia e i suoi giudizi morali”. Eppure chi ha lavorato con lui, tutti testimoniano la sua personale santità, la gentilezza, l’apparentemente illimitata capacità di ascolto.
Molti sono i giornalisti, i maitre a penser, di prestigio che lo hanno coperto di ingiurie. Uno di questi, addirittura ha confessato di pregare ogni giorno per la sua morte. Altri hanno scritto che, “circonda la Chiesa di filo spinato”. Weigel cerca di interpretare questo disagio di alcuni suoi colleghi.

Secondo lui forse deriva da certi aspetti della vita privata del pontefice polacco, dal suo profondo misticismo, e come per tanti altri mistici, anche per papa Wojtyla il Papa, di fatto è impossibile descrivere le sue più profonde esperienze religiose. Peraltro, “un’ulteriore barriera alla comprensione di Giovanni Paolo II in Occidente è stata la sua identità polacca. I polacchi – scrive Weigel – possono essere ammirati per il loro romantico eroismo, ma un pregiudizio ben radicato, e rafforzato dall’ignoranza storica e geografica, rende difficile a molti intellettuali e scrittori occidentali immaginarli all’avanguardia della vita intellettuale e culturale mondiali”. Secondo certi intellettuali questo polacco, questo slavo, non può capire la libertà, la più alta aspirazione della modernità.

Tuttavia il politologo americano, tra l’altro intimo amico del papa, è convinto che i termini conflittuali in Karol Wojtyla ci sono perché lui stesso “è segno di contraddizione. La sua vita, le sue convinzioni, il suo insegnamento pongono ai tempi, con i quali per molti altri versi sembra in sintonia, un’equivocabile sfida”.
Il libro di Weigel cerca di capire dal di dentro, questo grande personaggio pubblico. Il papa ha osservato una volta: “Cercano di capirmi dal di fuori. Ma io posso essere capito solo dal di dentro”.
Il voluminoso testo di Weigel, dopo aver accennato alla storia della Polonia, la tanto amata Patria di Wojtyla, cerca di documentarne la sua vita abbastanza travagliata, sin dalla sua nascita.
Capire Wojtyla “dal di dentro” significa anche pensare a lui in termini diversi dalle convenzionali categorie “destra/sinistra”, che hanno caratterizzato i resoconti del suo pontificato nei media di tutto il mondo. Queste sono categorie politiche risalenti alla Rivoluzione francese, che hanno dominato gran parte del pensiero moderno, per catalogare certi partiti politici o tendenze ideologiche. Ma “sono del tutto inadeguate a cogliere ‘dal di dentro’ Giovanni Paolo II uomo e Papa. Egli, infatti, sembra sfidare le regole di tale tassonomia occupando caselle diverse nella classificazione convenzionale”. Infatti spesso San Giovanni Paolo II dai giornali è stato definito “conservatore” in ambito dottrinale e “progressista” in ambito sociopolitico.

“Eppure – scrive Weigel – non esistono due Wojtyla, il ‘fondamentalista’ in materia di dottrina della Chiesa e il ‘socialprogressista’ su questioni politiche ed economiche. C’è un solo Wojtyla, un cristiano tanto convinto della verità insita nel cristianesimo da far sì che tale convincimento animi letteralmente ogni sua azione”.
Certa intellighenzia progressistoide lo considera un “settario”. Invece il suo radicalismo cristiano lo impegna a un intenso dialogo con i non credenti e con i credenti di differenti fedi teologiche e filosofiche. “La fede in Cristo – ha detto il Santo Padre ai rappresentanti delle Nazioni Unite nel 1995 – non ci spinge all’intolleranza, al contrario ci obbliga a intrattenere con gli altri uomini un dialogo rispettoso. L’amore per Cristo non ci sottrae all’interesse per gli altri, ma piuttosto ci invita a preoccuparci di loro, senza escludere nessuno”.

 

UN PONTIFICATO DIVERSO, GIOVANE, VIGOROSO, EVANGELICO.

Prima di continuare la mia ricerca-studio su San Giovanni Paolo II, è opportuno fare una precisazione, che riprendo dalla biografia su Giovanni Paolo II di Andrea Riccardi, dove fa sue le parole del grande pensatore russo Pavel Florenskij: “scrivo e so di disperdermi, perché non posso dire in una volta sola tutto ciò che si affolla nella mia coscienza”. Riccardi fa questa citazione per giustificare la sua inadeguatezza di fronte alla complessità della vicenda di Karol Wojtyla e peraltro anche il mio studio non può che essere selettivo ed estremamente parziale.
“Una volta eletto papa, nel 1978, si è misurato con la crisi del cattolicesimo, con un Occidente secolarizzato e con un marxismo dai tanti volti. Tutti ricordano il suo primo messaggio, modellato sull’espressione evangelica: ‘Non abbiate paura!’” (A. Riccardi, Giovanni Paolo II. La biografia, San Paolo, 2010).

“Per più di dieci anni Giovanni Paolo II si è misurato con il comunismo, sino alla caduta del Muro. E’ stato un papa ‘vincitore’ nel confronto con l’impero sovietico a cui, negli anni settanta e ottanta, la maggior parte degli osservatori attribuiva una lunga vita. Quindi un papa politico? – si domanda Riccardi – Chi ha presente la dimensione spirituale, l’aspetto mistico e la preghiera di papa Wojtyla non può affermare il contrario: la fede è stato il cuore del pontificato incentrato essenzialmente nella comunicazione del messaggio del Vangelo su tutte le latitudini”.
Karol Wojtyla era convinto che il cristianesimo rappresentasse una “forza di liberazione dell’uomo e dei popoli”, poteva trasformare in qualche modo non solo le persone, ma anche la storia delle nazioni. “Questa è stata anche la vicenda della ‘liberazione’ della Polonia dal comunismo, in cui il papa ha giocato un ruolo di primo piano”. Per molti anni Wojtyla ha rappresentato per i cristiani e anche per quelli che non lo erano, la “forza di sperare”. Giovanni Paolo II, era convinto, che “tutto può cambiare. Dipende da ciascuno di noi. Ognuno può sviluppare in se stesso il proprio potenziale di fede”. Parole, valide anche per il nostro momento buio che stiamo vivendo, dove sembra che tutto è perduto.
Ritornando alla monumentale biografia del teologo americano George Weigel, il papa venuto da un paese lontano, si sentì a suo agio nel suo nuovo ruolo fin dal primo giorno, non si può dire la stessa cosa per gli ecclesiastici della Curia romana. “La stampa internazionale, i dirigenti sovietici e il collegio cardinalizio furono tutti scossi, ciascuno in modo diverso, dall’elezione di Giovanni Paolo II – Scrive Weigel – Ma i più sconvolti di tutti furono i preti, i vescovi e i cardinali italiani della curia”.
Fin dal primo momento Giovanni Paolo II dimostrò di non essere un uomo che si sarebbe lasciato guidare. Ha fatto così a Cracovia dove controllava tutto lui. “Wojtyla era totalmente estraneo agli intrighi burocratici e ad altre inezie istituzionali, e perciò poteva ignorare molte delle cose che agitavano, o addirittura ossessionavano, alcuni dei suoi collaboratori”. Pertanto il Pontefice invece di consumare le sue energie nella lotta contro la curia, ha scelto di guidare la Chiesa incarnando un modello nuovo di pontificato per incidere sul piano pastorale ed evangelico. Non chiese mai a nessuno il permesso di continuare a fare quello che aveva fatto nella cattedra di Stanislao.

Il suo primo e definitivo dovere, disse ai cardinali, era dare completa esecuzione alle norme del Concilio Vaticano II, che costituiva “una pietra miliare nella storia millenaria della Chiesa”. Pertanto bisognava che tutti il clero riprendesse “in mano la ‘magna charta’ conciliare, che è la Costituzione dogmatica sulla Chiesa, per una rinnovata e corroborante meditazione sulla natura e sulla funzione, sul modo di essere e di operare della Chiesa”. Era una strategia che aveva discusso con l’allora cardinale Ratzinger: la proposta della Chiesa al mondo moderno doveva avere carattere prettamente cattolico e cristiano se la Chiesa voleva adempiere alla sua missione unica al mondo.
Successivamente Giovanni Paolo II si dedicò alla grande causa dell’unità dei cristiani, alla costruzione della pace e della giustizia fra le nazioni, con particolare riferimento alla libertà religiosa. Un tema sempre attuale, viste le ultime dolorose notizie che provengono dalla Siria e dalla Nigeria, dove i cristiani subiscono un vero e proprio genocidio. Per Giovanni Paolo II, la vera e unica cartina di tornasole per una società giusta, è quella della libertà religiosa.

