UNA SCUOLA CHE INSEGNI E EDUCHI VERAMENTE. Provocazioni e riflessioni.

 

Qualche amico l’anno scorso mentre stavano allestendo il governo giallo-verde di Conti e Co suggeriva sui social di affidare il ministero della Pubblica istruzione alla prof. Paola Mastrocola, autrice di diversi libri che hanno suscitato interesse notevole nell’ambiente scolastico e non…A suo tempo ho letto “TOGLIAMO IL DISTURBO”, e subito sono stato “stregato” dal testo, pubblico qui un’ampia sintesi delle ben 8 puntate della mia anomala recensione di alcuni anni fa….

PUO’ AIUTARE UN LIBRO A CAMBIARE LA SCUOLA?

Il libro sulla SCUOLA che più di altri mi ha colpito è “TOGLIAMO IL DISTURBO. Saggio sulla libertà di NON studiare”, pubblicato da Ugo Guanda nel 2011. Già dal titolo, il testo è una vera e propria provocazione. Infatti la Mastrocola, inizia con una preghiera personale ai giovani, li invita a “scegliere loro, in prima persona, la vita che vorranno ignorando ogni pressione, sociale e soprattutto famigliare. In un mondo dove il giovane spesso passa per una vittima. Questi giovani dovrebbero fare un gesto coraggioso e rivoluzionario, riprendersi la libertà di scegliere se studiare o no, sovvertendo tutti gli insopportabili luoghi comuni che da almeno quarant’anni ci governano e ci opprimono”.

Certamente i giovani, le loro famiglie, devono essere libere di scegliere: “tutti hanno il diritto di studiare, ma anche il diritto di non studiare, o di studiare in modo diverso”. Incalza la Mastrocola, “Oggi nessuno di noi potrebbe affermare con certezza che studiare in modo astratto sia ancora proficuo, e che fare per esempio il liceo classico sia il massimo. Ma nemmeno che non lo sia. Non è detto(…) Nessuno sa chi sarà vincente, se colui che studierà ancora latino e greco o chi avrà scelto informatica e cinese o chi avrà cominciato, magari nel giardino di casa sua, a coltivare incroci tra le rose e le querce. Magari per esportarle a New York o a Pechino, un giorno, chissà”.
“Togliamo il disturbo”, si divide in tre parti: una prima parte descrittiva, dei nostri giovani a scuola, per strada, al bar, la notte, i nonstudianti insomma. La 2 parte, una specie di ricostruzione storica di come è andata a partire dal Sessantotto. Infine la 3 parte: lo studio come scelta, la “modesta proposta”, quale scuola mi inventerei . In pratica il libro rappresenta, la conclusione organica di quello che la Mastrocola aveva scritto un po’ disorganicamente, alcuni anni fa, ne “La scuola raccontata al mio cane”.

La professoressa nel libro raramente parla di questioni legate alle riforme, ma nelle prime pagine è abbastanza chiara, il problema della scuola di oggi, “non sono le riforme strabilianti, investimenti generosi che ricoprono di denaro le scuole. Il denaro non è il punto, purtroppo. Inutile anche pensare a rivoluzioni copernicane dei saperi e dei metodi d’insegnamento, a miracolosi corsi di formazione per insegnanti, a futuri maestri Superman, eroi di Supermotivazione, novelli Orfei capaci di motivare allo studio anche le pietre e le bestie feroci e le foglie degli alberi che si muovono al vento. Il vero problema è che i nostri giovani, almeno quelli che vanno al liceo, non hanno nessuna voglia di studiare”.

