LA RIVOLUZIONE DELLA FAME IN CINA.

A QUELLI CHE FESTEGGIANO LA RIVOLUZIONE CINESE, UN LIBRO RICORDA I QUATTRO ANNI DELLA CARESTIA SEGRETA NEL 1958-1962.

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L’Agenzia del Pime pubblica un mensile cartaceo, dove in ogni numero, alla fine dedica una sezione all’immenso popolo cinese:“Cina Oggi”. In quello dello scorso aprile (n. 299) riporta una discussione nata su un blogger“China Source”, dove si ponevano domande se conveniva ai cristiani iscriversi al partito comunista, visto che si aprono prospettive di lavoro e di protezione nella società. Alla discussione hanno partecipato anche i giovani della Lega comunista.

Il Comitato centrale della Lega ha risposto che i membri del Partito comunista non possono credere in una religione e devono dedicare tutta la loro vita alla realizzazione del comunismo. Peraltro nel Capitolo uno, art. 3, della Costituzione del Partito comunista cinese, a proposito dei doveri dei membri del Partito, si dichiara:“Essi devono studiare in modo coscienzioso il marxismo-leninismo, il pensiero di Mao Zedong, la teoria di Deng Xiaoping […]”. Chissà se i membri del Partito hanno studiato anche quello che negli anni 1958-1962, per colpa della politica agraria voluta dal grande Timoniere, ha causato una terribile carestia, che in soli quattro anni portò alla morte almeno trenta milioni di persone.

Uno studioso e giornalista inglese corrispondente da Pechino per il Guardian, Jasper Becker, sulla base di centinaia di interviste e documenti inediti ha prodotto un libro, “La rivoluzione della fame. Cina 1958-1962: la carestia segreta”, pubblicato da Il Saggiatore (1998) dove dimostra come il “Grande Balzo” in avanti voluto da Mao Tse-tung, invece di portare il primo paradiso comunista in terra, ha fatto morire milioni di contadini, mentre i sopravvissuti erano ridotti a scheletri, costretti a cibarsi di erba e cortecce.

Attraverso il vivido racconto di testimoni oculari, l’autore descrive come schiavitù, terrore, cannibalismo, tortura e prigionia fossero fenomeni di ordinaria amministrazione in tutta la Cina”. Talaltro, questa enorme massacro, venne occultato dai vari funzionari di ogni livello, per timore di rappresaglie da parte di Mao. Ancora oggi, il governo cinese non ha riconosciuto ufficialmente, i fatti del 1958-1962.

Come e perché avvenne un disastro del genere?Di chi fu la colpa? Come è stato possibile mantenere segreto un simile fatto, per così tanto tempo? Nel libro di Becker c’è il tentativo di rispondere a queste domande.

Prima di passare a raccontare la grande carestia cinese, serve una puntualizzazione. Solitamente quando si scrive delle vittime del comunismo, si conteggiano solo quelle operate da violenze e delitti perpetrati da elementi comunisti, mentre non si conteggiano le varie carestie e morti per fame, come in questi anni in Cina o quelli dell’Holodomor, una carestia gigantesca, causata da Stalin in Ucraina nel 1932-33. E’ un errore che fa perfino “Il Libro Nero del Comunismo”, di Stephane Courtois, sostenendo che le vittime del comunismo in tutto sono 85 milioni.

Le principali vittime della grande carestia in Cina sono stati i contadini, che a differenza degli intellettuali, non scrivono libri, né realizzano film e raramente hanno la possibilità di parlare con chi viene da fuori.

Il testo di Becker inizia con una intervista del 1994, a una donna di sessantacinque anni, Liu Xiaohua, che ricorda benissimo i fatti del 1960, che riguardano un piccolo villaggio della Contea di Guangshan.“Sul sentiero fangoso che partiva dal villaggio, decine di cadaveri giacevano insepolti. Altri erano nei campi desolati e, tra i morti, i sopravvissuti avanzavano carponi, lenti, in cerca di semi da mangiare. Nei pressi dei stagni e fossi uomini e donne immersi nel fango cercavano rane e tentavano di raccolgiere le erbe selvatiche”. La gente moriva senza emettere un lamento, “i cadaveri giacevano dove morivano, nessuno aveva la forza di seppellirli”. In un silenzio innaturale, l’anziana donna ricorda: “Il bestiame era morto, i cani erano stati tutti mangiati. Da tempo polli e anatre erano stati confiscati dal partito comunista al posto delle tasse sul frumento. Sugli alberi non era rimasto un solo uccello; anche le foglie e la corteccia erano state strappate. Di notte non si udivano più nemmeno topi o ratti, morti di fame o divorati anch’essi dagli abitanti del villaggio”. Per la signora Liu, ciò che le mancava di più era il pianto dei neonati. Ormai nessuna donna riusciva a portare a termine una gravidanza. Capita anche oggi nella nostra povera Europa, ma per motivi completamente opposti.

