PER COMPRENDERE LA GUERRA GLOBALE IN SIRIA.

 

Può bastare un libro per comprendere il caos della guerra globale in Siria? Forse, certamente un buon tentativo è stato quello profuso da Randa Kassis e Alexandre Del Valle, “Comprendere il caos siriano. Dalle rivoluzioni arabe al jihad mondiale, pubblicato all’inizio dell’anno dalla D’Ettoris Editori di Crotone.

Quasi quattrocento pagine dense di nomi, di sigle, gruppi, movimenti, di fatti, avvenimenti ben documentati sulla sanguinosa guerra che impazza ormai dal 2011. Leggendo questo libro si comprende ancora una volta che per capire il presente, l’attualità, è indispensabile conoscere, studiare la Storia, soprattutto per decifrare il ginepraio siriano. Infatti non è un caso che il testo dei due autori nel 1 capitolo affronta,“le radici storiche del mosaico e del caos siriani”. E’ corretta la frase di Giovanni Cantoni, fondatore di Alleanza Cattolica, quando dice:“Chi sbaglia Storia, sbaglia politica”

Gli autori aiutano molto a “comprendere il caos siriano”, nonostante affrontano temi abbastanza complessi come quello degli intrighi politici e delle minoranze religiose, delle distinzioni a volte sottili, all’interno dello stesso islam sunnita o sciita.

La Siria è diventata l’epicentro di un conflitto che oppone da una parte i democratici alle dittature nazionaliste e ai fondamentalisti islamisti, e dall’altra l’asse sciita – fra cui il regime di Bashar al-Assad, Hezbollah e l’Iran – a quello sunnita, sempre più totalitario”. Del fronte sunnita fa parte il neo-califfatto dell’Isis, lanciato all’assalto del mondo intero.

Randa Kassis è scrittrice e antropologa siriana, fondatrice del movimento per una società pluralista e già membro del “Consiglio nazionale siriano”(CNS), da cui è uscita a causa dell’influenza delle componenti islamiste. Mentre Alexandre Del Valle, è uno studioso di geopolitica, professore, editorialista autore di diversi libri sull’islamismo radicale e sul terrorismo islamico.

I due per aiutarci a comprendere meglio la complessa situazione siriana, partono da una analisi storica e sociale del Paese siriano. Dimostrano che l’Occidente ha sbagliato nel promuovere la cosiddetta “primavera araba”, rapidamente trasformatasi in un “inverno islamista”. Nel libro dopo aver raccontato la guerra, con documenti alla mano, propongono una transizione politica che porti a una soluzione federale del complesso mosaico del Paese, l’unica che possa garantire la pace e un ‘vivere insieme’ senza che un gruppo tiranneggi un altro. Però,“nessuna soluzione potrà mai trovarsi in Siria – sostengono gli autori – escludendo dalla concertazione la Russia, l’Iran e lo stesso regime di damasco, il quale non è solo ‘parte del problema’ ma anche ‘della soluzione’”.

Per gli autori del libro pubblicato da D’Ettoris Editori il principale errore dell’Occidente, degli Usa e quindi dell’Europa, è quello“di rifiutarsi di individuare il vero e principale nemico nel totalitarismo islamista”. E’ un nemico che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno:“ci fa la guerra sia col terrorismo, il jihad globale, sia attraverso un proselitismo neo-imperiale sponsorizzato dagli ‘strani amici’ sunniti del Golfo”.

Gli autori mettono a nudo la politica europeista del multiculturalismo, della penetrazione degli islamisti radicali nelle nostre società, indebolite dal politicamente corretto e dai sensi di colpa di una certa politica progressistoide che ci sta portando al suicidio completo.

Nell’introduzione i due autori ricordano uno dopo l’altro i vari attacchi dell’islamismo totalitario, rappresentato dai tanti”islamikaze”, come quello nel mercatino di Natale a Berlino. E poi di tutti gli altri che si sono susseguiti nel cuore dell’Occidente. Che cosa ci insegnano queste stragi? Che ormai in tutti i paesi europei anche quelli più ‘aperti’, esterofili, immigrazionisti, come la Germania sono dei bersagli del totalitarismo islamista armato che ha dichiarato guerra a tutte le società aperte e occidentali.