Belle le parole che il giovane papa polacco rivolge al primate di Polonia, cardinale Wyszynski, una settimana dopo la sua elezione: “(…) Non ci sarebbe sulla cattedra di Pietro questo Papa polacco, che oggi, pieno di timore di Dio, ma anche di fiducia, inizia un nuovo pontificato, se non ci fosse la tua fede che non ha indietreggiato dinanzi al carcere e alle sofferenze”. Wyszynski tentò anche questa volta di genuflettersi e di baciare l’anello al Santo Padre, e anche questa volta Giovanni Paolo II si chinò e lo strinse in un lungo abbraccio.

In soli quattro mesi il papa polacco aveva dato nuovo impulso alla più antica istituzione del mondo e aveva affermato, non solo a parole ma anche con i fatti, “che gli obiettivi prioritari della sua missione pastorale erano l’evangelizzazione e la rievangelizzazione”. Scrive Weigel: “Aveva dimostrato che intendeva esercitare il suo ufficio di ‘Vescovo di Roma’ e di ‘primate d’Italia’ in modo molto più diretto dei suoi predecessori. Aveva comunicato ai giovani di tutto il mondo che essi erano i suoi prediletti e la sua grande speranza. Aveva palesato la sua reverenza e sollecitudine per il matrimonio e la famiglia”. Non credo di sbagliare ma è quello che sta facendo papa Francesco in questo momento nella Chiesa.
“Giovanni Paolo II non solo faceva cose che nessun Papa aveva mai fatto prima, – scrive Weigel – ma a un ritmo che, se misurato con il metro abituale del contesto istituzionale in cui operava, era vertiginoso”. Veramente negli ultimi anni la Chiesa Cattolica, attraverso i suoi pontefici, ha dimostrato di essere all’avanguardia per quanto riguarda la rapidità nel prendere certe decisioni, a differenza della politica italiana, dei nostri parlamenti che non stanno facendo le riforme necessarie al Paese.
“Bastarono poche settimane perché Giovanni Paolo II, con la sua giovinezza, vigore e fiducia nel messaggio evangelico, paresse a molti un Papa di nuovo stampo. In realtà egli non aveva fatto altro che recuperare l’antica concezione della missione episcopale che aveva caratterizzato il primo millennio del cristianesimo, quando, come disse uno studioso, ‘molti dei Padri erano insieme vescovi, predicatori, pastori di anime, teologi e guide spirituali…Ciascuna sfaccettatura della loro personalità e del loro operato interagiva con tutte le altre, arricchendole”. Certo il suo approccio evangelico e apostolico appariva davvero rivoluzionario.

 

POLONIA, GIUGNO 1979: I NOVE GIORNI CHE CAMBIARONO IL MONDO.

“La Polonia non credeva ai propri occhi, quando Karol Wojtyla su un automezzo scoperto bianco-giallo attraversò le vie di Varsavia. Una pioggia di petali scendeva giù dalle case, e la gente era quasi traumatizzata dalla commozione, aveva solo voglia di piangere”, così Gian Franco Svidercoschi, conversando con Stanislao Dziwisz, nel libro, “Una vita con Karol”, (Rizzoli, 2007), inizia a descrivere la prima visita di Giovanni Paolo II nella sua Polonia.

Mentre l’aereo si avvicinava alla pista di atterraggio, il papa era teso, emozionato e parlava talmente piano che si faceva fatica a sentirlo, scrive monsignor Dziwisz.
Era il primo Papa che metteva piede in un Paese comunista, era il 2 giugno 1979, l’Europa e il mondo erano ancora spezzati in due, con un confronto tra le superpotenze, Usa e Urss, che si reggeva di fatto sull’equilibrio del terrore e sulla paura reciproca che scoppiasse un conflitto nucleare. Il Cremlino aveva fatto di tutto per impedire che Giovanni Paolo II tornasse in Polonia. “Quest’uomo porterà solo guai!”, aveva detto Breznev, effettivamente fu poi proprio così per il potere comunista. Intanto il regime polacco“era terrorizzato dall’idea che la visita pontificia potesse coincidere con le celebrazioni del IX centenario del martirio di Stanislao” e così fu spostata la data della visita.

Il papa celebrò la prima Messa in piazza della Vittoria, dove il regime svolgeva le principali manifestazioni. La presenza di una marea di gente, fu un vero “terremoto”, un evento esplosivo; il cardinale Konig a commento della visita, disse: “il sistema apparentemente indistruttibile che per più di trent’anni aveva esercitato un dominio assoluto, imponendo il suo ‘credo’ ateisticoadesso doveva assistere, muto e impotente, al crollo simbolico della sua ideologia, del suo potere e, si potrebbe perfino dire, del suo ‘fascino’”. Davanti all’immensa folla, Giovanni Paolo II, disse: “l’esclusione di Cristo dalla storia dell’uomo è un atto contro l’uomo. Senza di Lui non è possibile capire la storia della Polonia…” Dalla folla, arrivò un applauso, durato più di dieci minuti. “Un applauso che sembrava un boato. Sempre più potente. Sempre più polemico- scrive Svidercoschi – Un applauso la cui eco arrivava sicuramente molto lontano”.

Adesso il papa polacco, figlio della Polonia, dopo cinque anni di occupazione nazista e trentatrè di egemonia comunista, che avevano negato alla Polonia la sua storia e la sua cultura, ora ,“avrebbe restituito ai suoi connazionali quello che gli apparteneva a loro per diritto di nascita”, scrive George Weigel. Peraltro tutto il viaggio, il “pellegrinaggio”, come lo chiama Papa Wojtyla, rappresenta una riappropriazione della storia della Polonia. Lasciata la capitale politica, Giovanni Paolo II raggiunse Gniezno, dove sono conservate le reliquie di Sant’Adalberto, il primo evangelizzatore della Polonia. E’ questo “il vero inizio del suo pellegrinaggio polacco – scrive Weigel – lungo ‘il percorso della storia della nazione’, da Gniezno a Cracovia, passando per Czestochowa e le reliquie di san Stanislao”.

Il 3 giugno, giorno della Pentecoste, il Papa polacco, faceva rivivere “…un’esperienza pentecostale, che coinvolgeva l’intero mondo slavo e la sua storia recente e metteva in discussione la divisione dell’Europa operata a Jalta”. Il 4 e 6 giugno si è recato a Jasna Gora, dove c’è il santuario della nazione alla Madonna Nera, qui era il luogo in cui si imparava davvero che cosa era la Polonia e che cosa erano i polacchi. Chiunque desideri “sapere come interpreta la storia il cuore dei polacchi… deve venire qui”.
La Chiesa di Giovanni Paolo II non reclamava “privilegi”, ma soltanto la libertà religiosa, indispensabile per lo svolgimento della sua missione evangelica e morale. Ricordando il documento del Vaticano II sulla libertà religiosa, il papa chiedeva la normalità di perseguire la verità secondo i dettami della coscienza, per ciascun individuo. Mentre allo Stato ricordava, che esso esisteva per servire la società e non viceversa. “La vita, la testimonianza e la morte di san Stanislao per mano di un potere arbitrario, avevano innestato nel tronco della storia e della cultura polacca una grande verità: le leggi promulgate dallo Stato devono rispondere alla legge morale inscritta da Dio nella natura e nel cuore dell’uomo”, e questa è una “legge vincolante per tutti, sia per i sudditi sia per i governanti”.

Ricordando il martirio di san Stanislao, papa Wojtyla, imponeva ai polacchi di pensare a se stessi, ma in un contesto europeo, non certo in quello espresso dalla “Cortina di ferro”. Nonostante le diverse tradizioni esistenti nei vari territori europei, “vi è in esse lo stesso cristianesimo”, che ha origine dallo stesso Cristo, è proprio qui che stanno le radici della storia d’Europa. Per papa Wojtyla, “L’unione dell’episcopato polacco, da oltre un millennio al servizio della nazione e della sua unità, doveva ora essere posta al servizio di una responsabilità ancora più grande: “il cristianesimo deve ‘nuovamente impegnarsi nella formazione dell’unità spirituale dell’Europa. Le sole ragioni economiche e politiche non sono in grado di farlo. Dobbiamo scendere più in fondo: alle radici etiche”.

In Polonia c’è “cultura solo a partire dai mille anni di cristianesimo: voler cancellare quella realtà storica significa attentare all’integrità della nazione e distruggerla”, scrive Alain Vircondelet, nella sua biografia su Giovanni Paolo II, (Lindau, 2005) Pertanto,“il comunismo viene così denunciato come tirannico e la sua azione assimilata a un genocidio culturale”.

Il papa ricordava ai comunisti che stanno depredando la Polonia, la quale è esistita prima di loro.
In pratica il Santo Padre a Jasna Gora, aveva posto se stesso e la Chiesa contro la divisione dell’Europa effettuata a Jalta nel 1945. Tuttavia,“col passare dei giorni, il viaggio diviene profondamente rivoluzionario – scrive Vircondelet – Giovanni Paolo II attraversa il paese seminando libertà; in un certo modo, la Polonia viene nuovamente battezzata o cresimata nella sua fede”.