Piuttosto i nostri ragazzi sono concentrati sulle loro occupazioni, i giochi, le amicizie, gli svaghi. Guardiamoli come si comportano al sabato pomeriggio o alla sera, sembrano dei gechi incollati al muro, scrive la professoressa.
Circa il 60% dei ragazzi non sa perché studia. “Forse – scrive la Mastrocola – non studiano perché non sanno di dover studiare. Mi viene il dubbio che non lo sappiano perché noi non gliel’abbiamo detto”. Ci siamo dimenticati, non gli abbiamo detto che, “andando a scuola, dovevano anche studiare, e che era abbastanza necessario che lo facessero”.
La professoressa di Torino, non si illude, prevede valanghe di critiche al suo ragionamento: “i giovani non sono tutti così”. E’ l’insegnante che deve essere bravo a trasmettere la bellezza di quello che insegna, “e se non ci riesce è solo colpa sua, quindi che cambi mestiere. E poi se la scuola propina ancora Tasso, è chiaro che i ragazzi di oggi non hanno voglia di farlo(…)” Il solito ritornello di quelli che pensano che è sempre colpa dell’insegnante che non sa motivare. C’è un masochistico senso di colpa, legato alla parola, “motivazione”, una paroletta magica che ha fornito un meraviglioso alibi e ai ragazzi più svogliati e ai genitori più indulgenti: sì mio figlio non studia un accidenti, ma sai, ha un insegnante che non sa proprio motivarlo, non è capace, non lo appassiona… “
Il libro della Mastrocola volutamente provocatorio arriva ad essere anche irriverente della nostra società borghese. Togliamo il disturbo, giunge a polemizzare con il nostro benessere, con le nostre società opulente delle seconde case, dell’auto, la moto, la barca, due cellulari, due tv, le vacanze esotiche. Tutto questo, paradossalmente secondo la Mastrocola, forse distoglie dallo studio, dalla scuola, che è fatta per gente, che non ha niente, che imparando potrà migliorare la propria vita, la propria condizione sociale ed economica, e persino esistenziale.
Inoltre il libro contesta certe stupide ambizioni familiari, che non riguardano per niente il ragazzo. Infatti non si pensa a riconoscere quale sia l’ambizione giusta e naturale del ragazzo, ma quello che la famiglia desidera per se stessa.
Pertanto il libro denuncia una sorta di ipocrisia sociale: i genitori, constatano che il proprio figlio non ce la fa, che prende ogni giorno un’insufficienza, non capisce quel che sta scritto sui libri, non è in grado di studiare o semplicemente non ne ha la minima voglia. Cosa fanno? Invece di staccare la spina cambiando scuola o trovargli altro da fare, si incaponiscono fino all’estremo e a suon di euro, e lo mandano a lezione privata, a quella sorta di “Scuola Sommersa Pomeridiana”, per tutta la durata del liceo. Così, tra una lezione privata e l’altra, si arriva all’università, dove da qualche anno sono nati i corsi di azzeramento per insegnare la lingua italiana(le solite ortografia e grammatica…) a ragazzi che non sanno parlare, leggere e scrivere.
Ritornando alla disaffezione dalla scuola, secondo la Mastrocola, oggi si giustifica collettivamente il diritto di non studiare. Questo non era mai successo. “Nessuno di noi comuni mortali avrebbe giudicato suo diritto andare a scuola non studiando, o anche non studiare pur andando a scuola. Avevamo l’idea di un dovere -continua la Mastrocola – l’idea che non si dovessero fare esclusivamente le cose che procurano piacere, ma che qualche cosuccia di un po’ sgradevole o faticoso o di non completamente appagante facesse normalmente parte della vita(…)”
La professoressa, fotografa con grande precisione, l’odierna situazione della scuola: questi ragazzi, “vanno a scuola e non studiano. E’ una specie di avversativa-concessiva: vanno a scuola ma, ciò nonostante non studiano. Una paradossale aberrazione. Sarebbe come sedersi al ristorante e non ordinare niente, dicendo al cameriere: No grazie, guardi, stasera non mi va proprio di mangiare. Cosa pensate che direbbe il cameriere?”
Pertanto oggi i nostri ragazzi hanno collezionato una povertà lessicale sconcertante, afferma Mastrocola. Possiedono poche parole, quando leggono, ne ‘saltano’ moltissime perché non conoscono il significato. La povertà lessicale è esattamente causata dalla dismissione della lettura: Non si possiedono parole, se non si legge “. L’analisi mi ricorda un articolo provocatorio che ho letto del critico letterario, Ferdinando Camon,”se non leggi non vivi” . Ma se siamo a questo punto per la Mastrocola molte colpe sono degli adulti, forse non leggono perché noi a scuola non gli abbiamo più fatto Torquato Tasso (…)se noi ai giovani non abbiamo, in otto anni di scuola, strutturato la mente, i giovani adesso non leggono libri e non sanno scrivere (…) ‘strutturare’ vuol dire fare un progetto, gettare le fondamenta, erigere i pilastri portanti, i muri, il tetto.
Tuttavia però perché il ragazzo abbia voglia di leggere “deve trovare anche un mondo che attorno a sé ami leggere, o che perlomeno mandi il messaggio che è bene farlo. Se no, spiegatemi per quale ragione mai dovrebbe essere l’unico che lo fa”. La colpa è nostra, la generazione degli anni Cinquanta, noi generazione del Sessantotto e dintorni. Risultato finale: quasi nessuna sa più scrivere, il 70%, 2/3 dei ragazzi che escono dalle superiori, non sanno scrivere quello che eventualmente, pensano. Domanda finale: se questi sono i risultati di quindici anni di scuola, non era meglio andare tutti sull’ottovolante?

Il testo della professoressa Paola Mastrocola, ha l’intento di provocare. Peraltro la Mastrocola è consapevole che molti suoi colleghi, ma soprattutto i vari pensatori, scrittori di cose scolastiche o magari i cosiddetti “saggi” del ministero condividono poco le sue riflessioni sulla scuola.

