KATYN: IL FILM SUL MASSACRO DEGLI UFFICIALI POLACCHI.

 KATYN IL FILM POLITICAMENTE SCORRETTO E SOTTILMENTE BOICOTTATO ANCHE IN ITALIA

Venerdì scorso proiezione a Milano del film Katyn di Andrzej Wajda presso il cinema Palestrina, sala strapiena, c’era gente in piedi ad assistere alla seconda (ed ultima!) proiezione. Centinaia di persone, dopo aver fatto inutilmente la fila al botteghino, sono tornate a casa senza averlo potuto vedere.

La proiezione del film, voluta da “Sentieri del Cinema” e dal Centro Culturale di Milano è stato presentato dal console polacco Krzysztof Strzalka e da Luigi Geninazzi redattore di Avvenire. Katyn sono 117 minuti intensi, trepidanti, drammatici, “un pugno nello stomaco”.

Il regista polacco ha il gran merito di evidenziare senza distorsioni la follia ideologica dei due totalitarismi del 900: il socialcomunismo staliniano e il nazionalsocialismo hitleriano.
Wajda rievoca la strage di 22 mila soldati polacchi uccisi dalla polizia sovietica (NKVD) il 5 marzo 1940 nella foresta di Katyn, situata vicino Smolensk, in Russia. Il massacro fu rivelato dai nazisti in chiave antisovietica al momento dell’invasione della Russia nel ’41, ma Mosca rigettò ogni responsabilità sull’esercito di Hitler. E in mezzo ci fu il silenzio dell’Occidente, incapace di denunciare le responsabilità di Stalin, divenuto un indispensabile alleato contro la Germania. Solo nel 1990 l’allora presidente dell’Urss Gorbaciov ha riconosciuto la verità storica sull’eccidio di Katyn. E poi nel 1992 il presidente russo Boris Eltsin, consegnando alla Polonia i documenti che attestavano la piena responsabilità dell’Unione Sovietica nel massacro di Katyn, disse:
«Perdonateci, se potete» .

Con Katyn il grande regista polacco (autore di L’uomo di marmo , L’uomo di ferro , Danton ), ha rinnovato in patria il dolore di un intero popolo narrando con stile secco e incalzante – e inserendo anche immagini di documenti d’epoca – una tragedia storica che ha segnato il suo Paese per decenni.
Nel film si vedono, militari nazisti e sovietici insieme, in nome dell’ideologia pronti a qualsiasi crimine, in mezzo gli ufficiali polacchi, soldati d’altri tempi, come dei cavalieri medievali, legati alla divisa, all’identità, alla patria cattolica, alla lealtà militare, speranzosi di farcela nonostante tutto, ma che alla fine sono tutti sacrificati.
Vi è anche un risvolto personale che ha portato Wajda a completare questo lungometraggio – ambientato tra il 1939 e il 1950 – visto che suo padre, Jakub, fu una delle vittime del massacro di Katyn. Per questo motivo, sotto il titolo del suo film, il regista premio Oscar alla carriera nel 2000 ha apposto un’eloquente dedica: «Ai miei genitori».
«Mia madre si è nutrita di illusione fino alla fine della sua vita perché il nome di mio padre figurava sulla lista dei soldati massacrati con un appellativo sbagliato» ha ricordato Wajda durante la presentazione ufficiale di Katyn, svoltasi a Varsavia il 17 settembre dell’anno scorso, proprio 68 anni dopo l’invasione sovietica.

Wajda, che nella strage, rievoca non solo la dignità e il coraggio delle vittime, ma anche la tenacia nel cercare la verità e la speranza incrollabile delle donne che li aspettano a casa. Così vediamo madri, mogli, figlie attendere, invano, il ritorno degli amati; come Anna , moglie di Andrzej , capitano dell’8° reggimento dell’esercito, che con la figlia Nika aspetta con sempre minor speranza di rivederlo. Le prime scene del film sono quelle di due folle che percorrono una medesima strada ma a senso inverso: vi è chi fugge dall’occupazione Armata rossa e chi scappa dall’oppressione della Wermacht .