Pertanto quest’uomo “minacciava alle fondamenta l’intero edificio comunista, proprio perché ricorreva ad armi nei cui confronti il comunismo era molto vulnerabile”. Ecco perché due anni dopo cercarono di liquidarlo il 13 maggio in piazza S. Pietro a Roma.
Il 6 e il 10 giugno il pellegrinaggio giunge nella sua Cracovia, ma prima il papa visita Auschwitz, “il Golgota del mondo contemporaneo”.
A Cracovia si conclude il suo pellegrinaggio davanti a forse tre milioni di fedeli, più di quanti se ne fossero mai riuniti in tutta la storia polacca. Rivolgendosi al suo popolo, disse: “Dovete essere forti, carissimi fratelli e sorelle! Dovete essere forti della forza della fede…”. Gerge Weigel, conclude il capitolo dedicato al viaggio in Polonia con la frase: “Una lezione di dignità”, riferendosi al popolo polacco, in pratica,“tredici milioni di polacchi, più di un terzo della popolazione del paese, avevano visto il Papa da vicino (…) In nove giorni la Polonia aveva vissuto ‘un terremoto psicologico, una catarsi politica di massa’(…)Giovanni Paolo II aveva detto le cose che i polacchi sapevano da decenni, ma che non potevano esprimere in pubblico”. Lo ha detto in polacco bello e nobile, non nella lingua imbalsamata della Polonia comunista.

Il Papa più volte aveva ribadito di voler fare un pellegrinaggio e dunque gli effetti dovevano essere quelli spirituali, che si percepirono subito nel modo di comportarsi dei polacchi. Weigel conclude, “Il comunismo aveva promesso la solidarietà fra le masse e aveva prodotto l’atomizzazione, il malumore e la sfiducia. Giovanni Paolo II aveva portato quello che i ‘compagni’ avevano promesso ma che non avevano mantenuto, e aveva cominciato a ricucire le lacerazioni che essi avevano deliberatamente alimentato”.

 

“QUANTE DIVISIONI HA IL PAPA?”

Il viaggio del Papa in Polonia ha cambiato tutti gli assetti geopolitici non solo in Polonia ma dell’intera Europa dell’est.

Per quanto riguarda il paese polacco, prima era chiaro chi fossero “loro”, i piccoli burocrati di partito, i picchiatori dell’SB, non era chiaro chi fossero i “noi”.

L’esperienza del pellegrinaggio papale aveva fornito a dieci milioni di polacchi la risposta: “’Noi’ siamo la società , il paese è nostro; loro sono soltanto un’incrostazione (…)” Karol Wojtyla ha ridato dignità individuale e autorità ai suoi conterranei. “Giovanni Paolo II aveva vinto una grande battaglia, – scrive George Weigel nel suo voluminoso “Testimone della speranza”- aveva segnato un punto di non ritorno”.

Si era diffusa la percezione che “il fondamento di qualsiasi sfida dei ‘noi’ contro ‘loro’ doveva essere il rinnovamento morale”. Il popolo polacco intanto ha dato una grande “lezione di dignità”, mentre il governo polacco, tirò un sospiro di sollievo quando finalmente Giovanni Paolo II se ne andò, ma “i buoi come aveva detto in un’altra occasione il Papa, erano già usciti dalla stalla”.
In pratica Giovanni Paolo II in quei nove giorni di pellegrinaggio ha gettato le basi per la rivoluzione sociale e politica della Polonia. Dopo 448 giorni era scoppiata la rivoluzione dello spirito. “Nei cantieri navali Lenin di Danzica un ex elettricista disoccupato, Lech Walesa, firmò un accordo con una grossa stilografica che aveva sul cappuccio l’immagine sorridente del Papa, un souvenir del pellegrinaggio del 1979. Con quel documento il governo comunista polacco riconosceva la legalità del primo sindacato indipendente e autonomo del mondo comunista: si chiamava Solidarnocs ossia ‘Solidarietà’”.

Wojtyla aveva liberato il suo popolo dalla schiavitù, aprendo la strada a un grande movimento non violento, di autodifesa sociale. Secondo il filosofo Jozef Tischner , amico del papa, Solidarnocs al momento della fondazione, era “una grande foresta piantata dalle coscienze risvegliate”. I semi di quel risveglio etico individuale li avevano gettati i genitori, i catechisti e il clero in circostanze difficili”. Certamente “gli scioperanti di Danzica- per Mieczyslaw Malinski – erano i bambini ai quali un tempo Wojtyla, insieme a tanti sacerdoti polacchi, aveva impartito la prima istruzione religiosa e morale in gelide chiese durante la Grande novena del cardinale Wyszynski”.

Quello di Solidarnocs fu un movimento sociale non violento,“nei suoi sedici mesi di libertà,- scrive Weigel – la rivoluzione della Solidarietà, unica fra tutte le rivoluzioni moderne, non provocò neppure una vittima”.

E questo accade non per una scelta tattica, ma per una questione di principio. Per Weigel, “la rivoluzione ispirata da Giovanni Paolo II invertì il modello sanguinario che si era affermato nella politica europea dal 1789 e aveva seminato infinite angosce fra i popoli d’Europa”. Così si stava avverando quello che il grande oppositore del comunismo Aleksandr Solzenicyn, aveva sempre sostenuto: una volta che il mondo comunista si liberava dalla cultura della menzogna, sarebbe crollata anche la violenza.

Così Giovanni Paolo II, “dissipando la menzogna, creò le condizioni perché si verificasse qualcosa che non aveva precedenti nell’Europa centrale del dopoguerra(…)”
Grazie al pontefice polacco, “i popoli accedono alla pace a all’ordine sociale, nella giustizia e nel rispetto di ogni uomo”, scrive Vircondelet. Giovanni Paolo II diventa il Papa dei diritti umani, fondamentale il suo discorso davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. “La politica, affermò il Papa, aveva a che fare con gli esseri umani. Era il loro benessere, e solo il loro benessere, la ragione dell’esistenza di una politica ‘nazionale o internazionale’, perché qualsiasi politica legittima ‘viene sempre dall’uomo, si esercita mediante l’uomo ed è per l’uomo’”. Qui il papa fa riferimento alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, “una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità”.

Il discorso di Giovanni Paolo II all’Onu fu un evento storico sotto vari aspetti. “Conteneva una diagnosi estremamente lucida della crisi della tarda modernità, che andava ben oltre i conflitti fra Est e Ovest, fra capitalismo e socialismo, fra ricchi e poveri. Era una crisi che toccava l’anima stessa dell’umanità e il cuore della lotta era spirituale e morale”. Pertanto continua Weigel, “senza mai nominare né il comunismo né il marxismo-leninismo, il discorso costituiva una sfida aperta al sistema sovietico, e così l’intesero i russi”. E di questo i rappresentanti dell’Est Europa erano spaventati.

Ma il papa in quel discorso “contestava anche la concezione politica come mera tecnica, una concezione che aveva influenti sostenitori in Occidente”.
Da questo momento la Chiesa è in prima linea nella difesa dei diritti umani. In quel discorso il papa metteva in discussione anche il pacifismo convenzionale. “Vi si affermava che la pace non dipendeva soltanto dalla riduzione degli armamenti, pur auspicabile, né da comportamenti individuali pacifici e caritatevoli. La pace – secondo Wojtyla- era piuttosto il risultato di un impegno morale a rispettare la libertà dell’uomo, creando strutture politiche giuste, sia nazionali che internazionali”.
A questo punto secondo Alain Vircondelet, che ha scritto una biografia abbastanza completa su Giovanni Paolo II (Lindau, 2005), il Papa diventa ingombrante, il suo modo di occupare i media, “il suo dinamismo preoccupano sempre più Mosca”. Il Papa polacco è la star del momento, “appare sempre più come un leader mondiale al di sopra delle parti, la cui autorità spirituale fa impallidire di gelosia e rabbia tutti i capi di stato”. Così Giovanni Paolo II diventa l’uomo da eliminare. “(…) è diventato un simbolo ingombrante per tutti i poteri politici e ogni suo atto è spesso percepito come una provocazione nei confronti del mondo del denaro, della guerra e dell’egoismo”.

Si giunge al fatidico 13 maggio 1981, quando alle ore 17,07 in piazza S. Pietro il killer turco Ali Agca spara al pontefice. Ancora oggi non si ha, secondo Marco Invernizzi, che ha scritto recentemente un pamphlet su San Giovanni Paolo II, consapevolezza dell’estrema gravità dell’attentato al Papa. Certamente è stato un gesto che non era mai successo in tutta la storia della Chiesa.
La prima considerazione che si è fatta è che il grave attentato si compie il giorno dell’anniversario dell’apparizione della Madonna a Fatima ai tre pastorelli portoghesi, il 13 maggio 1917. “Come non prestare attenzione e fede a quei segni tangibili della presenza di Dio?” Wojtyla appena riprese conoscenza, il suo pensiero si rivolse al santuario di Fatima e viene a conoscenza del testo esatto del “Terzo segreto” di Fatima. “Era stata una mano materna a guidare la traiettoria della pallottola”. Dopo questo attentato, “nulla sarà come prima”.