Nel testo la Mastrocola in particolare, cita tre libri che sponsorizzano un futuro meraviglioso per la scuola e per l’intera società, sono scritti da Raffaele Simone, Francesco Antonucci e Alessandro Baricco. 
 “Sostanzialmente cosa dicono: il mondo è cambiato e cambierà sempre di più, e così serviranno sempre di meno, le parole. Grazie al Progresso, ai giovani non servirà più studiare, parlare, scrivere, leggere. Altro che poesie di Petrarca, Torquato Tasso e latino! Ci serve un’altra scuola, nuova, diversa moderna, al passo coi tempi”.

Secondo questi signori, la scuola è vecchia, perché si basa sui soliti e tradizionali modi di apprendimento. In pratica si basa sullo studio. Invece occorre imparare facendo e non studiando. Niente più studio sui libri, lezioni frontali, compiti in classe, interrogazioni, correzioni di compiti. Pertanto se i giovani non sanno più parlare è perché “il mondo si sta avviando verso un’era afasica dove il linguaggio non sarà più verbale; e se non studiano più, è solo perché sanno apprendere in altri modi, più sensoriali ed esperienziali: non hanno bisogno di leggere libri né di trattenerli nella mente, perché adesso imparano vedendo, toccando, vivendo”.
Il testo della Mastrocola, a volte, rischia di passare per politicamente scorretto, soprattutto quando fa riferimento ai mass media, in particolare alla televisione, tutti hanno diseducato. Non condivide gli interventi a tutti i costi, dove tutti devono parlare ed esprimere la propria opinione. Nessuno si chiede se quel che sta per dire abbia un senso o una sua ragione per essere detto. Con questo modo di fare non si comprende chi è competente e chi ha autorevolezza per parlare.
Se poi questo ragionamento, lo spostiamo sulla scuola, possiamo vedere come oltre all’autorevolezza si è persa anche la soggezione, abbiamo pensato che fosse un male, “così abbiamo abbassato persone, luoghi e oggetti. I superiori sono diventati nostri pari, e così ci siamo adoperati perché certi luoghi perdessero la loro connaturata sacralità”. Così a scuola, per esempio, siamo scesi dalla cattedra, a dare del tu agli allievi e a mettere i banchi in cerchio, in modo che non ci fosse un superiore e degli inferiori. Addirittura qualcuno degli esperti futuristi affermano che quanto prima non ci sarà più la cattedra e neanche la classe, tutti navigheranno liberi nello spazio.
La prof di Torino non ha paura di schierarsi, lo fa senza moderazione, in particolare, critica il cosiddetto donmilanismo e il Rodarismo, presente nella scuola italiana. In particolare difende il concetto di nozionismo, che invece cercavano di demonizzare quelle maestre elementari di Napoli incontrate in un convegno.

Non è un peccato avere nozioni, sentenzia Mastrocola, “anzi dovrebbe essere necessario per qualsiasi mestiere, anche per l’insegnante. La scuola dovrebbe insegnare nozioni: dovrebbe condurre alla conoscenza, a che altro se no?”
Purtroppo la parola ”nozionismo, è stata travolta da una valanga che si chiamò Sessantotto e che la sotterrò per sempre, riservandole solo odio e disprezzo. Ancora oggi – scrive la Mastrocola – , nozionismo, è una parola brutta, infame, vergognosa”. Forse per questo chi si occupa di nozioni, come i professori, i maestri, sono considerati, come gli ultimi della terra.

La Mastrocola fa un’ampia critica di don Milani e Gianni Rodari, per molti insegnanti, i loro libri, sono diventati come delle bibbie da seguire ciecamente. “Ne è nato una specie di grosso pensiero collettivo identitario comune, un pensiero in cui un folto gruppo di persone politicamente affini si è alla fine totalmente riconosciuto”. Sostanzialmente le teorie espresse dai due autori in Lettera a una professoressa, del 1967 e ne La Grammatica della fantasia del 1973, hanno preso piede in quasi tutte le scuole.
Intanto per la Mastrocola, è tutto da dimostrare che don Milani voleva una scuola senza nozioni. “Nelle sue classi si studiava eccome”. Don Milani, “semplicemente voleva una scuola che non escludesse dall’istruzione i ragazzi meno fortunati, quelli che per origini famigliari non possedevano gli strumenti per farcela. Giustissimo. Fu una grande scuola, la sua. Che forse poteva fare solo lui in quel modo”.