Gli autori puntualizzano un aspetto fondamentale: “la Siria non è la Libia”. Infatti, “i precedenti dell’Iraq(2003) e della Libia(2011) costituiscono una clamorosa smentita a questo punto di vista allo stesso tempo ingenuo e pericoloso fondato sul concetto del ‘regime change’, dato che hanno dimostrato che il rovesciamento di dittature che osteggiano i loro nemici islamisti per mezzo di bombardamenti aerei omicidi non è mai riuscito a rendere più pacifici gli Stati colpiti, e nemmeno a calmare la loro ‘collera’, che trova sempre nuovi pretesti…”.

I due ribadiscono che “la Siria non è un paese arabo qualsiasi. La sua storia e la posizione geografica eccezionale fanno di essa una delle nazioni più strategiche e più antiche del vicino Medio Oriente”. Ed è proprio così, come possiamo notare dalla lettura del 1 capitolo, dove si constata che la Siria affonda le sue radici nell’antichità e la cui islamizzazione, iniziata a partire dall’VIII secolo con le invasioni arabe (fath). Il saggio della Kassis e Del Valle ci fanno conoscere degli aspetti storici sulla Siria poco conosciuti. E’ qui che sono apparse le prime forme di urbanizzazione, che risalgano all’anno 3000 a.C. Si può citare la città di Biblo, nel vicino Libano, insieme a Damasco, la cui fondazione risale intorno all’anno 5000 a.C. Quindi in Siria prima della nostra era, si costruivano città, templi religiosi, statue come gli Egizi.“La lista dei progressi di cui la Siria è stata il luogo d’incubazione è impressionante: questa terra, che è un crocevia, ha scoperto l’arte di utilizzare il rame e di fabbricare delle elghe come il bronzo, la coltura del grano- innovazione fondamentale che permise all’uomo di sedentarizzarsi e di fondare una vita sociale e urbana- o ancora la prima nota di musica”. Ma soprattutto è in Siria, vicino Lattakia,“che fu inventato il primo lafabeto, antesignano di quello greco, latino, arabo, etc”.

In Siria, insieme alla Palestina, al libano, alla Grecia antica e l’Egitto, è uno dei luoghi di nascita del cristianesimo. Poi fu luogo di passaggio dei pellegrini cristiani che si recavano a visitare la tomba di Cristo e uno dei campi d’azione privilegiati delle crociate. “Antiochia fu il primo grande centro di propagazione della fede cristiana e uno dei luoghi principali dello sviluppo della teologia cristiana, impregnata di filosofia ellenistica”. Fu la prima Chiesa nel 37 d.C. Fondata da San Pietro in persona. Poi altre città siriane si sono cristianizzate. Tuttavia sin dall’antichità la Siria è stata ben lungi dall’essere un paese omogeneo.

Le rivalità e le controversie teologiche tra cristiani e dell’Impero romano d’Oriente greco-bizantino, favorirono la conquista arabo-musulmana proveniente dal deserto dell’Arabia dopo la morte di Maometto e l’instaurazione dei primi imperi o califfati. “E in questo contesto che nel 639 Damasco, attuale capitale della Siria, venne conquistata in nome del Jihad dagli arabi recentemente islamizzati”. Naturalmente il prestigioso centro di civiltà rivestiva un interesse particolare per i conquistatori arabo-musulmani, che ne fecero la nuova capitale del nuovo impero omayyade. Pare che i jihadisti dello Stato islamico, la cui strategia si basa sul terrore del jihad, sono ispirati da questo impero.

