LA SCIENZA AFFERMA CHE LA DROGA FA MALE, COMPRESA QUELLA “LEGGERA”.

LIBERTA’ DALLA DROGA.

In Italia non bastano gli spacciatori ma ci sono anche i negozi che vendono alla luce del sole DROGA, più o meno”leggera”, bene fa il ministro degli interni Matteo Salvini, a chiuderli, propongo questo mio intervento di qualche anno fa, per inquadrare meglio la questione droga…

Perchè affrontare un tema così logoro come quello della DROGA? La risposta in un libro pubblicato dalla casa editrice milanese Sugarcoedizioni nel 2015. Si tratta  “Libertà dalla droga. Diritto, scienza, sociologia, scritto a sei mani da Alfredo Mantovano, Giovanni Serpelloni e Massimo Introvigne.

Il testo è una buonissima sintesi di tutto quello che bisogna sapere sull’emergenza droga, e potrebbe essere un ottimo strumento di studio, soprattutto di sostegno per tutti quelli che operano nel sociale, a cominciare dagli operatori sociosanitari, i docenti nelle scuole, ma anche i genitori che devono educare quei pochi figli, soprattutto adolescenti, sempre a rischio di essere intrappolati dal fascino mortale della droghe.
Il libro, anzi il manuale, si divide in tre sezioni: il diritto, la scienza, e la sociologia. Curate in ordine da Mantovano, Serpelloni e Introvigne.
Nel primo capitolo l’ex sottosegretario ora magistrato, Alfredo Mantovano fa la storia dell’ordinamento italiano sulla droga: 40 anni di successi e di sconfitte. In particolare Mantovano si sofferma sulla legge n.49/2006, che ha contribuito personalmente a compilare. Una riforma che ha eliminato la distinzione fra droghe cosiddette “leggere” e droghe cosiddette “pesanti”, ponendo tutte le droghe sullo stesso piano. Una riforma peraltro che intendeva riassumere in tre termini il sistema sanzionatorio, amministrativo e penale: prevenzione, repressione e recupero. In pratica lo Stato non resta indifferente rispetto alla diffusione della droga e manifesta il suo giudizio negativo.

Infatti secondo la normativa del 2006, “drogarsi non è un esercizio di libertà nel quale non si ha titolo per interferire, ma è un atto di rifiuto dei più elementari doveri del singolo nei confronti delle diverse comunità nelle quali concretamente vive: rispetto a tale atto lo Stato ha il dovere di rispondere con un complesso di interventi, il cui presupposto è una chiara manifestazione di contrarietà”.
Per Mantovano era una riforma che non aveva impeti proibizionistici, come era stata bollata, ma intendeva collocarsi al di fuori della “dialettica fra proibizionisti e antiproibizionisti: l’antiproibizionismo aggrava il dramma della droga,- scrive il magistrato – favorendone la più ampia diffusione, come confermano tutte le esperienze, più o meno estese, di legalizzazione; il proibizionismo, cioè la scelta di puntare esclusivamente sul sistema sanzionatorio, rendendolo più severo, in sé non risolve nulla: la questione droga non è riducibile esclusivamente a un problema di diritto penale”. Infatti per Mantovano, la riforma del 2006, “immagina una via diversa che, senza trascurare il richiamo alla responsabilità, derivante da un chiaro giudizio negativo sulla droga, a cominciare dal suo semplice uso, investe sulla prevenzione e spinge con decisione verso il recupero”. Consapevole che la legge dello Stato, non ha la bacchetta magica, indubbiamente però i risultati dell’applicazione delle norme sono attestati da dati obiettivi: “contrazione del consumo complessivo di droga, riduzione dei decessi e diminuzione degli ingressi in carcere di tossicodipendenti”.

