LA GHIGLIOTTINA E L’IMMAGINARIO DEL TERRORE GIACOBINO.

La chiamavano la “Vedova Allegra”, ma anche la “Santa” GHIGLIOTTINA, scrive Antonio Castronuovo, «quando si dice ‘ghigliottina’, è alla Francia che immediatamente si pensa […]»

Così veniva chiamato lo strumento di morte più caratteristico della Rivoluzione Francese, ma probabilmente di tutta la Storia dell’umanità. Certamente la ghigliottina col tempo ha assunto un valore emblematico fino a diventare un simbolo nazionale francese, infatti, «quando si dice ‘ghigliottina’, è alla Francia che immediatamente si pensa […]», lo scrive Antonio Castronuovo, nel suo «La Vedova Allegra. Storia della ghigliottina», pubblicato da Stampa Alternativa/Nuovi equilibri (2009, Viterbo). Infatti durante il Terrore i francesi chiamarono la ghigliottina, con un altro nome: la vedova , ma fu davvero allegra? Si chiede Castronuovo.

A partire dal 25 aprile 1792, giorno in cui il ladruncolo Pellettier fu usato come cavia , lo strumento lavorò senza sosta. Le teste da mozzare erano tante: quelle dei nemici del popolo e dei sospetti, ma anche dei recalcitranti, che in ogni dittatura disturbano. Per la verità nel lontano 1991, avevo già letto un altro libro su questo argomento, si tratta di «La ghigliottina e l’immaginario del terrore», di Daniel Arasse, (Xenia 1988 Milano).

In pochi anni, la Rivoluzione mandò sul patibolo almeno ventimila persone. Caduta la testa di Robespierre, l’interprete più prestigioso insieme a Saint-Just, di questo assassinio di massa, la ghigliottina continuò a funzionare, nella Francia repubblicana, addirittura, fino al 1977.

Il libro di Castronuovo racconta dettagliatamente la storia di questa macchina spietata e svela gli inganni del potere giacobino per imporre la propria autorità perfino sul corpo del condannato. Il testo inizia con un aneddoto: “E’ possibile ghigliottinare un impiccato, il contrario è decisamente più difficile”. Addirittura nel 1835, un pluriomicida, prima di essere giustiziato, salutava la macchina con dolci e amorevoli parole:“salute a te, mia bella fidanzata, tra le tue braccia mi devo ora abbandonare![…]”. Ha perfettamente ragione Arasse vedere nella ghigliottina, l’immaginario collettivo del terrore giacobino. Lo stesso Edmund Burke, già nel 1790, nelle sue “Riflessioni sulla Rivoluzione francese”, ebbe il presentimento della simbiosi tra Rivoluzione e la macchina.

«La Rivoluzione – scrive Castronuovo – compiuta nelle accademie prima ancora che sulle piazze, si snoda su uno scenario che ha sullo sfondo, costantemente, il sinistro contorno di una macchina che, una volta introdotta, entra a far parte della coscienza collettiva».

La ghigliottina in Francia ha lavorato per quasi due secoli. Castronuovo a questo proposito, fa un’interessante osservazione, è strano «che il paese della grandeur, la nazione della principale rivoluzione occidentale, la culla dell’illuminismo, ci abbia messo tanto ad abolire la pena di morte». Non solo, ma osserva Castronuovo, che nel momento in cui nasceva la ghigliottina nella Francia dei Lumi, la pena di morte era stata abolita da Leopoldo di Toscana, ma incredibilmente anche dalla dispotica Russia di Elisabetta Petrovna.

Nell’introduzione Castronuovo ricorda che nonostante dobbiamo sentirci tutti figli della Rivoluzione francese, nello stesso tempo però dobbiamo essere un po’ ribelli, riconoscere la storia, ma metterla anche in discussione. «Ridiscutere i fatti storici è azione salubre e raccomandabile […]».