Non possiamo intrattenerci a fare la storia dei vari domini arabo musulmani o di quello turco-ottomano. Rimandiamo alla lettura del saggio. A questo punto è opportuno dare uno sguardo alla storia recente del partito Baath o Hizb al-Baath al-Arabi (“partito del risorgimento arabo”), che propugna l’idea di uno Stato arabo transnazionale che si basa su due pilastri: il nazionalismo e il socialismo. L’obiettivo principale è quello di realizzare l’”unità araba” e di portare a termine l’”indipendenza del mondo arabo, dal Marocco al Golfo persico”. I due centri politici e fratelli del movimento sono la Siria e l’Iraq. Una volta preso il potere “entrambi i Baath divennero partiti di massa il cui ruolo è quello di inquadrare la popolazione”. Praticamente, “non sono altro che strumenti di controllo di quest’ultima e di legittimazione del potere”. Il partito Baath ostile al califfato della Umma al-islamiyya, che deve riunire tutti i musulmani del mondo. Il Baath preferisce quello della Umma al-arabiyya, della nazione araba allargata e unita da un’ideologia secolare socializzante e panaraba.

Pertanto in Siria, il Baath entra in conflitto con i“Fratelli musulmani, che preconizzano il ritorno alla sharià e la rifondazione progressiva del califfato in nome di una nozione teocratica, anti-socialista e anti-modernista della società”.

Il partito Baath si consolida in Siria con il clan alauita della famiglia Assad, il generale Hafez al-Assad e poi ora con il figlio Bashar al-Assad. Gli alauiti dai responsabili e saggi sunniti sono considerati dei semplici “apostati”, assimilabili ai pagani.

Con lo scoppio delle varie primavere arabe, e con la caduta dei regimi a Tunisi e a Il Cairo, anche in Siria iniziarono le rivolte, il regime di Bashar all’inizio fa delle aperture ma dopo pochi mesi ritira tutte le aperture, intanto l’opposizione aveva creato il Consiglio nazionale siriano (CNS) e l’ESL e così la guerra civile fu inevitabile. Si arriva ben presto allo scontro totale, i sauditi dell’Arabia Saudita che credono nella nozione totalitaria del sunnismo (wahhabismo/salafismo)si rallegrerebbero di vedere la Siria finalmente sotto il controllo di sunniti intransigenti e ostili a ogni forma di laicità e di pluralismo religioso, al contrario degli alauiti e del partito Baath. Anche se i sauditi e le petromonarchie del Golfo secondo gli autori del libro, fanno un gioco pericoloso, perchè nello stesso tempo non sono visti di buon occhio dai jihadisti salafiti dallo Stato islamico (Daesh Isis), che li accusano di essere corrotti al soldo degli americani.

In pratica i due autori vedono un conflitto totale tra sciiti e sunniti, sullo sfondo di una “nuova guerra fredda” tra l’Occidente e la Russia di Putin. Ma si spera che non succeda ora che c’è Trump alla presidenza americana.

Intanto la guerra civile siriana “è divenuta in gran parte una guerra confessionale, in un contesto di guerra per procura che contrappone l’Iran ai suoi nemici rappresentati dalle monarchie sunnite del Golfo, e di rivalità tra grandi potenze regionali e mondiali[…]vi sono tante guerre dentro la guerra e molte fonti di conflitto”.

Per concludere secondo Kassis e Del Valle, il teatro operativo siriano costituisce, “l’epicentro di uno scontro politico-religioso molto più esteso, che ha incendiato tutta la regione dopo il sorgere del caos iracheno instaurato dall’invasione americana del 2003 e in seguito alle rivoluzione arabe, che hanno riaperto la ‘guerra civile’ o Fitna tra sciiti e sunniti”. La proclamazione dello Stato islamico all’inizio del luglio del 2014 da parte di Abu Bakr al-Baghdadi “è stata la conseguenza diretta di tutto ciò”.

 

DALLA PRIMAVERA ARABA ALL’INVERNO ISLAMISTA, PASSANDO PER LA SIRIA.