A differenza di quello che scrivono i radicali che la legge del 2006 vada abolita perché ha riempito le carceri di drogati, la realtà è diversa: i decessi per droga sono scesi da 1002 nel 1999 a 344 nel 2013, mentre è diminuito il consumo totale di droghe e il numero di tossicodipendenti in carcere, con parallelo incremento dei recuperi. Nonostante tutto questo nella primavera 2014 una sentenza della Corte costituzionale, un decreto del governo Renzi e poi il Parlamento, hanno preso di mira la riforma sulla droga del 2006 e ne hanno cancellato i tratti più significativi, riportando indietro l’Italia di 40 anni.
Di fatto la riforma del 2006 viene stravolta calpestando ogni conclusione scientifica e i dati oggettivi. Ma quello che sottolinea Mantovano, che la depenalizzazione di fatto dello spaccio e la reintroduzione della erronea distinzione “fra droghe “leggere” e “pesanti” sono state decise con un decreto d’urgenza, non preceduto – come invece era accaduto prima della stesura del disegno di legge del governo Berlusconi – da alcun confronto con addetti ai lavori e con periti di varia formazione ed esperienza”. In pratica il governo Renzi, ha posto la fiducia e ha “blindato” la legge, all’insegna del “non si cambi nulla”. Altro scandalo è che la legge è passata tra l’indifferenza sostanziale di tutte le forze politiche, comprese quelle che avevano approvato la riforma del 2006.

In conclusione Mantovano scrive che la cancellazione della buona riforma del 2006 è “una rivincita dell’ideologia post-sessantottina. L’approvazione delle nuove norme sulla droga costituisce il primo obiettivo tangibile conseguito dal fronte sessantottino nella XVII Legislatura, ed è il primo concreto segnale di inversione di tendenza rispetto a un orientamento che, quanto a leggi e ad azione di governo, sembrava in anni passati aver frenato la deriva libertaria”.
Pertanto il campo di battaglia non sono tanto i pur importanti articoli e commi o i milligrammi in più o in meno di ciascuna sostanza riportata nelle tabelle della nuova legge, ma il confronto o meglio lo scontro culturale. “Ciò che ci divide rispetto ai teorici della legalizzazione delle droghe, è il modo di intendere la libertà e la responsabilità, scrive Mantovano.. Infatti per quelli che hanno riscritto la legislazione sulla droga nel 2014, il termine libertà significa fare quello che si vuole, incluso darsi la morte, porre se stessi nelle condizioni di non essere più se stessi, e di vivere nel “vuoto” e tra i “fantasmi”.

LA SCIENZA AFFERMA CHE LA DROGA, COMPRESA QUELLA “LEGGERA”, FA MALE.

La cannabis non è una droga “leggera”, come si pensa solitamente, anzi produce effetti pesantemente negativi, soprattutto fra i più giovani. Lo dimostra con dati oggettivi aggiornati al 2014, il professore Giovanni Serpelloni, nella seconda parte del libro “Libertà dalla droga. Diritto, scienza e sociologia”, Sugarcoedizioni (2015 Milano), illustra lo stato della diffusione delle droghe in Italia, riportando diversi studi scientifici sui danni dell’assunzione della cannabis.

Serpelloni, medico, da 30 anni nell’ambito delle neuroscienze e della clinica delle dipendenze. E’ stato per 6 anni capo del dipartimento delle Politiche Antidroga, dell’Osservatorio e del Sistema di allerta della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha rappresentato il Governo italiano in commissioni europee e delle Nazioni Unite e tanto altro. Inoltre, è autore di oltre duecento pubblicazioni su riviste nazionali e internazionali e di 26 monografie.
Lo studioso in questo libro pubblica diverse tabelle sul consumo di sostanze stupefacenti dalla cannabis alla cocaina, all’eroina, nella popolazione scolastica e non solo. Ma l’attenzione di Serpelloni si concentra anche sulle nuove droghe sintetiche. Queste sostanze vengono messe sul mercato da nuove organizzazioni criminali che usano internet e in “in misura minore, ‘smart shop’, pubblicizzandole come Sali da bagno, incensi, fertilizzanti, prodotti naturali, erbe mediche…”