Seguendo la storia della macchina di morte, Castronuovo offre abbondante materiale di revisione di questo periodo storico. Ci sono diversi passaggi curiosi che rendono il testo interessante nella lettura. Una storia quella della ghigliottina che vede protagonisti non solo i politici, ma sopratutto medici e artigiani, tutti impegnati per il bene dell’umanità. Per Castronuovo, «La storia di questo terrificante meccanismo si cala in un contesto di umanesimo filantropico, di progresso delle idee […]».

I primi capitoli del libro, descrivono il “fatale strumento”, e soprattutto i vari dettagli, le singole parti, il modo come veniva usato. «Strumento di mutilazione meccanica, la macchina associa infatti due caratteri apparentemente distanti: la crudele violenza della decapitazione e la gelida funzionalità tecnica. La sua barbarie è fuori discussione, proprio in quanto vi si fondono due caratteri così dissimili».

La ghigliottina, figlia dei Lumi, «deve assicurare un rendimento produttivo in relazione al tempo di lavoro». Simile alla concezione funzionalistica capitalistica del produrre nel minor tempo possibile. Torna alla mente la valutazione funzionalistica che Martin Heidegger fece dei campi di sterminio nazisti, con metodi simili alla moderna gestione di un’azienda.

Castronuovo mette in luce ulteriori aspetti della funzionalità della ghigliottina, per esempio, il carnefice, cioè il boia, «non deve più decapitare di persona – con la scure o con la spada – la sua vittima. D’ora in poi egli è colui che tira una leva; ci pensa la ghigliottina a fare tutto, seguendo leggi fisiche e meccaniche di assoluta semplicità».

Il lavoro del boia ormai è facilitato, si svolge nella massima neutralità e nella totale indifferenza. Sostanzialmente, «la ghigliottina, esclude ogni rapporto tra uomo e uomo, fa in modo che non ci sia alcun corpo a corpo, nessuno sguardo faccia a faccia: chi esegue la condanna e chi la subisce sono asetticamente separati».

Un’altra caratteristica della nuova macchina era la velocità: poteva staccare una testa ogni sessanta secondi. Il problema esisteva perchè le carceri francesi si riempivano in fretta di condannati in attesa di esecuzione. Necessitava trovare qualche miglioria nella tecnica per accelerare le esecuzioni, per questo Danton, chiese al dottore Guillotin di progettare una ghigliottina a lame multiple.

Sostanzialmente il dottore Guillotin con «il progetto mirava a risparmiare al condannato la goffaggine tecnica di certi boia (umanizzazione della pena) e a far sparire la disuguaglianza sociale implicita nei diversi tipi di esecuzione di un condannato abolendo il privilegio nobiliare(uniformazione della pena capitale). La ghigliottina meccanizza la morte impedendo ogni variazione dovuta all’agente umano: vittima e macchina diventano tutt’uno, si integrano. L’effetto di uguaglianza è ottenuto […]per fare meglio e più dolcemente volare le teste».

Pertanto continua Castronuovo, «la ghigliottina accorda al condannato una morte dolce, perchè rapida e indolore. Il giustiziato non ha nemmeno il tempo di pensare[…]». Sembra paradossale, ma sia Guilletin e soci si credevano di essere dei benefattori dell’umanità.

«Il lavoro – scrive Castronuovo – crebbe all’inverosimile quando l’uso della ghigliottina diventò politico: non era uno scherzo dover passare sotto il filo della lama tutti egli aristocratici, quei militari sconfitti,[…]degli stessi rivoluzionari diventati tiepidi, o che avevano pronunciato una parola di biasimo o che, più imprudentemente ancora, si erano resi invisi a qualche compagno di strada».