Ormai sono oltre cinque anni che si combatte in Siria e secondo l’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo(OSDH), il bilancio reale del conflitto ammonterebbe a 370.000 morti, e siamo fermi a qualche anno fa. Mentre il bilancio umanitario è catastrofico, secondo l’ONU, si stima che all’inizio del 2016 fossero quattro milioni i rifugiati siriani al di fuori del loro paese,“la più grande popolazione di rifugiati in un unico conflitto e in una sola generazione”. La Turchia e il Libano ospitano più della metà di questi rifugiati. Vorrei far presente che interessarsi del “caos siriano”, non è una questione accademica, ma interessa direttamente anche a noi. Secondo Randa Kassis e Alexandre Del Valle, autori di “Comprendere il caos siriano” , pubblicato nel mese di gennaio di quest’anno da D’EttorisEditori,“il mondo non aveva conosciuto ancora una crisi umanitaria così drammatica, con un numero così alto di rifugiati e di profughi”.

Le conseguenze geopolitiche dei flussi di rifugiati per i paesi vicini e per l’Unione Europea sono un grosso problema, se si aggiungono ai flussi migratori provenienti dall’Africa, che sono ormai raddoppiati rispetto all’anno scorso, la situazione diventa esplosiva, per l’equilibrio politico economico dell’Europa.

Pertanto sarebbe utile documentarsi meglio su cosa è successo e succede in questi territori del Medio Oriente e in particolare in Siria. Il saggio pubblicato dalla D’Ettoris Editori aiuta molto a capire. In particolare i due capitoli dove si affrontano le cosiddette “primavere arabe”, e la questione delle minoranze, non solo in Siria, ma anche in altri paesi del Medio Oriente.

Per quanto riguarda la prima questione, scrivono Kassis e Del Valle:“La Primavera araba è stata percepita sin dal suo inizio come il primo scontro faccia a faccia mai avvenuto all’interno dei paesi arabi tra la società civile da una parte e il mondo religioso e i poteri dittatoriali secolarizza dall’altra”. In effetti la sollevazione della popolazione tunisina, con la cosiddetta “rivoluzione del Gelsomino”, ha inaugurato una nuova era per i paesi arabi. Per la prima volta viene messa in discussione il potere della religione sul piano sociale e politico e lo stesso autoritarismo dei vari regimi.

Gli autori del libro sottolineano l’influsso di internet, della rete, dove si affrontano laici, islamisti, moderati ed estremisti. Addirittura si fa riferimento a una guerra internazionale, a uno scontro tra muri social e tra blog. Qualcuno l’ha paragonata alle famose “rivoluzioni di velluto”, del secolo scorso, all’interno dell’ex Unione Sovietica.

Nel libro si fa riferimento a un testo di uno studioso americano, Gene Sharp, che aiutato da alcuni veterani di Solidarnocs, ha scritto un libro,“Dalla dittatura alla democrazia” (1993) utilizzato in Serbia per far cadere pacificamente il regime di Milosevic e pare abbia ispirato i movimenti democratici in Tunisia e in Egitto. Naturalmente si tiene a precisare che questo non significa che le rivolte delle primavere arabe siano state fomentate dagli USA, o dai servizi segreti degli Stati occidentali. C’erano già sufficienti motivi per le ribellioni, mancava solo la scintilla, “che verrà accesa da un venditore di legumi tunisino”.

Un altro aspetto che viene evidenziato nel libro è il Progressismo e l’ateismo presente nei vari attivisti delle primavere. Molti attivisti, intellettuali erano atei e hanno cominciato ad esprimersi liberamente all’interno del mondo virtuale con facebook e altri blog. Nel libro si fanno i nomi di alcuni giovani rivoluzionari fondatori di movimenti per il diritto d’espressione. Alcuni hanno dichiarato il loro ateismo rischiando la vita in piazza Tahir al Cairo. Addirittura si tenta di dare delle cifre sugli atei presenti in questi paesi arabi.

Gli autori del libro, ammettono che queste forze progressiste, però non erano quelle meglio armate e più organizzate. Erano quelle islamiste e oltranziste che rapidamente si son impadronite delle rivolte, vincendo anche con la violenza le elezioni.