Peraltro, questi prodotti, “vengono preparati artigianalmente in laboratori fatiscenti e a bassissima qualità igienica e messi in commercio attraverso la pubblicazione su siti web specializzati”. Quello delle droghe sintetiche è un fenomeno mondiale e per Serpelloni è diventata una vera emergenza che,“se non viene fronteggiata, porterà allo svilupparsi di un mercato incontrollabile e globalizzato che già offre, a chi lo richiede, qualsiasi tipo di sostanze sia sintetiche che tradizionali”. In particolare, le difficoltà insorgono ai pronto soccorso, dove gli operatori devono identificarle tempestivamente.
Queste nuove sostanze vengono utilizzate anche nelle rave party illegali, ecco perché si cerca di monitorare la rete internet per l’individuazione di questi eventi.

Dopo aver identificato i numeri dei vari soggetti trattabili e in trattamento per la dipendenza da sostanze stupefacenti, Serpelloni approfondisce la questione cannabis, fornendo una serie di dati scientifici riguardanti i danni alla salute derivante dal suo uso. I danni maggiori si hanno nella fase adolescenziale, “quando il cervello sta sviluppando e maturando importanti connessioni sinaptiche”.
Scrive Serpelloni:“Dagli studi scientifici esaminati, (elencati alla fine del capitolo) risultano evidenti le gravi conseguenze, ad oggi troppo sottovalutate, che possono comparire a seguito dell’uso di questa sostanza e dei suoi derivati. Tali conseguenze sono gravi quanto più precoce è l’inizio dell’assunzione e quanto maggiori sono la frequenza e la durata dell’uso”.
Per lo studioso la cannabis è una droga di passaggio (“gateway”) per poi passare successivamente con molta probabilità all’uso di LSD, amfetamina, eroina. Per molto tempo la tossicità della marijuana è stata sottovalutata. “Sotto effetto della cannabis, l’attività cerebrale diventa scoordinata e imprecisa, portando disturbi neurofisiologici e comportamentali che ricordano quelli osservati nella schizofrenia (…) Gli effetti dannosi della cannabis sulla memoria e sui processi cognitivi sarebbero il risultato di reti cerebrali disorchestrate, che rendono difficili operazioni quotidiane come quella di prendere decisioni”.

Risulta che la cannabis, “anche se assunta per un breve periodo durante la gravidanza, può influire negativamente sulla crescita e sullo sviluppo del feto”.
E’ l’adolescenza il periodo vulnerabile a causa della cannabis, “la forte esposizione alla cannabis, durante questo particolare periodo, potrebbe portare a significativi cambiamenti neurocognitivi”.
Come dimostrano le ricerche del National Institute on Drug Abuse degli USA, “il fumo di cannabis influisce sul cervello e altera la memoria a breve termine, le percezioni, la capacità di giudizio e le abilità motorie”. Secondo Serpelloni chi ha consumato cannabis in adolescenza, da adulti, risulta più vulnerabile, ed esposto all’insorgere di disturbi mentali come la depressione, psicosi e disturbi affettivi.

In uno studio condotto tra il 1992 e il 1998 in Australia ha dimostrato l’esistenza di una relazione tra l’utilizzo quotidiano di cannabis e l’insorgenza di depressione sia negli adolescenti che negli adulti e di paranoia. Inoltre il fumo di cannabis altera la composizione genetica del DNA aumentando il rischio di cancro. “Il danno provocato alle mucose bronchiali da 3-4 spinelli al giorno corrisponde a quello derivante da 20 o più sigarette al giorno”. Secondo gli studi consultati da Serpelloni, “l’inalazione del fumo di marijuna è estremamente dannoso, molto più del fumo di tabacco. In alcuni studi condotti su modello animale è stato inoltre evidenziato l’elevato rischio cancerogeno e mutageno della cannabis”. La cannabis ha effetti negativi sulla sfera sessuale, sia sugli uomini che sulle donne. Ma la marijuna e l’alcol hanno effetti negativi sulla guida, assunti prima di mettersi alla guida, sono causa di numerosi incidenti stradali. Pertanto secondo il professore, “guidare sotto l’effetto della cannabis raddoppia il rischio di provocare incidenti automobilistici. E’ il risultato di due importanti studi condotti su un campione molto ampio” . 