Ben presto, chiunque diventava un sospetto, «di fronte a un tribunale rivoluzionario che non ammetteva collegio difensivo, anche un semplice dubbio assurgeva a prova di condanna». Castronuovo non lo scrive ma la Rivoluzione era diventata una macchina che stritolava i suoi stessi figli, è un meccanismo che spiega bene Augustin Cochen nel suo “Meccanica della Rivoluzione”. Da questo momento in tutte le rivoluzioni, sarà sempre così, lo è stato con quella bolscevica in Russia.

Una caratteristica fondamentale della sacra lama è quella di livellare tutte le categorie sociali, una parità assoluta davanti al boia: dal generale al soldato semplice; dal nobile al villano; dal non credente al credente; dall’accademico all’analfabeta; dal ricco al povero. A questo proposito lo studioso romagnolo fa notare: «un errore grossolano ha portato a credere che la lama abbia troncato teste blasonate e rispettato le più umili: nulla di più falso. La mannaia s’abbatté sulle une e sulle altre, facendo zampillare sangue blu e sangue rosso».

Il demografo francese Jean Dumont, nel suo “I falsi miti della Rivoluzione francese”, in un quadro fa notare, che le teste decapitate degli appartenenti al Terzo Stato sono più numerose di quelle dei nobili.

Il testo dedica molto spazio su come si è realizzata la macchina, hanno contribuito in tanti, anche se alcuni raccomandavano di non apparire, come il fabbricante clavicembali, Tobias Schmidt di Strasburgo. L’autore fa notare che si è perso tempo anche per il suo collaudo. Inoltre un certo lavorio emerse nel momento di dargli un nome alla cosa, all’inizio la chiamarono Mirabella, durante il Terrore, vendicatore del popolo o ascia popolare, gladio della libertà, legno di giustizia, fino a definirla Santa Ghigliottina.

Lo studioso romagnolo segue anche i cambiamenti di ubicazione della ghigliottina, le diverse piazze parigine, dove si eresse per giustiziare i nemici del popolo, da Piazza Greve a quella della Rivoluzione.

Un altro particolare curioso raccontato da Castronuovo è quello dei bambini, che giocano con piccole ghigliottine. Ovviamente non manca nel libro l’aspetto macabro a cominciare dal sangue che scorre a fiumi dopo ogni decapitazione, gli abitanti del quartiere vicino al patibolo non erano contenti per questione d’igiene. Non mancarono gli aspetti cannibaleschi, capita che qualcuno attinga le mani nel sangue dei condannati, il sangue «cola dappertutto: sgocciola dalla lama, arrossa in abbondanza il lastricato sotto il patibolo, insozza l’abito del boia […]».

La ritualità della cerimonia del supplizio era molto importante per i giacobini, curavano nei particolari il tragitto da fare ai condannati, le strade da attraversare della carretta dal carcere alla piazza dove ghigliottinavano il condannato, bisognava dare la massima visibilità. C’era «un tragitto prestabilito, uno spazio urbano ben identificabile, le cui coordinate non è corretto modificare». Naturalmente Castronuovo si trattiene sullo spettacolo delle vittime illustri a partire di quella del 21 gennaio 1793 di Luigi XVI e del 16 ottobre 1793 della regina Maria Antonietta. Ma sono interessanti i racconti delle decapitazioni di Robespierre, di Carlotta Corday, di Jean-Sylvain Bailly, sindaco di Parigi, per finire con l’accusatore e l’incorruttibile per eccellenza, Fouquier-Tinville, il 7 maggio 1795. E’ interessante leggere l’autodifesa, le parole finali dell’accusato, Castronuovo, anticipa che assomigliano molto a quelle di certi criminali nazisti a Norimberga: «Non sono io a dover essere tradotto qui, ma i capi di cui ho eseguito gli ordini. Ho agito soltanto in virtù di leggi emanate da una Convenzione investita di ogni potere […]».

Quinto de Stampi MI, 27 marzo 2020

S. Ruperto, vescovo                                                                                       DOMENICO BONVEGNA

                                                                                                                  domenico_bonvegna@libero.it

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