Presto gli investigatori parlarono di “pista bulgara”, peraltro il Papa non mostrò mai interesse per chiarire la vicenda dell’attentato, lo scrive Andrea Riccardi nella sua biografia su Giovanni Paolo II. (San Paolo, 2010) “Nel 2005 colloca l’evento in uno scenario: l’attentato è una delle ultime ‘convulsioni’ dei totalitarismi novecenteschi. Il papa allude al comunismo, anche se vede l’evento concatenato alla ‘prepotenza’ di tutti i totalitarismi del XX secolo”. Tuttavia per il massimo collaboratore del papa, monsignor Stanislao Dziwisz, tutto conduceva al KGB come principale organizzatore dell’attentato.

 

L’EUROPA DI SAN GIOVANNI PAOLO II.

Visto che gli europei domenica prossima andranno ad eleggere il nuovo parlamento (a proposito a che serve, se poi comandano sempre le stesse lobby?), non potevo non fare riferimento al grande impegno di Giovanni Paolo II per l’Europa. L’insistenza di Karol Wojtyla per un’Europa unita, è molto forte, al punto che Andrea Riccardi nella sua biografia, che ho citato più volte, percepisce il papa polacco come un vero“primate” d’Europa, un titolo mai attribuito ufficialmente al papa, ma di fatto da lui svolto come guida effettiva del cattolicesimo europeo con una visione continentale”.

Nei suoi numerosi interventi, “quasi mille”, che ha dedicato all’Europa, il papa ha sempre ribadito che “per rinnovare la società, bisogna far rivivere in essa la forza del messaggio di Cristo”. E’ il “sogno di Compostela”, espresso nel grande santuario spagnolo, meta tradizionale di pellegrinaggi che attraversavano l’Europa nel Medioevo. Nel 1982, il papa, rivolge un accorato appello agli europei: “Grido con amore a te, antica Europa: ritrova te stessa. Sii te stessa. Riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici. Torna a vivere i valori autentici che hanno reso gloriosa la tua storia e benefica la tua presenza sugli altri continenti. Ricostruisci la tua unità spirituale, in un clima di pieno rispetto per le altre religioni e le genuine libertà…Non deprimerti per la perdita quantitativa della tua grandezza nel mondo o per le crisi sociali e culturali che ti percorrono. Tu puoi essere ancora faro di civiltà e stimolo di progresso per il mondo. Gli altri continenti guardano a te”.
Continuo citando il professor Riccardi: “Giovanni Paolo II è stato un modello di cristiano europeo. La sua fede, il suo interessamento ad altri mondi, la sua preoccupazione per i paesi attanagliati dalla povertà, la sua partecipazione alla missione della Chiesa, comunicano un modo di essere cristiani europei”.
Il Papa però non si illude, sa che l’Europa ha tanti problemi, sa che il cristianesimo europeo è in crisi, ma sa pure che il cristianesimo è un elemento decisivo nel configurare l’unità dell’Europa e la sua missione nel mondo.
Tra l’altro Wojtyla, condivide la sensazione che ha manifestato il cardinale Lustiger sull’Europa: “Mi domando se non siamo sul punto di morire”, ma Giovanni Paolo II, fa di tutto per contrastare questo declino. Era convinto che l’Europa avesse una missione fuori dal continente, fin da quando era cardinale a Cracovia. Infatti, Giovanni Paolo II collega i destini della sua Polonia a quelli dell’Europa. “La nazione risorgerà – aveva scritto Mickiewicz ne Il libro della Nazione polacca – e libererà tutti i popoli d’Europa dalla schiavitù”.
Fin dal 1979 Wojtyla da Papa, nella cattedrale di Gniezno, dove giacciono le spoglie di sant’Adalberto, evangelizzatore della Cechia e della Polonia, aveva detto solennemente, facendo eco ai temi del romanticismo polacco: “Non vuole forse Cristo, non dispone lo Spirito Santo, che questo papa polacco, papa slavo, proprio ora manifesti l’unità spirituale dell’Europa cristiana?”.

Nel testo “Memoria e Identità” (Rizzoli, 2005) il papa ritorna sulla collocazione della Polonia con la nuova Europa. Wojtyla critica la tesi del “ritorno in Europa”; per lui la Polonia, nonostante la separazione forzata ad opera del comunismo, era sempre stata vicina e ha sempre contribuito alla formazione dell’Europa. Il Papa espone mirabilmente con estrema sintesi la storia polacca. Fin dal battesimo nell’anno 1000, al Congresso di Gniezno, i primi sovrani della Polonia si impegnarono a costituire uno Stato, diventando baluardo contro le varie pressioni esterne. “Noi polacchi – afferma il papa – abbiamo, dunque, preso parte alla formazione dell’Europa: abbiamo contribuito allo sviluppo della storia del continente, difendendolo anche con le armi. Basti ricordare, per esempio, la battaglia di Legnica (1241), quando la Polonia fermò l’invasione dei Mongoli in Europa. E che dire poi di tutta la questione dell’Ordine Teutonico (…) Poi il Papa ricorda quando Giovanni III Sobieski, nel XVII secolo, salvò l’Europa contro il pericolo ottomano nella battaglia di Vienna (1683)“

Fu una vittoria che allontanò quel pericolo dall’Europa per lungo tempo”. Ma anche sul piano culturale la Polonia “recò uno specifico contributo alla formazione dell’Europa” E qui il Papa fa riferimento alla “regola d’oro” dell’Università Jagellonica, dove studiarono Matteo di Cracovia, Nicolò Copernico.
Dunque a Karol Wojtyla stava molto a cuore il vecchio continente, oltre i mille discorsi dedicati all’Europa, “parlano molto anche le sue azioni – scrive monsignor Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa – i suoi incontri, le sue decisioni, i suoi gesti simbolici(…)”. Per l’Europa il Papa ha voluto due assemblee speciali del Sinodo dei vescovi: nel 1991 e nel 1999. Il documento però che ci offre una sintesi della visione di Giovanni Paolo II sull’Europa, è la lettera apostolica post-sinodale “Ecclesia in Europa”, pubblicata nel giugno del 2003.

Qui ci sono le indicazioni di Wojtyla per il nostro continente. “Il Papa venuto dall’est”, “ha preferito parlare di ‘ri-unificazione’ dell’Europa o di ‘europeizzazione’ dell’Europa: per lui esisteva già l’Europa dello ‘spirito’, delle nazioni, dei popoli, delle Chiese, che non poteva ridursi a quella progettata da un gruppo di Paesi”. (Aldo Giordano con Alberto Campoleoni, Un’altra Europa è possibile, San Paolo 2013)
Giovanni Paolo II era ben cosciente per monsignor Giordano che “l’Europa è stata battezzata dal cristianesimo; e le nazioni europee, nella loro diversità, hanno dato corpo all’esistenza cristiana”, ma dall’altra parte vedeva i fenomeni del secolarismo, dell’ateismo, dell’indifferenza, dei totalitarismi atei. Dopo la caduta delle ideologie, avvertiva che ora c’era in gioco “la questione del senso della vita”: “questa è l’ora delle verità per l’Europa – diceva – I muri sono crollati…ma la sfida circa il senso della vita e il valore della libertà rimane più forte che mai nell’intimo delle intelligenze e delle coscienze (…)”. Bisogna “guardare a Gesù Cristo, il Figlio di Dio Crocifisso e Risorto: in lui c’è il fondamento e il futuro dell’Europa”.

Nel documento Ecclesia in Europa, il Papa ha chiesto ai cristiani di testimoniare con la vita, come i tanti martiri europei, la presenza del Risorto nella storia dell’Europa: “La Chiesa ha da offrire all’Europa il ben più prezioso, che nessun altro può darle: è la fede in Gesù Cristo, fonte della speranza che non delude, dono che sta all’origine dell’unità spirituale e culturale dei popoli europei(…) dopo venti secoli, la Chiesa si presenta all’inizio del terzo millennio con il medesimo annuncio di sempre, che costituisce il suo unico tesoro: Gesù Cristo è il Signore; in Lui, e in nessun altro, c’è salvezza”.
Nei decenni del suo pontificato il leit motiv è stato sempre lo stesso: l’Europa necessita di una evangelizzazione di nuova qualità e per questo il Papa insiste sulle radici cristiane dell’Europa: “o la nuova Europa si costruisce con la luce del cristianesimo o non ha futuro”. Purtroppo i gerontocrati o i giacobini che guidano l’Europa sono sordi a questo monito wojtyliano.

 

“SE SARETE QUELLO CHE DOVETE ESSERE METTERETE FUOCO IN TUTTO IL MONDO”.

E’ l’espressione di Santa Caterina da Siena, che Giovanni Paolo II utilizza rivolgendosi ai giovani della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata a Roma, nel 2000 in occasione del Giubileo.