Pertanto dalla Tunisia allo Yemen, la rivoluzione viene confiscata dagli islamisti.

E così,“l’idea dominante all’interno dei media occidentali – secondo alcuni sicuramente un po’ ingenua, anche se la storia delle rivolte è appena cominciata – era quella secondo la quale la Primavera araba avrebbe inaugurato, in seguito alla caduta dei regimi dittatoriali screditati e abbandonati dai loro sostenitori esterni, una nuova era democratica”. Questo non è successo perchè le società civili arabe non erano ancora mature per uscire dalla corruzione delle dittature o dalla tentazione dell’islamismo radicale. L’Occidente si è rappresentata una rivoluzione di comodo, non ha capito o non ha voluto capire che ormai stava avanzando dell’altro, invece dei movimenti liberali.

Tutti i media occidentali dopo la caduta del dittatore tunisino Ben Ali e di quello egiziano Mubarak, specialmente quelli francesi, “gridavano vittoria all’unisono e non tolleravano che si contraddicesse l’idea allora di moda, secondo la quale la ‘minaccia islamista’ era ormai superata, che essa non era più altro che un ‘fantasma’ agitato dai aprtigiani dello ‘choc delle civiltà’, dei ‘ sionisti’ o dagli ‘islamofobi’. Sempre secondo questi pseudi analisti,“la democrazia in marcia avrebbe ormai ‘calmato’ gli islamisti, permettendo loro dalle prigioni dei dittatori nazionalisti arabi e di organizzare delle libere elezioni”. In pratica non si comprende come questi jihadisti sarebbero diventati ora di colpo democratici e pacifisti. Comunque sia ovunque gli islamisti vincono le elezioni, e pertanto è stato rischioso fidarsi di loro.

La stragrande maggioranza degli editorialisti, leader politici in Occidente erano“estasiati demagogicamente al veder sfilare pacificamente in Piazza Tahir ‘la gioventù araba assetata di giustizia, di democrazia, di modernità’ e riunita dall’appello dei blog”. Successivamente però hanno dovuto ricredersi,“hanno finito per ammettere che il mondo arabo, ben lungi dall’essere immunizzato contro il fascismo verde, poteva eleggere democraticamente (Egitto) partiti islamisti, che difatti si sono appropriati rapidamente della rivoluzione, traviandola”. E così gli islamo-democratici hanno prontamente represso, una volta vinte le elezioni i rivoluzionari laici, che di fatto non hanno ricevuto nessun aiuto, né dall’occidente, dalle petromonarchie del Golfo, che invece finanziano i Fratelli musulmani e i salafiti.

Era evidente ormai che non era possibile una esistenza di un “islamismo democratico”. E’ in questo periodo che tutti i jihadisti, in particolare ex di Al-Qaida, hanno conquistato territori e tagliato teste in Iraq e in Siria, destabilizzando tutta la regione, facendo affluire in Libia, in Iraq, in Siria, volontari salafiti jihadisti.

Pertanto si è passati velocemente dalla Primavera araba all’Inverno islamista. Questa confisca delle rivolte, ha indotto i primi “rivoluzionari” pacifici a scendere di nuovo in piazza affrontando i Fratelli musulmani e altri islamisti salafiti seguaci del mito del “califfato mondiale”. Praticamente, questi secondo Kassis e Del Valle,“alla fine hanno ben presto utilizzato gli stessi metodi dittatoriali dei despoti contro cui avevano combattuto per tanto tempo, con l’unica differenza che la loro bandiera non era più quella della loro nazione, bensì la bandiera nera, ancora più minacciosa, dell’internazionale salafita jihadista”. Uno sforzo notevole di propaganda islamista è stato fatto dalle due emittenti televisive, Al-Jazeera e Al-Arabiyya.