Ma l’uso della cannabis insieme all’alcol, secondo uno studio norvegese condotto da Pedersen e colleghi (2010), ha evidenziato un forte coinvolgimento dei soggetti che la usano in attività criminali.
Concludendo si può sostenere che la cannabis e i suoi derivati ha effetti negativi sulla salute. “La letteratura scientifica, a questo proposito, non lascia dubbi. Non si comprende quindi come, alla luce di queste evidenze, vi siano ancora percezioni e opinioni secondo cui tali sostanze non sarebbero pericolose o addirittura dotate di effetti positivi per l’organismo umano”. Pertanto per il professore Serpelloni, si ritiene che “il termine comunemente ed erroneamente usato di ‘droghe leggere’ per definire queste sostanze sia completamente fuori luogo e totalmente inadatto, oltre, che fonte di interpretazioni distorte e non veritiere”. Per Serpelloni, non c’è nessun’altra sostanza al mondo, che ha queste caratteristiche così ben documentate da studi tanto autorevoli, verrebbe classificata come “leggera” e quindi farla percepire come non pericolosa.
Quindi tutti quelli che pretendono di escludere la cannabis dalla lista delle sostanze proibite, lo fanno soltanto per motivi ideologici e culturali. Inoltre per Serpelloni, “non vanno dimenticati il grande business e i forti interessi economici che il nuovo mercato della cannabis è in grado di generare, nonché le organizzazioni attive a livello internazionale che incentivano la legalizzazione della cannabis al fine di farne aumentare il mercato ed incrementare i propri profitti”.

LA RIVOLUZIONE ANTROPOLOGICA DELLA DROGA.

A volte i numeri riescono più delle parole a spiegare la realtà, come nel caso del grave fenomeno della droga. Il professore Massimo Introvigne, sociologo, nella terza parte del libro citando il Rapporto Mondiale sulle Droghe 2014, dell’Ufficio delle Nazioni Unite, scrive che nell’ultimo anno in cui sono state compilate statistiche complete, il 2012, ci sono state 183.000 morti causate direttamente dall’uso delle droghe illecite, un po’ più di un morto ogni tre minuti. Introvigne è ancora più preciso, “Se impiegate due ore a leggere questo libro, tra l’inizio e la fine nel mondo un’altra quarantina di persone saranno morte per droga”. Anche se in realtà i morti sono di più. Infatti, ci sono i morti per droga indirettamente come i drogati che hanno contratto l’AIDS per ragioni legate alla droga. Poi ci sono il numero di morti per omicidi commessi da drogati sotto l’influsso della droga o che uccidono per procurarsi la droga.

In buona sostanza, scrive Introvigne, “i numeri sono quelli di una guerra: o di una rivoluzione. E’ la rivoluzione antropologica del 1968, che ha il centro simbolico nell’apologia della libera droga”.
Il reggente nazionale vicario di Alleanza Cattolica, dopo le osservazione tecniche di carattere giuridico e medico, oggetto del 1° e del 2° capitolo del libro, tratta l’aspetto morale, teologico e filosofico in tema di droga. Introvigne prende in considerazione le riflessioni del pensatore brasiliano Plinio Correa de Oliveira, che ha scritto, “Rivoluzione e Controrivoluzione”. Un saggio, divenuto manuale di studio per Alleanza Cattolica, ma anche per altre associazioni controrivoluzionarie, qui il De Oliveira, studia la scristianizzazione dell’Europa avvenuta sotto forma di processi antropologici, definiti come Rivoluzione, dando alla parola un senso negativo.