Nel villaggio le guardie comuniste, avevano requisito tutto, finestre, porte, bruciate nei forni per produrre acciaio. Le coperte venivano date alla comune, era proibito accendere fuochi, non si poteva cucinare in casa, teglie e padelle erano state sequestrate e fuse per ottenere acciaio. Chi veniva scoperto di cucinare in casa, veniva picchiato selvaggiamente. Soltanto nella cucina collettiva, tra un litigio e l’altro, si poteva andare a prendere una razione di minestra, “un intruglio acquoso in cui i cuochi avevano gettato foglie di patate dolci e rape, gambi macinati di granoturco, erbe selvatiche e quant’altro i contadini fossero riusciti a raccogliere”. Ad essere eliminati secondo il giornalista inglese, sono le famiglie dei contadini benestanti: a questi toccavano le razioni più scarse. Poi veniva il gruppo di chi era troppo debole per lavorare, e a questi non si dava nulla. La signora ricorda le continue e spasmodiche ricerche delle guardie del grano nascosto. I funzionari del partito andavano di capanna in capanna, per trovare il grano, che secondo loro i contadini nascondevano, ispezionavano tutto, il tetto, le pareti, il pavimento.

Liu racconta anche particolari come alcuni suoi vicini andavano nei campi alla ricerca di pezzi di carne di cadaveri da mangiare.

Sostanzialmente il libro di Becker racconta tutto quello che è successo in tanti altri milioni di villaggi come questo della Contea di Guangshan.

Il cannibalismo – scrive l’ autore – era così diffuso nelle campagne che tutte le persone intervistate affermano di avere assistito a episodi del genere”. Padri mangiarono figli e poi dimenticarono di averlo fatto. Altri genitori li mangiarono e poi si uccisero per il dolore. Solo alcuni vennero arrestati e fucilati per cannibalismo. La gente moriva come mosche. E il peggio non era ancora arrivato. Dopo i primi allarmanti rapporti, funzionari diligenti decisero che il problema non esisteva e che la colpa era tutta dei contadini che nascondevano il grano. Ogni casa fu perquisita e le ultime riserve furono confiscate come prova dell’ accaparramento. E quel mare di vittime? Tutti morti per cause naturali. Un’ inchiesta che risale agli anni ‘ 80 approdò a qualcosa anche se molti dei documenti sulla carestia erano andati distrutti fra il 1966 e il 1976, gli anni della rivoluzione culturale.

Ma ora il partito non ha intenzione di fare luce su quel periodo. Ai pechinesi e shanghaiesi la cui razione quotidiana era solo di 500 grammi di riso la stampa ufficiale raccontò di ‘ penurie’ . La colpa fu data al cattivo tempo e agli obblighi verso l’Urss. In realtà forse mai come allora il tempo fu clemente e i sovietici furono sorpresi di tanta solerzia nella restituzione dei debiti.

Tutti i leader cinesi del partito avevano studiato in Russia durante il periodo del “comunismo di guerra”, e conoscevano la gravissima carestia provocata da Lenin, per le frettolose collettivizzazioni. I comunisti cinesi non volevano fare la stessa fine dei compagni sovietici. I moderati cercavano di convincere Mao a non andare in fondo con la collettivizzazione, ma questi perse la pazienza con gli scettici che si comportavano “come vecchiette con i piedi fasciati” e diede il via al “Piccolo balzo in avanti”, costringendo i contadini ad entrare nelle “cooperative agricole elementari”, superando quelle della Russia. “Mao ripeteva la condanna di Stalin del piccolo proprietario agricolo definito ‘intrinsecamente capitalista’: circa quattrocento milioni di contadini cinesi vennero costretti con la forza a entrare in una delle 752mila fattorie collettive”.

In pratica i contadini furono costretti a mettere in comune animali da tiro, attrezzi da lavoro, sementi, e a lavorare sotto l’occhio vigile del segretario del partito. I metodi erano uguali a quelli utilizzati in Unione Sovietica. Mao sosteneva che “abolendo il piccolo proprietario agricolo la Cina avrebbe potuto sottrarsi alla costante carenza di generi alimentari”. Così per migliaia di anni i contadini, le loro famiglie, avevano prodotto su base individuale, ora venivano costretti a lavorare per il collettivo.

Praticamente “il Partito sferrò – scrive Becker – un duro attacco contro ogni aspetto della vita contadina nel tentativo di creare una società nuova”. Si operò una svolta antropologica, si chiusero templi, monasteri, si introdusse il passaporto interno, si sono distrutti perfino i cimiteri, sono stati arati per farne preziosi terreni agricoli.