“Voi siete la mia speranza” aveva detto il Papa all’inizio del suo pontificato. E questa non era una frase ad effetto, scrive Svidercoschi, nel libro con monsignor Dziwisz ( Una vita con Karol, 2007).Wojtyla fin dai primi anni di sacerdozio, aveva imparato a stare con i giovani, a capire i loro problemi, le loro contraddizioni, il perché dei loro interrogativi sulla religione e la Chiesa, la loro ansia di cambiare la società.

L’idea di dar vita a una giornata mondiale dedicata soltanto ai giovani è nata dopo un incontro con i giovani americani al Madison Square Garden di New York, nell’ottobre del 1979, “Quanto accade quella sera – scrive Bernard Lecomte – convincerà il seguito del papa che il suo pontificato, almeno su questo piano, non assomiglierà agli altri. Entrato nello stadio a bordo di una Ford Bronco appositamente allestita, Giovanni Paolo II effettua in un frastuono indescrivibile il giro di quel luogo abituato ad accogliere le più grandi stelle del mondo dello spettacolo.

L’ex attore del Teatro rapsodico sa comportarsi anche lui come una rockstar. Mentre gli altoparlanti diffondono il famosissimo tema di Star Wars interpretato da un’orchestra locale, il papa sale sul palco e si mette…a imitare il batterista. Poi solleva il pollice, all’americana, verso quelle centinaia di migliaia di adolescenti rapiti (…) Giovanni Paolo II sfodera un’ampio sorriso. La folla sovreccitata scandisce: John Paul two, we love you!”. (B. Lecomte, Giovanni Paolo II. La biografia, Baldini Castoldi Dalai, 2004)

I media plaudono alla manifestazione, il “Time” spara il titolo; “John Paul II Superstar”. I giovani comprendono che quell’uomo li ama davvero e parla loro con il cuore, lontano da calcoli politici e dalla demagogia. Costruirsi una vita che abbia un senso. E’ il succo del messaggio ai giovani, che continua a ripetere in ognuno dei viaggi in tutto il mondo. “Più vado avanti con l’età, più i giovani mi esortano a restare giovane”, spiega il papa a Vittorio Messori.
Le GMG che si terranno ogni due anni, “nessuno li ha inventate”, commenterà il papa, “sono state i giovani a crearle”. A pochi mesi dalla caduta del Muro di Berlino, il papa spiega ai giovani l’insuccesso delle ideologie, ma li mette in guardia contro l’edonismo e il permissivismo del mondo moderno. Ai giovani radunati a Czestochowa, nel 1991, in Polonia, un milione di giovani, il Papa li invita a costruire “la civiltà dell’amore” e grida: “E’ venuta la vostra ora!”.
Monsignor Renato Boccardo, organizzatore delle Giornate Mondiali della Gioventù a partire dal 1992, insieme al giornalista Renzo Agasso, ha raccolto i suoi ricordi in un libro, “Il ‘Mio’ Giovanni Paolo II, (Paoline, 2013).

Boccardo a proposito delle GMG scrive: “Finalità principale delle Giornate è di riportare al centro della fede e della vita di ogni giovane la persona di Gesù, perché ne diventi costante punto di riferimento e perché sia anche la vera luce di ogni iniziativa e di ogni impegno educativo verso le nuove generazioni. I giovani sono così periodicamente chiamati a farsi pellegrini per le strade del mondo (…) Questo pellegrinaggio del popolo giovane costruisce ponti di fraternità e di speranza tra i continenti, i popoli e le culture. Si tratta di un cammino che deve diventare pellegrinaggio, attraverso le vie del mondo. Ai giovani argentini nel 1987 rivolge l’appello: “Siate disposti a impegnare quotidianamente la vita per trasformare la storia. Il mondo ha bisogno, oggi più che mai, della vostra allegria e del vostro servizio, della vostra vita limpida e del vostro lavoro, della vostra fortezza e del vostro impegno, per costruire una nuova società più giusta, più fraterna, più umana e più cristiana: la nuova civilizzazione dell’amore (…)”.

In occasione della IV Giornata Mondiale della Gioventù, sul Monte Gozo a Santiago de Compostela, nel 1989, in Spagna, attorno al santuario, il papa dice, “se voi tacete, grideranno le pietre!”. E proprio “lì a Santiago, che si trovano le radici stesse dell’Europa cristiana, perché lì ogni pietra parla della potenza della fede di intere generazioni di pellegrini(…)” A Santiago mezzo milione di giovani testimoniano che il pellegrinaggio non è una pratica religiosa sorpassata ma è un mezzo per riscoprire Cristo nella nostra vita.

E qui il Papa esorta i giovani a “intraprendere una nuova evangelizzazione”, “e voi non potete mancare a questo importante appello. In questo luogo dedicato a san Giacomo, il primo degli apostoli che diede testimonianza della fede attraverso il martirio(…)” . Giovanni Paolo II invita i giovani a decidersi in modo definitivo a trovare la direzione del proprio “cammino”.
La decima Giornata Mondiale della Gioventù a Manila è stata quella del raduno più numeroso: forse sono stati cinque milioni al “Luneta Park”, il più grande incontro in tutta la storia dell’umanità. In un clima di intensa preghiera e riflessione profonda, “il Papa aiuta i giovani a capire il miracolo della Pentecoste nei suoi tre aspetti: santità, comunione e missione. Proprio questi tre aspetti sono ciò di cui la Chiesa ha bisogno oggi: la testimonianza dei santi, l’unità dei credenti e il dinamismo dei missionari”.

Nel corso degli anni, la struttura delle Giornate si è maggiormente definita con tre giorni di preparazione con le catechesi e i “festival della gioventù”, la “Via Crucis” e il momento penitenziale, infine la veglia, il momento più atteso dai giovani, e la messa conclusiva, che è il momento solenne, il cuore delle gmg. Qui le parole diventano impegnative, il sacrificio eucaristico consacra la risposta dei giovani al Signore e il mandato che essi ricevono: “Voi porterete l’annuncio di Cristo nel nuovo millennio. Tornando a casa, non disperdetevi. Confermate e approfondite la vostra adesione alla comunità cristiana a cui appartenete. Da Roma, dalla città di Pietro e Paolo, il Papa vi accompagna con affetto e, parafrasando un’espressione di santa Caterina da Siena, vi dice: ‘Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!’” Papa Francesco invece nell’ultima Gmg a Rio de Janeiro, ha esortato i giovani a fare un po’ di “chiasso” al ritorno nelle proprie diocesi.

Monsignor Boccardo ne “Il ‘mio’ Giovanni Paolo II”, sottolinea il coraggio dei giovani nell’aderire a una gmg, “è sempre impresa non da poco. Ci vuole il coraggio della partenza, bisogna decidersi di staccarsi, interrompere la routine(…)”. E un pellegrinaggio che “inizia nel cuore, ancor prima dei preparativi tecnici, del biglietto dell’aereo o del treno, prima di fare lo zaino: inizia con la volontà interiore di mettere a fuoco alcuni aspetti della nostra esistenza, di andare alla ricerca di qualcosa, di qualcuno; è una risposta all’iniziativa di Dio, al Signore Gesù che percorre le nostre strade per venirci a cercare(…)” Il Papa è realista, conosce bene la realtà dei giovani, presenta a loro “un autentico itinerario educativo”, come mete, obiettivi e mezzi, dove c’è “Tutto il Vangelo”; in pratica, “è un invito alla sequela di Nostro Signore.

 

INTRODUZIONE AL MAGISTERO DI SAN GIOVANNI PAOLO II.

In oltre un quarto di secolo abbiamo visto operare Giovanni Paolo II, un grande pontefice venuto da lontano, che si è imposto all’attenzione di tutti, ben oltre i confini della Chiesa. “Nessuna personalità di livello mondiale è rimasta nel cuore della gente come il Papa polacco. Nessuno ha inciso più di lui, non solo sulla vita della Chiesa, ma anche su quella della società”. Così si esprime padre Livio Fanzaga, nella prefazione al libro di Marco Invernizzi, San Giovanni Paolo II. Un’introduzione al suo Magistero, Sugarcoedizioni (2014 Milano).