Il professore Plinio delinea una I Rivoluzione, quella Protestante, segue la II Liberale-illuministica,infine, la III comunista. Infine il professore brasiliano segnala una IV Rivoluzione, successiva a quella comunista, e siamo alla Rivoluzione culturale del 68, che accade nelle tendenze, una sovversione in interiore homine.

Pertanto se le prime tre rivoluzioni hanno distrutto “tutti i legami organici – religiosi, politici, economici”, riducendo l’uomo un semplice individuo isolato e atomistico. La IV Rivoluzione intende attaccare l’individuo e di “dividerlo in se stesso, di renderlo infinitamente plastico e plasmabile, non più fermo nella propria essenza ma in balia di ogni divenire”.

Per Introvigne si accende una “rivoluzione nella vita quotidiana”, che si dovrà necessariamente tramutare in “rivoluzione sociale totale”, che a sua volta, mira a trasformare la struttura dei bisogni, modificando l’essenza dell’uomo stesso.
“L’esempio più tipico e drammatico del carattere di dissoluzione della ‘rivoluzione nella vita quotidiana’ – per Introvigne – è costituito dalla droga, tragico sintomo di una crisi di civiltà”. Pertanto secondo il sociologo torinese, “la guerra della droga minaccia in potenza ogni uomo, verificando così la definizione di Mao Tse-Tung (1893-1976) secondo cui ogni uomo è un obiettivo della guerra rivoluzionaria”. Si tratta, dunque, di una guerra di carattere sovversivo, che per certi versi può essere assimilata ad un’operazione eversiva in senso tecnico, se è vero che non esiste una definizione medica e farmacologica unica del concetto di droga. Molti studiosi hanno definito le sostanze “tossicomaniche”, a “condotte sociali nocive, astensioniste, eversive o degradate”.
Pertanto secondo Introvigne il fenomeno della rivoluzione della droga, che rappresenta l’”estensione della sovversione dal corpo sociale al corpo umano”, può essere studiato secondo lo schema proposto da Correa de Oliveira, nel suo già citato, Rivoluzione e Controrivoluzione. Anzitutto come “rivoluzione nei fatti, quindi, a livello più profondo come rivoluzione nelle idee, che traducendosi nella pratica danno origine ai fatti; infine, alla radice del fenomeno, come rivoluzione nelle tendenze e nei modi di vivere, che costituiscono il terreno dal quale nascono le idee”. In questo modo si potrà pervenire ad una sommaria descrizione della meccanica della rivoluzione della droga, necessaria per poter impostare una eventuale resistenza e controrivoluzione.
Introvigne comincia la sua analisi con una affermazione fin troppo abusata: “chi si droga non fa male a nessuno”, una frase immorale, non solo perché a nessuno è lecito, attentare alla vita altrui, ma neppure alla propria. Lo dice il diritto naturale e il bene comune. Ma l’asserzione, è radicalmente falsa sul piano dei fatti: “perché il tossicomane, lungi dal “non far male a nessuno”, manifesta un’elevata pericolosità criminale…”. Dopo aver citato il documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ”Liberalizzazione della droga?”(1997), il sociologo smonta alcuni luoghi comuni sulla liberalizzazione della droga. Uno di questi è che la droga va liberalizzata perché i drogati sono moltissimi e nessuna legge gli farà cambiare idea, “anzi i divieti alzano i prezzi e favoriscono i ricchi e i criminali”. E’ una tesi sociologica che in pratica sostiene che la legge deve adeguarsi alle preferenze che i cittadini hanno manifestato non a parole o con il voto, ma con il loro comportamento. E’ una tesi formulata da Federico Varese, che insegna criminologia nel dipartimento di sociologia dell’Università di Oxford. Varese, in un articolo su La Stampa, ha scritto: “Qualsiasi manuale di sociologia dello Stato spiega che l’apparato di leggi che governano una società deve corrispondere ai comportamenti individuali più diffusi”. Introvigne, polemizza con queste tesi che probabilmente circolano solo ad Oxford e propone di diffonderle provocatoriamente presso le donne di certe zone del Messico o dell’India. “Sarà per loro una grande consolazione sapere che per i sociologi di Oxford ‘non ha senso’ criminalizzare la violenza carnale di gruppo a Ciudad Juarez o in certe periferie indiane, dal momento che lì è certamente praticata da una percentuale significativa della popolazione (maschile)”.