Mao era convinto di realizzare per primo il comunismo e la scomparsa dello Stato, e soprattutto di superare i compagni comunisti russi. “I leader cinesi parlavano come se mancassero solo tre o quattro anni”, per la realizzazione di questo sogno.

In questo periodo si scatenarono in tutta la Cina una ondata di aspettative che sfiorarono l’isteria collettiva. Il Partito favorì la nascita del culto della personalità intorno a Mao, che veniva considerato come una sorta di semidio. Grazie a lui, la Cina sarebbe diventata il regno dell’abbondanza. C’era uno straordinario ottimismo che “si basava sulla fondamentale ignoranza di Mao della scienza moderna”. Mao che aveva studiato personaggi come Pavlov, Lysenko e altri, si convinse della veridicità dei loro risultati scientifici. Mao credeva che “la scienza moderna poteva trasformare la vita di milioni di contadini ignoranti, sprofondati in un pantano secolare di superstizioni feudali”. E per fare questo non si poteva aspettare, bisognava fare piazza pulita delle credenze popolari. “Mao – scrive il giornalista inglese – sostituì tali credenze con una pseudoscienza, un delirio di fantasia che la vera scienza non poteva certo riconoscere[…]”.

Nel 4 capitolo, Becker traccia i vari passaggi di come i contadini dovevano trasformare l’agricoltura cinese, che poi li portò a morire di fame.

Nella seconda parte del libro viene descritta nei particolari, la grande fame, la grande carestia, un avvenimento unico nella storia cinese. “Per la prima volta tutti i villaggi in questo immenso Paese conobbero la fame”. In pratica tutti i contadini, la popolazione rurale, oltre 500 milioni erano sotto il controllo delle Comuni, una “nuova e bizzarra forma di organizzazione che costituiva il quadro istituzionale del Grande balzo in avanti. Mao e compagni si vantavano che le comuni erano la porta del paradiso […]”. Addirittura un poeta,“Kang Sheng compose diverse brevi canzoni che i contadini dovevano ripetere[…]”. Ben presto però i contadini, “finirono per considerare le comuni una sorta di luogo del terrore”.

In pratica si lavorava in continuazione addirittura, c’erano “le truppe d’assalto”, che lavoravano ventiquattrore di seguito. La famiglia era una istituzione che doveva essere distrutta, adesso la famiglia dei cinesi è la comune del popolo. I contadini furono costretti a cedere tutto, ogni loro oggetto personale, addirittura anche “gli escrementi dei contadini divennero proprietà della comunità. Nelle comuni le latrine pubbliche sostituirono quelle private poiché le feci andavano utilizzate per i campi di proprietà comune”. Il Partito aveva intenzione di abolire il denaro, con un sistema di equa distribuzione delle ricchezze. Ma i contadini ben presto capirono che non c’era nessun incentivo a lavorare, a curare i campi o gli animali, in quanto il frutto del proprio lavoro sarebbe stato in ogni caso loro sottratto. Inoltre il libro dà conto dei campi di detenzione, dove venivano rinchiusi per essere rieducati i prigionieri politici, gli intellettuali.

E qui Becker cita spesso il dissidente cinese Harry Wu, scomparso l’anno scorso in America in circostanze misteriose. A distanza di tempo si sospetta che sia stato eliminato perchè scomodo. E’ quello che pensano i dirigenti della Laogai Research Foundation Italia, a cominciare dal suo presidente Tony Brandi e dal direttore, Gianni-Taeshin Da Valle. Lo hanno apertamente dichiarato in una conferenza stampa alla Camera dei deputati e in un’affollata assemblea alla Casa del cinema di Roma, a Villa Borghese,con la proiezione di un film documentario Free China: il coraggio di credere, quella degli orrori,delle violenze sugli esseri umani (i laogai, la politica sul figlio unico, la persecuzione delle minoranze etniche e religiose ecc).
Harry Wu un uomo combattivo e scomodo aveva fondato l’associazione internazionale la “Laogai Research Foundation”, avendo subito una detenzione nei lager cinesi di 19 anni, ha raccontato la sua terribile esperienza pubblicando libri, conosciuti anche in Italia. Si vede che anche da lontano gli oppositori politici del capitalcomunismo cinese continuano a dare fastidio.

Mentre è ancora fresca la notizia della scomparsa il 13 luglio scorso di Liu Xiaobo l’attivista democratico e premio Nobel per la Pace 2010, primo firmatario dell’appello manifesto ‘Charta 08’ per i diritti umani e la libertà di espressione.
Mi fermo, ma sarebbe importante continuare, per ora rinvio alla lettura del documentato testo dello studioso inglese.

S. Teresa di Riva ME, 18 luglio 2017

Anniversario del mio matrimonio.                                                   Domenico Bonvegna

                                                                                        domenico_bonvegna@libero.it

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