Un libro nato soprattutto ai microfoni di Radio Maria da cui settimanalmente, dal 1989 alla morte di papa Wojtyla nel 2005, Invernizzi ha intrattenuto gli ascoltatori presentando loro le encicliche, le esortazioni apostoliche e i principali discorsi del Papa venuto dall’Est. Il testo della Sugarcoedizioni è un ottimo sussidio per coloro che vogliono accostarsi al Magistero di San Giovanni Paolo II. “Attraverso Radio Maria, Marco Invernizzi ha potuto presentare sistematicamente i passi di questo straordinario pontificato, – scrive padre Liviocommentandone gli insegnamenti nel dialogo con gli ascoltatori, sforzandosi di cogliere la portata storica – per il mondo e per la Chiesa – di una presenza eccezionale e collocandola nel misterioso disegno di Dio, che cammina con noi fino alla fine del mondo”.
Molto si è scritto sulla personalità poliedrica del pontefice polacco, sulla grandezza umana di Papa Wojtyla, tuttavia, durante il mio lungo itinerario di studio dei numerosi libri sulla sua figura, più volte ho pensato che la sua vita straordinaria poteva e potesse offrire molti contributi a tutti gli uomini e donne che intendono spendersi nell‘attività sociopolitica per il bene comune del proprio Paese .
Il libro di Marco riesce a fare sintesi dello straordinario e ricco Magistero di Giovanni Paolo II, i tantissimi discorsi, le Catechesi del mercoledì, le Encicliche, le Esortazioni apostoliche, le Costituzioni apostoliche e le Lettere apostoliche, un insegnamento durato ventisette anni di pontificato che non è ancora abbastanza conosciuto, studiato e assimilato dai credenti. Il testo di Invernizzi non è una biografia sul Papa, anche se l’autore ha dovuto tenere conto di alcuni avvenimenti della vita del Pontefice, di quegli accadimenti epocali che sono stati troppo significativi anche per comprendere il suo insegnamento, come l’attentato alla vita del Papa nel 1981, la caduta del Muro di Berlino nel 1989, il “passaggio” del Millennio nell’anno 2000.

Molti sono gli aspetti del suo pontificato che rimarranno impressi nell’opinione pubblica più degli atti del suo Magistero. Ricordiamo le “giornate di Assisi”, il grande significato apostolico che Giovanni Paolo II ha voluto attribuire ai suoi numerosi viaggi nel mondo, a cominciare da quello nella sua amata Patria polacca nel giugno del 1979, in tutti questi viaggi il Papa ha sottolineato le caratteristiche di una Chiesa missionaria che “offre” il Vangelo a tutti i popoli.
Ancora da ricordare l’istituzione delle Giornate mondiali della gioventù per promuovere un incontro “personalizzato” e diretto con i giovani. E poi l’apoteosi di devozione, che tutti hanno potuto costatare prima e durante i suoi funerali, nell’aprile del 2005. Ma “l’apparente sostegno universale che ha accompagnato la sua morte e la sua canonizzazione -scrive Invernizzi – non deve far dimenticare le critiche, che ci sono state e rimangono nei confronti del suo pontificato”. Chi ha osteggiato Giovanni Paolo II sono stati principalmente teologi e intellettuali che hanno espresso pubblicamente il loro dissenso. “L’accusa è quella di avere ‘fermato’ lo sviluppo della Chiesa negli anni dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) e di avere inserito quest’ultimo nell’alveo della tradizione ecclesiale, legandolo ai suoi documenti e nascondendo così la dimensione di evento epocale e rinnovatore dell’assise”.
Questi intellettuali sono affetti dal pensiero ideologico moderno che “divide” la storia in un “prima” (il passato) assolutamente negativo,- è la Chiesa prima del Vaticano II- e un “dopo” certamente positivo, sempre necessariamente migliore del passato. Scrive Invernizzi a proposito di questi intellettuali critici di papa Wojtyla: “Sono frange di intellettuali con molte possibilità di scrivere sui media e d’insegnare nelle università, ma che hanno perduto il contatto con la gente reale, quella che frequenta i santuari, le parrocchie, i movimenti e le associazioni, che riescono a penetrare nella vita sociale suscitando significative conversioni. E’ la gente – per esempio – che ascolta Radio Maria e vuole bene al Papa anche se non ha studiato teologia”. Pertanto secondo Invernizzi, “uno dei risultati più significativi del pontificato di Giovanni Paolo II consiste proprio nella perdita d’influenza e soprattutto di audience da parte di questa schiera di intellettuali progressisti”.

Ma oltre ai progressisti, le critiche a Giovanni Paolo II arrivano anche dal mondo cosiddetto tradizionalista, specialmente quelle della Fraternità Sacerdotale San Pio X, il cui fondatore, mons. Marcel Lefebvre (1905-1991) è stato scomunicato durante il pontificato di Giovanni Paolo II per aver consacrato quattro vescovi contro la volontà del Papa. Le accuse dei tradizionalisti al Papa sono l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la libertà religiosa, ma spesso per Invernizzi, c’è anche e soprattutto incomprensione e ignoranza del Magistero di Wojtyla.
Questi pensano che la Chiesa ha cominciato a “sbandare” a causa del Vaticano II, e per questo dovrebbe essere messo da parte, se non addirittura sconfessarlo. In pratica questi tradizionalisti non sono disposti a seguire gli ultimi pontefici nel loro tentativo di guidare la Chiesa in una “riforma nella continuità”, come ha ribadito Benedetto XVI il 22 dicembre 2005. “Costoro partono dalla reale constatazione dell’aggressione subita dalla Chiesa nella modernità e dalla crisi interna che ne è derivata, ma non si fidano del Magistero pontificio e delle indicazioni fornite dai Papi in questo lungo periodo e perciò fanno fatica a seguire il Pontefice polacco (…)” Peraltro Giovanni Paolo II nel suo testamento ha lasciato scritto che si sente debitore allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II, ed è convinto che le generazioni future attingeranno per lungo tempo alle “ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito”. Pertanto il Papa nel suo testamento desidera, “affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo”.
Un auspicio molto attuale, per questo Marco Invernizzi si augura che i credenti tengano viva la memoria e il ricordo del Magistero di San Giovanni Paolo II. Il suo libro pubblicato nell’aprile scorso da Sugarcoedizioni, vuole essere un piccolo contributo in questa direzione.

L’ATTEGGIAMENTO MISSIONARIO DEL PONTIFICATO DI SAN GIOVANNI PAOLO II.

In una intervista del 2005 Papa Benedetto XVI, faceva notare che l’insegnamento di Giovanni Paolo II “rappresenta un patrimonio ricchissimo che non è ancora sufficientemente assimilato nella Chiesa”. E soprattutto i suoi documenti, rappresentano “un tesoro ricchissimo” per interpretare il Concilio Ecumenico Vaticano II.

Nella sua prima enciclica, la “Redemptor hominis”, il Papa venuto dall’Est, fa memoria di come il Concilio abbia insegnato a rivolgersi agli uomini contemporanei attraverso il “dialogo”. Naturalmente, la Chiesa deve dialogare con gli uomini che vivono in questo mondo, con certe caratteristiche, che vanno conosciute perché il dialogo possa essere efficace. In questa enciclica secondo Marco Invernizzi, autore dell’agile pamphlet, “San Giovanni Paolo II. Un’introduzione al suo Magistero” Sugarcoedizioni (Milano 2014) si cominciano a definire le caratteristiche del pontificato di Giovanni Paolo II, che sono quelle dello spirito missionario. Il Papa aveva le idee chiare a questo proposito, si richiamava all’esortazione apostolica “Evangelii nuntiandi” di Paolo VI, che nel 1975 si sforzò di far penetrare nella Chiesa un profondo senso dell’apostolato missionario. “L’atteggiamento missionario – scrive Giovanni paolo II – inizia sempre con un sentimento di profonda stima di fronte a ciò che ‘c’è in ogni uomo’ (Gv 2,2).

Pertanto, “la missione non è mai una distruzione, ma è una riassunzione di valori e una nuova costruzione (…)”. Esiste per il Papa un rapporto tra la verità che il missionario deve trasmettere e la libertà che deve essere rispettata in colui al quale l’apostolo si rivolge, e qui che viene spiegato il senso della dichiarazione sulla libertà religiosa, “Dignitatis humanae”, del Vaticano II, “una dichiarazione – secondo Invernizzi – che vuole ricordare che la Chiesa, così come è custode della Verità che ha ricevuto, custodisce anche la verità sull’uomo, ossia il valore della sua libertà e dignità”. Alla Chiesa interessa solo: “che ogni uomo possa ritrovare Cristo, perché Cristo possa, con ciascuno percorrere la strada della vita, con la potenza di quella verità sull’uomo e sul mondo, contenuta nel mistero dell’Incarnazione e della Redenzione (…)”.

Il Papa comprende che la Chiesa incontra un uomo minacciato spesso dagli stessi progressi compiuti dallo sviluppo tecnologico. Giovanni Paolo II è molto duro nei confronti del XX secolo: “Il nostro secolo è stato finora un secolo di grandi calamità per l’uomo, di grandi devastazioni non soltanto materiali, ma anche morali, anzi forse soprattutto morali” (n.17)E’ sotto gli occhi di tutti che l’uomo moderno, che aveva teorizzato i diritti umani fondamentali, nella nostra epoca, si è allontanato dal rispetto del diritto naturale. Nella Redemptor Hominis, il Papa affronta alcuni argomenti che poi saranno ripresi nel corso del pontificato. Il ruolo dei teologi e la necessità che il loro insegnamento sia intriso di preghiera oltre che di scienza e di ricerca e che soprattutto, i loro studi, siano legati al Magistero. A questo devono vigilare i vescovi, come pastori, successori degli Apostoli che devono guidare il Popolo di Dio, in comunione con il Santo Padre.