E le ultime inquadrature del film ritraggono proprio le fucilazioni su 22.000 inermi ufficiali polacchi, uccisi con un colpo alla nuca tra Katyn e altre località limitrofe, per poi essere sepolti in fosse comuni.

Katyn è un film bellissimo si scrive nella presentazione del film sul sito di “Sentieri del Cinema”(un anno fa candidato all’Oscar per il miglior film straniero) e da non perdere, è anche la testimonianza di un popolo orgoglioso delle proprie radici e saldo nella propria fede, con i militari polacchi che vanno incontro alla morte a testa alta e recitando il Padre Nostro mentre uomini stravolti da odio e ideologia li ammazzano come bestie. Il cineasta polacco ha riconosciuto che «nessun regista sano di mente avrebbe potuto girare un film così durante il periodo comunista, se non presentando la versione ufficiale. Nel mio Paese non c’è stato interesse su questo argomento». Wajda si è avvalso della collaborazione di Pawel Edelman per il montaggio (già all’opera ne “Il pianista”di Roman Polanski) e delle musiche del grande compositore Krzysztof Penderecki.

“‘Katyn’ viene proiettato in pochissimi cinematografi, 12 in tutt’Italia. Com’è possibile che un simile capolavoro non trovi spazio se non in circuiti ristretti o nei cinema d’essai? Non è certo colpa della società di distribuzione ‘Movimento Film’ il cui responsabile, Mario Mazzarotto, ammette sconsolato che «di ‘Katyn’ in versione italiana sono disponibili molte più copie di quante ne circolano attualmente, ma sembra che si stia facendo di tutto per boicottarne la visibilità». Censurato e avvolto nella menzogna di regime per oltre mezzo secolo, Katyn è stato un nome difficile da pronunciare ad alta voce anche qui da noi. Nell’immediato dopoguerra ci fu chi venne sottoposto ad un vero e proprio linciaggio morale da parte del Pci di Togliatti per aver sollevato i veli sull’eccidio che porta il marchio sovietico”. (Luigi Geninazzi, Un film che spaventa, 8.3.09 Avvenire).

La Movimento Film (http://www.movimentotv.it), in collaborazione con l’Associazione dei Polacchi a Milano consiglia fortemente, per il suo valore di documento storico e didattico, di far vedere il film agli studenti delle scuole. Ci sarà qualcuno che lo farà? “‘Katyn’ è un film che dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole, – scrive Geninazzi – un contributo al recupero di quella ‘memoria storica’ che politici ed educatori sottolineano sempre con grande enfasi. Invece in Italia viene relegato, ignorato e sottilmente boicottato. C’è di che vergognarsi: dopo i  sovietici, siamo riusciti a censurare Katyn una seconda volta.

Rozzano MI, 11 marzo 2009

                                                domenico bonvegna

IL DESTINO DI KATYN NELLA MORTE DELL’INTERA CLASSE DIRIGENTE POLACCA

Un amaro destino ha coinvolto Kaczynski e il suo governo di destra polacco. Forse non abbiamo adeguatamente compreso quanto è accaduto nelle campagne paludose di Smolensk in Russia a due passi della località Katyn, dove nel 1940 erano stati assassinati dai sovietici comunisti circa 22 mila ufficiali polacchi.La tragedia che ha colpito il popolo e la nazione polacchi è troppo grande,  – scrive  Annalia Guglielmi – misteriosa, incomprensibile, tanto che ancora si stenta a crederci. La tragedia di ieri si intreccia in modo misterioso con la tragedia di oggi. Settant’anni fa a Katyn – un nome che ha per la Polonia il sapore della maledizione – il potere sovietico decapitò l’intellighenzia militare e culturale polacca. Oggi la Polonia piange il fior fiore della sua classe politica, culturale e militare. Tutti loro, per tutta la vita, avevano avuto il coraggio di opporsi al potere.