Comunque sia, il libro di don Milani viene subito sposato dalla “protesta studentesca e l’ideologia comunista e cattolica di tanti insegnanti, contrari all’idea di selezione e di nozionismo fine a se stesso. Si è pensato di “abbattere la scuola severa e classista di stampo gentiliano, – scrive Mastrocola – ingiustamente riservata ai soli figli di papà e destinata a formare le classi dirigenti del futuro”. Ma abolire l’Eneide, i classici, la grammatica, il latino, “significa, lasciare le persone come sono”. Così inevitabilmente la cultura si abbassa, è “quello che è stato fatto in questi anni dopo il sessantotto, così invece di aiutare i più deboli, li hanno penalizzati, affossati ancora di più”.

Pertanto per la Mastrocola è stata fatta, “una vera e propria, distruzione programmatica e scientifica di ogni contenuto culturale che priva per sempre di cultura proprio le classi basse, le quali invece avrebbero avuto bisogno proprio di una cultura alta”.
In nome dell’antinozionismo “democratico”, si pensava che non facendo più grammatica e letteratura, si proteggeva le classi deboli, invece così li abbiamo condannati per sempre a restare deboli. “Non abbiamo pensato che proprio a quei ragazzi era bene insegnare l’ Iliade del Monti, il latino e il greco, onde dar loro l’opportunità di scegliere se restare montanari o diventare professori a Oxford?”
Per la professoressa torinese, questo forse è il delitto più grave commesso dai cinquantenni o sessantenni di oggi. E i ragazzi dovrebbero ribellarsi per questo, altro che mancanza di soldi alla scuola pubblica.

Destra o sinistra, prevale sempre un pensiero scolastico genericamente progressista e totalitario.

Oltre al donmilanismo, la Mastrocola fa un’ampia critica al rodarismo, al metodo didattico nato dal testo di Gianni Rodari, La Grammatica della fantasia, dove l ‘autore auspica una scuola della fantasia, attraverso le parole e il loro libero gioco, i bambini arrivino a scrivere, a produrre in proprio filastrocche, favole, poesie, racconti.

 Rodari, smontava e rimontava un testo, partendo dalle parole, e giocando all’infinito sul senso e nonsenso. Per la Mastrocola questo è una rivoluzione. Rodari diventa il maestro della fantasia e con i suoi libri, forse anche involontariamente, forma migliaia e migliaia di maestri e maestre, in questi ultimi quarant’anni.
Così per Rodari, la scuola doveva smettere di fare cose noiose tipo la grammatica, per mettersi invece a educare alla libera facoltà creatrice. Rodari andava nelle scuole e si sedeva per terra, tra i bambini, metteva i banchi a cerchio, per far apparire che la scuola non sta facendo scuola.

La Mastrocola, però ammette: solo don Milani poteva fare scuola “alla don Milani”, solo Rodari poteva fare scuola”alla Rodari”. E così tutti gioiosamente, nella scuola elementare, hanno pensato che fare grammatica fosse un male. “Abbiamo dato inizio alla ‘scuola del gioco’; la scuola è gioco. Il messaggio, è stato che, se non si gioca, non va bene e che tutto ciò che non è divertente è da buttare. Forse abbiamo sostituito il verbo giocare col verbo studiare”.

Per la Mastrocola la fantasia dovrebbe essere un risultato finale, prima bisogna passare anni a studiare, immagazzinare nozioni, eseguire esercizi, leggere libri, annotare pensieri, ripetere lezioni e anche annoiarsi. Ma questo è un discorso controcorrente e difficile e forse preferiamo non farlo.
La Mastrocola punta l’attenzione sui vari concorsi a cui si dedicano colleghi delle elementari e delle medie, collezionano vittorie, e ne vanno fieri, così attraverso i concorsi si svicola tutti dalla normale e noiosa programmazione didattica, ancora, il solito ritornello: uscire dal piatto e tedioso nozionismo per approdare alla creatività libera e gioiosa. In pratica, un insegnante con il pretesto di un concorso, può smettere di fare il programma di grammatica o di letteratura, può evitare di sudare per ore cercando di far entrare una pagina nella zucca dei suoi bambini.

A coronamento di tutto questo metodo didattico, c’è un libro sempre di Rodari, Le Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica, nella quinta tesi c’è una critica alla pedagogia linguistica tradizionale, un preciso atto di accusa nei confronti della scuola tradizionale, incolpata di insegnare i verbi, l’ortografia, l’analisi logica e la sintassi, per di più ‘ai più dotati’.Tradotto significa: la scuola tradizionale è verbalistica, mentre la nuova scienza pedagogica, può far imparare l’ortografia in modo indiretto e non verbale, per esempio ballando, apparecchiando la tavola e allacciandosi le scarpe.
Per Mastrocola ha prevalso un’idea politica di scuola, in cui la cultura è una parola negativa.Così nel 2000, De Mauro al tempo della riforma di Berlinguer, combatte contro il tema di italiano. Si voleva una scuola utile, dei saperi pratici, concreti, spendibili.