L’importanza della centralità del sacramento dell’Eucarestia, che si lega necessariamente a quello della riconciliazione, che deve prevedere la confessione sacramentale personale, come raccomanda l’insegnamento costante del Magistero. Qui il Papa fa riferimento al tema della libertà, un tema che sarà centrale nel suo pontificato. Numerosi sono i suoi interventi sulla libertà religiosa e sul disprezzo dei principi fondamentali del diritto naturale. A questo proposito scrive Giovanni Paolo II: “Ai nostri tempi, si ritiene talvolta, erroneamente, che la libertà sia fine a se stessa, che ogni uomo sia libero quando ne usa come vuole, che a questo sia necessario tendere nella vita degli individui e delle società. La libertà, invece, è un grande dono soltanto quando sappiamo consapevolmente usarla per tutto ciò che è il vero bene. Cristo c’insegna che il miglior uso della libertà è la carità, che si realizza nel dono e nel servizio” (n.21)
A questo punto Invernizzi commenta le pagine dell’enciclica di Giovanni Paolo II che fornisce una singolare lettura del Vaticano II, “entusiasmante ma pochissimo diffusa, anche fra i vescovi”. Indubbiamente “Il Concilio è stato l’avvenimento centrale della Chiesa del secolo XX e non poteva essere altrimenti, trattandosi della convocazione di tutti i vescovi del mondo per mettere la Chiesa cattolica nella condizione di affrontare le sfide dettate dalla nuova situazione mondiale”.

Un Concilio pastorale come spiegò Giovanni XXIII nel discorso inaugurale dell’11 ottobre 1962, “che doveva indicare alla Chiesa con quale nuovo atteggiamento si sarebbe dovuta porre nei confronti di un mondo che si riteneva fosse profondamente cambiato in seguito alla realizzazione della cosiddetta modernità, dopo la Rivoluzione del 1789, ma anche di fronte alla stessa modernità, che si sarebbe poi manifestata in tanti aspetti con la rivoluzione culturale del 1968”.
L’indizione del Concilio colse tutti di sorpresa, provocando una certa agitazione nella Chiesa. Anche durante i lavori perdurò l’agitazione, talvolta si arrivò ad infiammare e a dividere la stessa cristianità, almeno in Occidente, non soltanto durante la durata dell’assise, ma anche soprattutto negli anni successivi. Intanto il futuro pontefice Giovanni Paolo II, nella sua diocesi polacca, vivrà invece il Concilio “come un dono e un’occasione di arricchimento della fede, in una prospettiva missionaria e di rinascita spirituale”.

Due furono le interpretazioni dialettiche del Concilio in quell’epoca profondamente ideologica, “eravamo nel pieno del ‘secolo breve’”. Una dialettica ideologica che era penetrata anche dentro la Chiesa. Il clima era quello dove ci si contrapponeva tra Chiesa preconciliare e un’altra postconciliare, tra progressisti e tradizionalisti. Il classico schema “progressista” , applicava alla Chiesa l’utopia di una società di liberi e uguali, pertanto, secondo Invernizzi, si confondeva, “l’incontro con Cristo al termine della storia, il giudizio universale, con il progresso indefinito dell’umanità raccontato dalle ideologie illuminista e marxista”. Così applicando questo schema alla storia della Chiesa, “il Concilio diveniva una sorta di svolta epocale fra il tempo ‘oscuro’ della Chiesa costantiniana e tridentina e finalmente quello della ‘luce’ portata dall’assise conciliare; che avrebbe cambiato tutto riconoscendo l’inferiorità e l’arretratezza della Chiesa nei confronti del mondo”.
Invece, leggendo attentamente i documenti conciliari, la realtà è tutta diversa: “la svolta conciliare consisteva nel cercare un modo adeguato alle caratteristiche dell’uomo moderno per trasmettere il Vangelo e la dottrina della Chiesa, che non possono mutare ma soltanto essere comprese meglio”. Era questo il significato che aveva dato il Santo Padre Giovanni XXIII.

 

KAROL WOJTYLA DOPO L’ATTENTATO ENTRA NEL “MISTERO DI FATIMA”.

Il testo di Marco Invernizzi, Reggente nazionale di Alleanza Cattolica, punta l’attenzione su l’attentato del 13 maggio 1981 a Giovanni Paolo II: “l’ingresso nel mistero di Fatima” e quindi evidenziare il Magistero Mariano del Papa Santo.

Intanto per Invernizzi, nonostante le diverse opere pubblicate sull’attentato, “non c’è stata un’attenzione mediatica proporzionata all’enormità dell’episodio e all’ancora più sconcertante epilogo: il Papa ferito gravemente ma non ucciso, rimasto in vita per portare a termine la sua sfida ai regimi totalitari e fare uscire la Polonia dal patto di Varsavia e per continuare a guidare la Chiesa dentro al terzo millennio sulla strada della nuova evangelizzazione”. Karol Wojtyla lo ha spiegato esplicitamente, in particolare durante il pellegrinaggio a Fatima nel maggio del 1982, dove andrà per ringraziare e per esternare il suo “ingresso” nel mistero di Fatima.
Invernizzi insiste sulla disattenzione dei media al grave attentato: “sconcerta(…) l’assenza di una letteratura adeguata sull’episodio, anche dopo molti anni dalla caduta del Muro, nonostante le diverse inchieste giudiziarie, dalle quali peraltro è nata un’opera ricca di interesse storico e che aiuta a fornire un’interpretazione di quei fatti abbastanza conforme alla verità, scritta da Ferdinando Imposimato”. Al di là delle inchieste giudiziarie, è evidente che il Papa, fu salvato da una mano materna, “la Chiesa non era stata decapitata – scrive Invernizzi – ma i cattolici e le autorità ecclesiastiche che la guidavano in quei giorni erano frastornati, preoccupati, incerti”. Siamo nel clima di “guerra fredda”, in Italia, c’era stata la consultazione referendaria che il 17 maggio boccerà la richiesta abrogativa della legge 194, che legalizzava l’aborto.

“Il senso comune della popolazione – scrive Invernizzi – attribuiva la responsabilità dell’attentato all’URSS, senza dubbio alcuno. Fin dall’elezione al soglio di Pietro era apparso chiaramente che il papa venuto dall’Est avrebbe contribuito ad erodere il consenso e il prestigio del comunismo e dei regimi del socialismo reale”. Peraltro il viaggio in Polonia del Santo Padre aveva messo in moto un meccanismo di rivolta che neanche la brutale violenza del colpo di Stato del generale Jaruzelski, avrebbe potuto fermare dentro e fuori i confini polacchi.

C’era un conflitto in corso, anche se il Papa polacco non si presentava al mondo come “(…)il paladino della lotta anticomunista, ma semplicemente promuoveva una nuova evangelizzazione in ogni Paese del mondo, anche attraverso una sua presenza diretta, e con una forte sottolineatura del tema della libertà religiosa”. Il comportamento di Ali Agca risulterà sempre contradditorio, ambiguo, fino a farsi passare per pazzo, quasi volesse coprire qualcuno o qualcosa. Emergerà una “pista bulgara”, i cui attori poi verranno assolti per insufficienza di prove.

Si tratta dell’attentato più eclatante del XX secolo per giunta fatto ad un Papa. Ancora oggi ci sono tanti elementi di suspense che lo rendono un interrogativo inquietante e affascinante per lo storico e per il credente. E’ del tutto evidente che esiste un legame fra l’attentato al papa, avvenuto proprio il 13 maggio e il mistero delle apparizioni di Fatima dove, nel 1917, dal 13 maggio al 13 ottobre, la Madonna apparve per sei volte a tre giovanissimi pastori.

Wojtyla verrà introdotto in questo mistero tanto che al suo risveglio in ospedale leggerà quella terza parte del segreto che non era stata ancora rivelata. Da quel momento Fatima diventa una componente centrale del pontificato di Giovanni Paolo II.
Non sto qui a descrivere il significato delle apparizioni di Fatima e del messaggio costituito in tre parti. Gli uomini con i loro sacrifici e preghiere possono realmente incidere nella storia, come dimostra il fatto che il Papa non è stato ucciso, come sarebbe dovuto accadere secondo la terza parte del messaggio. Per Marco Invernizzi, “proprio all’importanza e alla drammaticità della storia si rivolge il messaggio di Fatima, mettendo in luce la libertà delle creature e la possibilità di influire sugli stessi avvenimenti storici”. E’ un richiamo rivolto alla responsabilità degli uomini e spesso non incontra il favore neanche dei cattolici.