Gli autori completano il II capitolo, guardando a quello che succede nei vari paesi toccati dalle cosiddette primavere, partendo dalla Tunisia, fino alla Siria. Domandandosi se questi paesi sono territori di sperimentazioni dell’”islamismo moderato”.Da quello che ho letto le speranza sono poche, in tutti i Paesi c’è una forte spinta verso la sharia, che resta la fonte principale di ogni legislazione. E l’Islam è l’unico elemento unificatore,non solo la nostalgia per il califfato sembra coinvolgere la stragrande maggioranza dei gruppi islamisti, compresi quelli di Hamas, che martirizzano la Libia, l’Iraq e la Siria.

Gli autori del testo che sto presentando mettono in guardia dal considerare gli amanti del califfato come degli “psicopatici isolati che non hanno nulla a che fare con l’islam reale”, anche perchè il califfato rappresenta il cuore stesso della civiltà islamica, è una costante.

Inoltre la Kassis e Del Valle evidenziano un altro aspetto che riguarda l’ideologia totalitaria teocratica wahhabita, presente nell’Arabia Saudita, paradossalmente, grande alleata degli USA. I sauditi hanno da sempre incoraggiato i gruppi islamisti sunniti e la Lega islamica mondiale che peraltro gestisce numerosi centri islamisti e numerose moschee godendo di un’immagine benevola presso gli Stati democratici occidentali, che ricevono i suoi rappresentanti e concedono loro privilegi.

Comunque un aspetto fondamentale da considerare nel variegato panorama politico religioso del Medio Oriente, sono le varie minoranze presenti in tutti gli Stati, in particolare in Siria.

 

IL FUTURO DELLA SIRIA E DI BASHAR AL- ASSAD.

Con la nuova amministrazione americana alla Casa Bianca, la politica estera americana in Medio Oriente è sensibilmente cambiata. Del resto Trump l’aveva promesso in campagna elettorale. Il regime siriano di Bashar al-Assad non è più considerato un nemico degli Usa. Se Barak Obama aveva contribuito all’abbattimento di Muammar Gheddafi e incoraggiato le cosiddette “primavere arabe”, fino poi a sostenere i ribelli siriani (anche quelli jihadisti) contro il regime di Damasco, ora con il nuovo presidente cambia la strategia americana in Medio Oriente.

Per i nuovi responsabili della Casa Bianca, per risolvere la crisi siriana non è più una priorità l’uscita di scena di Assad. Il futuro del presidente siriano,“dipenderà dal popolo siriano”.

A conferma del cambio di rotta dell’amministrazione americana c’è lo“stop a ogni tipo di aiuto militare alle diverse milizie che combattono Assad per concentrare gli sforzi militari sulle Syrian Democratic Forces, milizie curdo-arabe che combattono l’Isis e stanno avanzando verso Raqqah, capitale del Califfato”.(Gianandrea Gaiani, La svolta USA può cambiare le sorti in Siria, 3.4.17 LaNuova BQ.it).

Intanto gli americani stanno cercando di trovare una soluzione politica in Siria, per questo scopo trattano con la Turchia e la Russia, per il bene del popolo siriano. Certo la situazione è complessa, all’interno della Siria,ci sono troppi eserciti, troppi gruppi armati, che peraltro sono finanziati ancora dalle petromonarchie del Golfo.

Ma per raggiungere la pace in Siria occorre tenere conto soprattutto delle minoranze religiose e dell’enigma alauita. Lo scrivono Randa Kassis e Alexandre Del Valle, nel loro saggio “Per comprendere il caos siriano”, pubblicato recentemente da D’EttorisEditori di Crotone.

Tra le varie minoranze della popolazione siriana, gli alauiti (12%-14%) rappresentano il centro nevralgico del regime baathista di Assad. “Essi sono ostili, tanto per istinto di sopravvivenza come per la loro ideologia, a ogni scenario che li getterebbe tra le fauci dei lupi islamisti…”. Pertanto per i due studiosi,“se le grandi potenze e l’opposizione continueranno a fa r finta che non esistano e non elaboreranno un piano di uscita dalla crisi (o uno scenario dell’ipotetico ‘dopo-Assad’) che fornisca agli alauiti delle garanzie di sicurezza e di libertà all’interno della Siria futura, la situazione peggiorerà e la pace sarà impossibile”. La questione vale anche per le altre minoranze, anche per loro il regime di Assad rimane sempre un male minore rispetto al male supremo costituito dalla presa del potere da parte dei jihadisti.