Con Berlinguer si conclude il processo di democratizzazione della scuola iniziato negli anni sessanta. Dopo, -scrive Mastrocola – si sono succeduti governi di destra e di sinistra, ma nulla di sostanziale è cambiato. Le idee pilastro, della nuova scuola sono: obbligo scolastico il più esteso possibile, il tempo in classe il più possibile “pieno”, fede nelle nuove tecnologie multimediali, predominanza del metodo di studio sui contenuti, importanza dell’apprendimento e non dell’insegnamento, centralità dello studente, autonomia scolastica, il POF, ovvero il Piano dell’Offerta Formativa. In breve, una scuola che punta alla socializzazione e si alleggerisca dai contenuti culturali a cominciare dal latino.

E mentre gli americani, prendono le distanze da una formazione tutta appiattita sul presente e sull’utile, immediatamente e concretamente spendibile e ci sono imprese che addirittura formano i loro manager a colpi di cultura classica, con periodi di studio a base di filosofia, lingue classiche, lettura dei grandi capolavori letterari. Noi invece, riduciamo i contenuti, deculturalizzazione e deverbalizzazione: con vittoria conseguente delle verifiche a crocetta, delle animazione visive e teatrali e soprattutto dei videogiochi. Del resto Maragliano, presidente della commissione Berlinguer, scriveva: “Il videogioco è la più grande rivoluzione epistemologica di questo secolo”Lo smanettamento collettivo e l’invasamento tecnologico è la logica conclusione dell’antinozionismo invocato negli anni Sessanta.
L’ultimo capitolo della Parte Seconda,del libro affronta il tema dei nuovi mostri: famiglia, Europa, Internet. 

Qui la Mastrocola sfoggia una straordinaria conoscenza dei nuovi mezzi tecnologici, intorno ad internet, ma prima accusa un certo tipo di moralismo perbenista-progressista, qualcosa che va al di là degli esiti elettorali. E’ come se ci si ritrovasse post-sessantottini senza aver fatto il Sessantotto, iscritti a un progressismo univoco e leggermente totalitario.
La Mastrocola vede dominare nella scuola di oggi un pensiero scolastico genericamente progressista, che a sua volta diventa, un muro difficile da scalfire. I capisaldi di questo pensiero totalitario sono: 1 la scuola non deve insegnare nozioni; 2 la scuola deve motivare allo studio (possibilmente divertendo); la scuola deve far andare avanti tutti senza selezionare; 4 la scuola deve essere utile, e servire essenzialmente a trovare lavoro

Ecco la famiglia di oggi dagli anni novanta in poi si è inserita in questo contesto, magari, senza appartenere per forza a qualche partito politico, senza saper niente di sessantotto o della sinistra, senza aver letto Rodari o essere scesa in piazza per contestare. Le famiglie di oggi hanno accettato che la scuola non sia più severa, intransigente ed esigente. Se la scuola dà meno compiti, se dà poche insufficienze, e se poi li recupera con appositi corsi di recupero, va benissimo: la famiglia così ha più agio di andare in montagna e al mare, fare viaggi, etc. Se la scuola fa meno studiare e più giocare, va bene.

E qui la professoressa di Torino punta il dito sugli adultiuna società del piacere ha bisogno di una scuola del piacere, non certo di una scuola della sofferenza o della fatica! Infatti se la società degli adulti a un certo punto ha inteso la vita come un divertimento-intrettenimento, uno svago perenne, con ricerca spasmodica del successo e della felicità, la scuola non poteva certo rimanere una faccenda seria, barbosa ed esigente, in cui per esempio si dovesse studiare molto. Certo se un padre mette la sveglia alle tre per andare a prendere la figlia in discoteca, cosa pensate che possa fare la scuola? E così quando i figli non studiano la colpa è sempre degli insegnanti che non li sanno motivare.

I “minotauri” dell’Europa propongono una scuola non dei Saperi ma delle Competenze, un sistema vecchio di sessant’anni. 

Dopo la famiglia, il 2° mostro per la professoressa Paola Mastrocola, è l’Europa, in particolare i ministeri dell’istruzione che sembrano dei labirinti, come il nostro, abitato da oscuri e latenti minotauri(…) invisibili, imprendibili tecnocrati, signori delle nuove tecnologie e delle strategie pedagogiche, sono loro che attualmente ci governano.