A questo punto è doveroso chiedersi: le leggi dello Stato devono adeguarsi ai “comportamenti individuali più diffusi”? Anche quando sono immorali o nocivi al bene comune? O piuttosto è giusto che le leggi devono correggere i comportamenti diffusi dalla gente. Comunque sia la posizione di Varese appare assurda, non deriva da nessun principio sociologico, ma dal relativismo più assoluto, che è una dottrina filosofica che pretende di diventare legge, e si fa “dittatura del relativismo”, come ha ben detto Benedetto XVI.
Pertanto, visto che in Italia siamo il secondo Paese al mondo per consumo di droghe cosiddette “leggere”, secondo Varese dobbiamo legalizzarla. Per farsi capire meglio, Introvigne utilizza un paradosso: l’Italia è in testa alle classifiche europee per quanto riguarda la corruzione, allora perché non suggerire a qualcuno dei parlamentari, un referendum per legalizzare la corruzione, visto che è un comportamento diffuso. Addirittura Introvigne prepara una bozza di discorso che questi politici potrebbero pronunciare in Parlamento, identica a quella della legalizzazione della droga, cambiando semplicemente “marijuana” con “corruzione”.
Introvigne si scusa per il paradosso, ma “il paradosso – come spesso capita – va al cuore del problema: non tutto quello che è socialmente diffuso dev’essere legalizzato. Se la droga, come la corruzione, fa male ai singoli e alla società, e le leggi che la vietano non funzionano, dobbiamo far funzionare le leggi e non abolirle”.

Tuttavia la droga è un flagello del nostro tempo, il professore torinese la paragona tranquillamente ai flagelli del passato come la peste e il colera. Ma le epidemie del passato si cercava in tutti i modi di sfuggirle, mentre oggi, per la droga, c’è persino chi osa farsene propagandista e promotore. Infatti è sconcertante che già nella rivoluzione antropologica del 68, c’è chi vedeva nella droga “la levatrice di una nuova umanità”.
Com’è possibile perseguire la droga come un bene e uno scopo? Richard Neville forniva una risposta interessante: la droga, rende gli uomini, “capaci di sgusciare dalla camicia di forza della logica aristotelica”. Dietro l’avversione per il filosofo greco, “si nasconde l’avversione per il retto uso della ragione, per l’idea che esiste una verità, un ordine delle cose oggettivo e immutabile e la ragione è in grado di conoscerlo”.
In conclusione, la battaglia contro la droga per il professore Introvigne, è una vera “guerra civile culturale”, e certamente, per vincere questa battaglia non sono sufficienti gli ospedali e le leggi. Occorre un’opera di “bonifica intellettuale, una restaurazione dell’intelligenza”, ma soprattutto, serve una “restaurazione dell’educazione”, e visto che la maggioranza dei drogati è costituita da studenti, significa che per lottare efficacemente contro la droga, bisogna “rompere con la pedagogia rivoluzionaria, tornare a un’educazione vera che trasmetta non solo tecniche, ma valori e ideali, non solo le cose, ma l’ordine delle cose”.

Quinto de Stampi MI, 15 maggio 2015
S. Isidoro, contadino.                                                           DOMENICO BONVEGNA
Domenico_bonvegna@libero.it

Precedente UNA SCUOLA CHE INSEGNI E EDUCHI VERAMENTE. Provocazioni e riflessioni. Successivo CHI SONO I CRISTIANI DELL'"OPZIONE BENEDETTO".

Lascia un commento