Tuttavia“la Siria non è la Libia”, non sarà facile sconfiggere l’esercito siriano, retto con il pugno di ferro dagli alauiti.

I dirigenti occidentali devono mettersi in testa una cosa che è tanto semplice quanto evidente: gli alauiti non potranno mai prendere in considerazione l’eventualità di perdere il potere. La paura di un avvenire oscurantista che gli innamorati della sharia promettono loro[…]”, è sempre presente nei loro pensieri. Essi ricordano bene di essere stati perseguitati,“dalla maggioranza sunnita in nome di quella stessa sharia che solo qualche sognatore occidentale malato di orientalismo ritene compatibile con la democrazia”.

Lo stesso discorso vale per tutte le altre minoranze, comprese quelle cristiane.“I tanti secoli di umiliazioni e di persecuzioni sofferti dagli alauiti, dai cristiani e da altre minoranze della Siria allarmano ancor oggi la loro esistenza e la loro coscienza collettiva”. Il libro riporta episodi recenti di massacri di civili alauiti da parte dei combattenti dello Stato islamico.“Per gli alauiti questi massacri non sono altro che un anteprima di quello che succederebbe in una Siria ‘liberata’ dal regime alauita-baathista”.

Il testo si tratteggia brevemente la dottrina degli alauiti, che per via del loro rifiuto della sharia, sono considerati eretici dall’islam ortodosso. Peraltro gli alauiti festeggiano il Natale, l’Anno Nuovo, l’Epifania, la Pasqua, la Pentecoste e la domenica delle Palme. Onorano numerosi santi cristiani, come Santa Caterina da Siena, Santa Barbara, San Giorgio. Scelgono spesso nomi cristiani per i loro figli. Ecco perchè molti missionari in passato abbiano sospettato che fossero dei cristiani in incognito. Da quello che ho letto nel saggio di Kassis e Del Valle effettivamente gli alauiti hanno tante cose in comune con i cristiani.

Ritornando alle minoranze religiose in Siria, sono presenti circa 8% di cristiani, il 3% di Drusi, poi ci sono gli armeni, giunti in Siria all’epoca dell’esilio provocato dal genocidio del 1915 sotto l’impero turco-ottomano. Altre piccole minoranze sono gli ismailiti, presi particolarmente di mira dai fanatici salafiti. Poi c’è la questione curda, sono la minoranza non araba più numerosa, circa il 12%. I Curdi sono un problema grosso, spinoso, perchè sono presenti in un territorio che“travalica le frontiere nazionali di vari paesi che temono al di sopra di ogni cosa l’eventuale indipendenza di un Kurdistan, che farebbe a pezzi l’unità nazionale di vari Stati”.

Infine ci sono i sunniti arabi, la maggioranza, che in pratica, sostengono gli autori del libro, vivono come se sono presi in ostaggio dal fondamentalismo. Il 10%-15% dei sunniti è laico, ma questi non possono fare molto contro l’avvento dello stato islamico. Per loro è difficile manifestare in pubblico, criticare la sharia o l’invasione della sfera pubblica da parte della sfera religiosa.