 Sono dei minotauri occulti, che abitano i ministeri di tutta l’Europa. E proprio dal Parlamento Europeo, che partono le direttive della scuola delle competenze. Di che si tratta? Una volta c’era la “la scuola delle conoscenze”, dei programmi, delle cose da studiare e da sapere: le guerre, le poesie, il corpo umano etc. Cose che bisognava insegnare e poi si pretendeva che si sapessero, senza chiedersi per quale motivo. Adesso invece c’è la scuola nuova, “delle competenze”. Contano le cose solo se sono utililizzabili, spendibiliImporta non il sapere, ma il saper fare. Quello che conta è, parola magica: quella mirabile arte del saper apprendere all’infinito

Per la Mastrocola, il sapere tout court non importa più a nessuno, viene rincorso all’infinito, ma mai raggiunto. Misuriamo non quello che si sa, ma le competenze. Il saper fare e il saper imparare, i metodi e non i contenuti; le capacità verificabili: manuali, tecniche, linguistiche, psicologiche, attitudinali, civiche, sociali…
Conoscenze, abilità, competenze : nessuno sa che cosa siano neanche i minotauri che vivono al ministero. Il Torquato Tasso tanto caro alla professoressa, rimane lettera morta, secondo l’Europa e i minotauri, se poi non lo si sa usare nel lavoro o nella vita personale.

Una volta si faceva studiare Dante anche ai futuri ragionieri e geometri. “Non ci si chiedeva quale spendibilità avesse per il loro lavoro futuro, non ci si chiedeva in quale modo il canto di Paolo e Francesca avrebbe potuto tramutarsi nella competenza di disegnare il progetto di un condominio o controllare i conti e le fatture di una ditta”. Non ce lo si chiedeva, ma si sapeva che per qualche ragione oscura, Dante sarebbe servito anche al ragioniere e al geometra.
La Mastrocola scopre che questo sistema delle competenze apparteneva all’ambito militare, era il sistema di valutare, durante la 2 guerra mondiale, nelle Forze britanniche e statunitensi. L’origine, quindi non è culturale, peggio umanistica. Il primo a parlare di risultati di apprendimento è il psicologo americano, Benjamin Bloom, in un suo libro del 1956, pertanto Mastrocola sottolinea: “stiamo scoprendo e applicando oggi una teoria di quasi sessant’anni fa, che per giunta il suo autore stesso aveva criticato quarant’anni fa (1971), dicendosi sorpreso che avessero preso sul serio, e mitizzato, il suo piccolo manuale!”
Lo sanno la maggior parte degli insegnanti che operano nella scuola? Sono concetti che abbiamo scimmiottato da ambiti diversi della scuola, li stiamo estendendo al nostro sistema di istruzione, passandoli come novità e modernizzazione di una scuola antiquata. La Mastrocola è convinta che “la scuola delle competenze darà il colpo mortale a tutto ciò che ancora resta di culturale e speculativo nelle nostre scuole superiori, licei innanzitutto, spazzando via qualsiasi intento ancora minimamente volto a una trasmissione del sapere astratto e ‘inutile’, in nome di qualcosa che sia invece immediatamente spendibile e professionalizzante”


Certamente i minotauri di turno ci diranno che non è vero niente, che anche a loro importano i contenuti. Il problema è il messaggio, implicito, subdolo, strisciante. Magari si studierà lo stesso Dante, ma solo se servirà per altro, per esempio: un discorso sui diritti civili.
A questo punto Mastrocola, cita una intervista a Claude Thelot su Il Corriere della Sera, 8 aprile 2010, è il miglior concentrato teorico del Pensiero Scolastico Nuovo che oggi abita le menti di chi ci governa, chiunque sia, di qualunque Paese sia e di qualunque colore politico. In pratica qui si dice che gli insegnanti dovrebbero occuparsi di trasmettere meno sapere e occuparsi di più della crescita dei propri alunni. Questo è un messaggio agghiacciante. Si “sta dicendo che trasmettere il sapere NON E’ occuparsi della crescita dei giovani! Che sono due cose diverse: quindi, che se insegno Dante (che è sapere, no?) non mi sto occupando di fare crescere i miei allievi! Ma ci siamo bevuti il cervello, in Europa?

Secondo questi ragionamenti un insegnante si giudica non da come e cosa insegna, ma da quanto ama l’allievo. L’insegnante migliore è una specie di psicologo-mamma-assistente sociale e non uno che magari ama Dante. In questa nuova scuola, è evidente un attacco alle discipline umanistiche del sapere, perché sono inutili e inapplicabili. Inservibili ai lavoratori del futuro. Del resto oggi il mondo è cambiato, quindi bisogna smettere di impartire nozioni. La svolta pedagogica in atto è il passaggio dalle conoscenze alle competenze. Secondo le teorie aberranti di Thelot, l’insegnante che ama troppo la sua materia fa il male dei suoi allievi, non li aiuta, non da loro competenze utili per la vita; quindi un insegnante non deve amare quel che insegna, deve considerarlo solo un mezzoIn pratica, bisogna amare l’allievo, non la materia, se ami la materia, odi l’allievo. Raccapricciante!