“Infatti, dopo l’apoteosi degli anni 1950, quando le Madonne pellegrine hanno contribuito a diffondere il messaggio di Fatima fino nelle più remote parrocchie, e non soltanto in Italia, il messaggio di Fatima negli anni del post-Concilio è stato più o meno apertamente accantonato insieme alle posizioni anticomuniste”. Ma questo clima per Invernizzi per certi versi perdura anche oggi nonostante la parentesi di grande devozione mariana del pontificato di Giovanni Paolo II. Indubbiamente il messaggio di Fatima ci ha aiutato ad interpretare la storia del Novecento, ma nonostante questo secondo Invernizzi, il messaggio “sembra rimanere confinato in ambiti ristretti e la rivelazione della terza parte del segreto, tanto attesa, non ha stimolato quel sano stupore di chi, credente, trova in una rivelazione soprannaturale una chiave per comprendere qualcosa in più del proprio tempo storico”.
Il pontificato di Giovanni Paolo II sarà sempre segnato da Maria, fin da giovane, si era legato alle opere di san Luigi Maria Grignon de Montfort ed in particolare con il “Trattato della vera devozione”, l’opera più importante e celebre del sacerdote francese, promotore del voto di “schiavitù” a Maria da parte del fedele.

“Il Magistero mariano accompagnò costantemente l’insegnamento del Papa e si arricchì di almeno due documenti di grande rilevanza”. Il primo è l’enciclica Redemptoris Mater, l’altro documento è la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae.

Un altro argomento abbastanza presente nel magistero wojtyliano è quello della Famiglia, cellula della società e Chiesa domestica. Nel 1981 uscirà l’esortazione apostolica “Familiaris consortio”, il documento si fonda scrive Invernizzi, “su un principio semplice ma non frequentemente utilizzato nella pastorale sulla famiglia, che rischia spesso di essere ridotta al luogo dei sentimenti e degli affetti oppure a quello dell’utilità sociale, peraltro veri, ma non fondativi”.

 

IL MAGISTERO SULLA FAMIGLIA E SULLA DONNA DI PAPA WOJTYLA.

La lettura e lo studio del Magistero di san Giovanni Paolo II è molto utile per risolvere i tanti problemi della nostra società disperata, ha una straordinaria attualità, merita maggiore attenzione ed essere presentato e richiamato almeno nel mondo cattolico, anche perché nonostante la grande visibilità che ha avuto il pontefice polacco, sono pochi quelli che hanno avuto l’opportunità di leggere i suoi documenti.
Dunque insisto e continuo il mio studio sul grande e impegnativo Magistero wojtyliano. Il tema della Famiglia è prioritario per Papa Wojtyla.

Nel 1981 pubblica l’esortazione apostolica post-sinodale “Familiaris consortio”. Il documento manifesta un approccio non solo giuridico, morale o politico al tema del matrimonio e della famiglia, ma soprattutto teologico. Al Papa preme mettere in risalto in modo particolare il ruolo e il compito dei coniugi cristiani. “Gli sposi – scrive Invernizzi – vennero così investiti di una grande responsabilità ma anche di un compito entusiasmante: sposarsi doveva diventare ciò che era originariamente nel piano divino, una vocazione, una chiamata a testimoniare l’azione di dio attraverso l’amore umano e così costruire una società migliore”. 
Tutto questo certamente, “non era e non è una cosa facile”, già allora nel 1981, oltre alla celebrazione del mio matrimonio, si legalizzava l’aborto con la vittoria del referendum, in quei giorni “si comprese che l’Italia non era più una società cristiana, una cristianità, perché il senso comune dei suoi abitanti era ormai a larga maggioranza ostile al sentire della Chiesa”. Pertanto da quel giorno secondo Invernizzi, “si cominciò a riflettere sul fatto che non c’era più una cristianità da difendere, ma un mondo da riconquistare, e che bisognava trasformare l’atteggiamento del guardiano, con quello del missionario”.

Quindi continua Invernizzi, “Il processo di scristianizzazione continuò ad avanzare e a colpire la famiglia; soprattutto come ha fatto notare lo statistico Roberto Volpi, togliendo dal cuore dei giovani il matrimonio come un ideale da realizzare e la famiglia come un bene da costruire”. Nell’esortazione apostolica San Giovanni Paolo II ai coniugi indicò una meta e un compito, quello di “incarnare nella vita quotidiana quelle parole male usate o abusate nel gergo corrente: amore, fedeltà, comunione, solidarietà, tutte espressioni che evocano quasi sempre qualcosa di ambiguo, addirittura equivoco”.
“Diventa ciò che sei!”, dice il Papa rivolgendosi alla famiglia, cioè una comunità che nasce dal rapporto di donazione esclusivo e indissolubile fra un uomo e una donna. Questo è un punto fondamentale scrive Invernizzi nel testo che sto seguendo, perché “se non si riuscirà a convincere del valore dell’indissolubilità, e a recuperare nell’esperienza vissuta, i matrimoni non ripartiranno e non si sosterranno.

Quel ‘per sempre’ così difficile da pronunciare per il giovane, ma anche per l’adulto di oggi, è forse la chiave, il punto di partenza per la ricostruzione di matrimonio e famiglia, perché indica l’accettazione dell’esistenza di qualcosa di più grande di sé e della propria libertà, a cui donarsi appunto per sempre”. E in questi momenti difficili della nostra società di oggi, si comprende la grande importanza dell’insegnamento del Pontefice polacco, che sottolinea il valore specifico della donna, dello sposo e del padre, e i diritti del bambino e degli anziani, cioè di tutte le figure protagoniste della cellula fondamentale della società.

Invernizzi nel testo pubblicato da Sugarcoedizioni, ricorda le Conferenze dell’ONU a Il Cairo e a Pechino, nel 1994 e 1995 dove le grandi lobby contro la famiglia, hanno imposto ai governi cosiddetti sottosviluppati il controllo della maternità, attraverso la contraccezione e aborto e l’ideologia del gender. In pratica soltanto la Chiesa si è opposta a questa forma di dittatura tecnocratica. Per questo il Papa dedicherà tanti sforzi a presentare la dottrina sull’amore umano e alla Teologia del corpo, in particolare con gli appuntamenti del mercoledì in piazza S. Pietro, dal 1979 al 1984.
Altri due documenti meritano di essere ricordati: “La Carta dei diritti della famiglia” (1983) e la “Lettera alle famiglie” (1994). Il Papa è convinto che la famiglia è il fondamento della civiltà, “la civiltà dell’amore”, oggi aggredita da un pensiero e da una cultura della morte. “Infatti se esiste da un lato la ‘civiltà dell’amore’, permane dall’altro lato la possibilità di un’’anti-civiltà’ distruttiva, com’è confermato oggi da tante tendenze e situazioni di fatto”. Wojtyla ribadisce che questa anti-civiltà, nasce dalla crisi della nostra epoca, una “crisi di verità”, cioè una “crisi di concetti”, dove i termini più utilizzati nel lessico corrente, come amore, libertà, dono sincero, persona, sono stati stravolti”. A questo proposito il papa raccomanda la sua enciclica sulla verità, “Veritatis splendor”.

In questo fondamentale documento il Pontefice analizza il razionalismo moderno, cominciato con Renè Descartes, che allontanandosi progressivamente dall’insegnamento cristiano su Dio, introduce il dualismo fra lo spirito e il corpo, favorendo ad affermarsi la tendenza “a trattare il corpo umano non secondo le categorie della sua somiglianza con Dio, ma secondo quelle della sua somiglianza con tutti gli altri corpi presenti in natura, corpi che l’uomo utilizza quale materiale per la sua attività finalizzata alla produzione di beni di consumo”. Tutti possono comprendere che tale ragionamento può sconfinare in enormi pericoli. Quando il corpo umano viene considerato come materiale, alla stregua degli animali, come succede per la manipolazione degli embrioni o dei feti, “si va incontro inevitabilmente ad una terribile sconfitta etica”.
Collegato al tema della famiglia San Giovanni Paolo II ha scritto le pagine più belle della Chiesa sulla dignità e la missione della donna oggi. In particolare nella Lettera apostolica “Mulieris dignitatem” (15 agosto 1988) tutta dedicata alla donna.

Ma il Papa, scrive Invernizzi, “non si accontenta di cavalcare la popolarità che le donne hanno nel mondo moderno per trovare uno spazio per quelle che si riconoscono nella Chiesa e professano la fede cristiana, spazio che potrebbe attenuare i tanti disastri provocati, soprattutto a partire dalla rivoluzione culturale iniziata nel 1968, dal femminismo e in generale dalla rivoluzione sessuale, che circa cinquant’anni dopo sta assumendo i connotati dell’ideologia del gender”. Tuttavia Papa Wojtyla vuole con questo documento, “rendere conto del perché la donna ha un ruolo, meglio una vocazione che gli uomini non devono piegare al loro modo di pensare le relazioni umane, che fra l’altro muta nei diversi periodi della storia”.

 

Rozzano MI, 24 giugno 2014
Natività di S. Giovanni Battista                                      DOMENICO BONVEGNA
                                                                                                        domenico_bonvegna@libero.it