Oggi in Siria o in Iraq, essere etichettati come “traditori” o “apostati”, può significare essere sgozzati dai jihadisti che diffondono via internet i video dei loro omicidi barbari per terrorizzare tutti i sunniti tentati dall’”apostasia”. Ci sono diversi esempi di sunniti cosiddetti “moderati”, giustiziati perchè difendono una visione secolare. Ad Adra, per esempio,“un gran numero di donne, denudate, è stato trascinato per le strade innevate; teste tagliate sono state appese ai rami degli alberi; numerose vittime sono stae gettate vive nella fornace della panetteria della città. Tutte ‘gesta’ che ricordano le barbarie dei nazisti…”. A questo proposito Kassis e Del Valle riportano un episodio che ha segnato per sempre le coscienze di una gran parte di quelli che avevano creduto di potersi alleare con gli islamisti. Si tratta dell’uccisione il 9 giugno 2013, di un ragazzo siriano di 15 anni, Mohammad Qataa, che non professava nessuna religione, è stato trucidato solo perchè secondo gli islamisti anti-Assad aveva bestemmiato.

Tuttavia per correttezza occorre precisare, che anche i sunniti hanno sofferto per l’oppressione del regime alauita che negli ultimi quarant’anni li ha spesso maltrattati. Naturalmente i sunniti sono poco propensi a condividere il potere e a coabitare con gli alauiti.“Troppo sangue è stato versato e troppo odio è stato alimentato in entrambi le fazioni affinché esse possano riconciliarsi agevolmente e rapidamente”. Pertanto l’unica via di uscita dal caos siriano, non può che essere una federazione di diversi stati della Siria, intorno alla sua bandiera. Un Paese dove a ciascuna fede religiosa, etnia venga concessa un’autonomia culturale, politica, religiosa ed economica.

Naturalmente anche“i cristiani della Siria si sentono terrorizzati che la situazione degradi ancora di più, come hanno sperimentato i loro correligionari iracheni, i quali- dopo la caduta del regime baathista di Saddam Hussein nel 2003- hanno perso il loro protettore e hanno dovuto battere il cammino dell’esilio: l’80% di loro ha infatti abbandonato le loro terre ancestrali”. Da tempo ormai le varie agenzie cristiane e non riportano numerosi casi di omicidio a sangue freddo, di rapimenti e violenze sessuali su donne cristiane, a volte suore. Anche se il libro lamenta una visione manichea diffusa dai mezzi d’informazione e dai responsabili occidentali che non hanno documentato abbastanza la situazione drammatica dei cristiani siriani e di altre minoranze massacrate dai ribelli sunniti.

E’ stato pertanto facile per i dirigenti politici e religiosi russi, ossia il patriarcato di Mosca e il presidente Vladimir Putin, presentarsi fin dall’inizio della crisi siriana come gli ‘unici protettori’ dei cristiani d’Oriente, in particolare di quelli della Siria e dell’Iraq”.

Mentre gli Stati occidentali si preoccupano di“rimanere nelle grazie dei loro alleati sunniti fondamentalisti del Golfo e di Ankara”. Gli autori del libro pubblicato da D’EttorisEditori, scrivono che questi paesi,“sembrano aver abbandonato la loro vecchia vocazione di protettori dei cristiani orientali – un tempo detenuta in modo preminente dalla Francia – in cambio di una politica di compromesso con le petro-gasmonarchie del Golfo e della Turchia che appoggiano dall’inizio l’opposizione islamista siriana sostenitrice della sharia e accanitamente ostile alle minoranze”.

Pertanto è un dato di fatto, Mosca, a differenza degli Stati occidentali,“si è affermata come l’unica potenza occidentale che abbia il coraggio di difendere la cristianità in pericolo (e le altre minoranze e forse anti-islamiste) nei paesi musulmani”.

Concludendo il mio lavoro consiglio di leggere con attenzione il IV capitolo del libro dove Kassis e Del Valle raccontano come si sviluppa il jihad mondiale che hanno scatenato da tempo tutti i gruppi islamisti e fondamentalisti presenti oggi nel territorio siriano. Studiare i loro comportanti e quello che dicono, ci fa capire la guerra in atto che si sta vivendo anche nelle nostre città europee a cominciare dal grave attentato di oggi nella metropolitana di San Pietroburgo in Russia.

Quinto de Stampi ME, 3 aprile 2017

S. Sisto papa                                                                        Domenico Bonvegna

                                                                                                   domenico_bonvegna@libero.it

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