Il 3 mostro è il web, il nuovo mondo tecnologico, così il cerchio quarantennale di distruzione dello studio, si chiude. E a proposito delle tecnologie la Mastrocola confessa: “vi sembrerà incredibile, il ministro Gelmini ha le stesse idee del ministro Berlinguer e del suo ‘saggio’ Maragliano. O almeno dice le stesse cose, sentite: ‘i videogiochi rappresentano un’opportunità per introdurre nella scuola linguaggi digitali e nuove strategie di apprendimento’. Come vedete – scrive Mastrocola – non c’entrano niente destra e sinistra, è lo Spirito dei tempi che ci governa… “

I lineamenti della Nuova scuola sono da anni ormai tracciati, quindi per la prof di Torino,destra o sinistra perseguono una medesima via senza mai la minima incertezza o pausa di riflessione critica: il Nuovo. E’ la nuova scuola dei Nuovi giovani e delle loro Nuove abilità.

Internet e l’illusione di sapere tutto. Si voleva fare una scuola di massa invece si è fatta una scuola classista.

Avviandomi alla conclusione è doveroso fare una premessa: il libro della Mastrocola non rappresenta il vangelo in terra, anche perché sulle questioni scolastiche come l’insegnamento, l’apprendimento, i saperi, la valutazione, non esistono ricette facili. La scuola non è come negli uffici postali, dove si smistano buste, pacchi, etc, a scuola si “lavora” sui cervelli dei giovani, a scuola si dovrebbe costruire il futuro della nostra società. Mi è sembrato corretto fare questa precisazione perché ho ricevuto un commento critico, sul giornale online zammeru maskil. com, il visitatore nel suo articolato commento alla 7 parte della mia ampia recensione, ha difeso lo studioso americano Benjamin Bloom, anche se poi ha scritto cose condivisibili sul processo dell’ insegnamento-apprendimento che è soggetto a moltissime variabili. Infine, da segnalare, i commenti del visitatore abituale, ma di altro tenore, sul giornale online furcisiculo. net.
Comunque sia la cosa migliore è leggere il libro, sicuramente fa bene a tutti e non credo che la Mastrocola abbia la pretesa di voler risolvere tutti gli annosi problemi che affliggono la nostra scuola. Di una cosa sono certo, “Togliamo il disturbo”, se viene preso in seria considerazione dagli organi istituzionali, certamente potrà offrire un ottimo contributo per il bene della scuola italiana.

L’ultimo mostro che sta facendo male alla nostra scuola e non solo, per la prof di Torino è ilweb, e tutto quello che ruota intorno, facebook, in particolare . Infatti a conforto della tesi della professoressa torinese c’è una notizia da Londra: “Quando apprendo che nel marzo 2010 è nata a Londra la prima clinica specializzata nella disintossicazione della mente infantile dalla dipendenza da internet e videogichi e in particolare dal ‘morbo di facebook'”. La colpa è di tutti noi, che dovevamo mettere in guardia, in particolare i più giovani. Essere sempre connessi, significa che si è per certi versi dipendenti. “Penso che stiamo prendendo un abbaglio – scrive Mastrocola –  crediamo che le nuove tecnologie ci cambieranno la vita, il cervello e l’identità; invece forse, se usati con moderazione, sono soltanto utili e innovativi strumenti che ci permetteranno di essere meglio quello che siamo e ci faciliteranno la vita che abbiamo”.
Del resto quando è stata inventata l’automobile, non ci siamo messi dentro per tutta la giornata, lucidando il cruscotto e per tutto il giorno a viaggiare col nuovo strumento. “Ha solo migliorato i trasporti. Ha solo cambiato, in meglio, il nostro modo di muoverci… ” La stessa cosa dovrebbe essere per internet, adesso perché c’è internet non vuol dire che smetteremo di pensare e di studiare. Certo è una grandiosa novità, scoperta, progresso, che la prof non demonizza, lo considera solo uno strumento utile, per comunicare più velocemente.

Una seconda nuvola – per Mastrocola – è che internet ci dà l’illusione del sapere. Nel fatto che in rete c’è tutto, noi abbiamo maturato la convinzione che andando su internet sapremo tutto. Invece, non sappiamo niente. Perché ci siamo limitati a guardare, leggere, stamparenon abbiamo studiato e quindi alla fine non sappiamo niente

E’ stato sostituito il verbo studiare; i giovani, in particolare, hanno l’illusione di aver studiato, guardando delle pagine su internet. Invece, per sapere, bisogna trattenere. Appropriarci delle cose, farle scendere giù nell’hardware della nostra mente, ancorarle. Studiare è questo. Insiste la prof, internet non ci dispensa dallo studio (…) può benissimo sostituire i libri e le enciclopedie (…) ma le videate e le stampate, poi, bisogna studiarle allo stesso modo di un libro (…) Non è che, usando il supporto video, magicamente le cose si trasferiscono nella nostra mente e lì dimorano per sempre rendendoci sapienti! “Il maledetto sforzo di memorizzare e organizzare e trattenere bisogna che lo facciamo sempre e comunque”
E più avanti la professoressa di Torino chiarisce meglio la questione, per usare internet dovremmo già avere una buona dose di conoscenze, uno che è digiuno naviga a vuoto. Può proficuamente navigare, per la Mastrocola, chi possiede già una sua personale dispensa di nozioni, chi ha letto libri, conosce l’esistenza di certi autori, e personaggi, e fatti, e idee. E così chi si trova in questo contesto, naviga tra le sue conoscenze, e il mezzo di internet, gli rende molto più agevole ritrovare. Ecco internet, serve per ri-trovare non per trovare. Concordo pienamente, ho sperimentato sulla mia pelle, la tesi della Mastrocola. Spesso i giovani con internet giocano soltanto.
Qualche saggista parla di demenza digitale di massa e denuncia la preoccupante scomparsa di facoltà quali la memoria e la concentrazione, ecco perché nel mare del web si rischia una frammentazione dei saperi. La Mastrocola ci mette in guardia dalla sacralizzazione del pc, del resto, gli americani da tempo, hanno superato questo aspetto. Diversi studiosi ci mettono in guardia dalle “illusioni delle cosiddette “didattiche democratiche”, dalle riforme “progressiste”fondate sui miti dell’autonomia e del territorio, dal “mammismo pedagogico” e dal trionfo tecnologico dell ‘informatica e della digitalità”.

Sartori il 22 marzo 2010 sul Corriere della Sera citando Tullio De Mauro, scrive: “il 70% degli italiani è pressoché analfabeta o analfabeta di ritorno, cioè fatica a comprendere testi, non legge niente, nemmeno i giornali”. Per Sartori, le cause sono quattro: lo sfascio della scuola che dovrebbe alfabetizzare e invece non lo fa più perché è caduta nelle mani dei pedagogisti (li chiama i ‘diseducatori degli educatori’); il ‘ sessantottismo demagogico dei politici’; il permissivismo illuminato delle famiglie spockiane; ma soprattutto la tecnologia che inneggia all’homo novus zappiens avviato a gloriosi destini grazie alle sue Nuove abilità, multitasking in primis”.
L’importanza di questo libro sono le numerose domande provocatorie che pone ai lettori. Una di queste è quella formulata a proposito dei giovani figli della nostra società opulenta che frequentano la scuola ma quasi mai aprono un libro. Ecco che cosa facciamo con questi ragazzi? Sostanzialmente secondo la Mastrocola, abbiamo creato una scuola classista: non prepariamo più nessuno a forza di non insegnare più alcuna “nozione”. In questo modo, stiamo penalizzando proprio le classi meno abbienti e nello stesso tempo facilitiamo quelle socialmente avvantaggiate, che sanno perfettamente cosa fare. Infatti le classi abbienti evitano per i loro figli con grande maestria le scuole statali di quartiere, e vanno a cercare le scuole internazionali o le scuole confessionali private o quelle rare scuole statali di qualità che ancora sopravvivono. Tutti questi sono luoghi esclusivi, dove ancora si insegnano i contenuti, dove si fa grammatica insieme alle lingue straniere, e si fanno leggere i libri e si pretende lo studio. 

In questo modo per la Mastrocola abbiamo condannato definitivamente all’ignoranza e all’immobilismo sociale proprio coloro che dovremmo più aiutare. Un vero capolavoro classista, complimenti! Soprattutto se penso che tutto ciò è opera di insegnanti e politici di sinistra… E non pare sia il giusto rimedio per la Mastrocola, quello offerto per i nuovi analfabeti, dal professore De Mauro: “propone di prolungare ulteriormente l’obbligo scolastico e di diffondere maggiormente Internet (d’accordo con la Gelmini?), allora di colpo capisco che è la fine. Inutile lottare. Tutti a scuola per anni e anni a imparare il nulla più a lungo, tutti a smanettare sul computer tra un sito e un blog, convinti di essere in un fulgido futuro. Con la lavagna interattiva, naturalmente…”
Nella terza parte la Mastrocola espone la sua modesta proposta sulla scuola del futuro, continuate voi, leggendo il libro.

Rozzano MI, 3 maggio 2011
Ss. Filippo e Giacomo apostoli                               DOMENICO BONVEGNA

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