A distanza di settant’anni il presidente della Polonia, Lech Kaczynski, ha trovato la morte e con lui la moglie Maria e una fitta delegazione di politici e di parenti delle vittime che accompagnava il capo dello Stato alla cerimonia di commemorazione della strage.

«Sbrighiamoci ad amare gli altri, se ne vanno così in fretta». Queste le parole di un poeta polacco che mi sono tornate alla mente assistendo alla Messa celebrata a Katyn e trasmessa dalla televisione polacca: davanti alla folla convenuta per ricordare le vittime del massacro sovietico di settant’anni fa c’erano le quasi cento sedie riservate alla delegazione ufficiale, vuote. Sopra ogni sedia una piccola bandiera polacca” (Annalia Guglielmi, Le sedie vuote di Katyn sono un mistero che nessuno potrà spiegare, 15.4.2010 Il Sussidiario.net).

 Insieme al presidente sono morti il Capo di Stato maggiore, i vertici dell’esercito, della marina, dell’aeronautica, il governatore della Banca centrale polacca, 13 ministri del governo, diversi deputati, il candidato conservatore alle prossime elezioni presidenziali, il vescovo cappellano dell’esercito e altre figure storiche della resistenza polacca contro il comunismo durante la seconda guerra mondiale e durante l’epopea di Solidarnosc.

 Il gemello del Presidente non era sull’aereo soltanto perché era rimasto in ospedale accanto alla madre malata. In pratica su quel disgraziato aereo, un vecchio Tupolev russo, che incredibilmente Kaczynski usava ancora come velivolo di Stato, c’era tutta la destra polacca, scrive Marco Invernizzi editorialista de Il Timone e conduttore di Radio Maria. E’ proprio così Lech e Jaroslaw Kaczynski, hanno fondato “Legge e Giustizia”, un partito nato come costola di destra del sindacato Solidarnosc che mandò in crisi il regime comunista polacco negli anni Ottanta del secolo scorso, e Lech Kaczynski era stato uno dei principali consiglieri quando Lech Walesa divenne Presidente della Repubblica nel 1990. Un partito conservatore, rispettoso delle tradizioni cristiane della Polonia.

 Se Jaroslaw era la mente, Lech è sempre stato l’uomo d’azione. Fervente cattolico, militante della prima ora di Solidarnosc, il futuro presidente della Polonia è tra i più attivi membri del Comitato operaio che nell’agosto del 1980 diede inizio agli scioperi di Danzica. Quando nel 1981 Jaruzelski proclama lo stato di guerra Lech Kaczynski viene internato.

 Nel 2001, insieme con il gemello Jaroslaw, fonda il partito conservatore Diritto e Giustizia (Pis). Fra il 2002 e il 2005 è sindaco di Varsavia e diventa molto popolare per il suo impegno contro la corruzione degli ex comunisti al potere. Difende la morale familiare e incurante delle proteste impedisce lo svolgimento del Gay Pride nella capitale polacca. Lui amava alla follia le sue donne: la moglie Maria (deceduta anche lei nel disastro aereo), la figlia Marta e la nipotina Ewa.

 Losito su L’Occidentale ricorda quando Kaczynski, sindaco di Varsavia nel 2005 tenne un discorso sulla Piazza Pilsudski nel 70mo anniversario della morte del mitico Padre della Patria polacco che aveva fermato i bolscevichi alle porte della capitale nel 1920. Quella battaglia, la cui tattica vincente ancor oggi è studiata nella migliori accademie militari, determinò il brusco mutamento dei piani del Comintern leninista che prevedevano l’esportazione in Europa della rivoluzione comunista sull’onda delle insurrezioni guidate da Mosca e pronte a scoppiare in Germania e altrove, verso il Mediterraneo e i Balcani, Italia compresa.

 Lech Kaczynski chiese senza mezzi termini a chi lo ascoltava di riflettere su che cosa sarebbe stata l’Europa odierna senza quella battaglia, vinta da Pilsudski contro l’Armata Rossa dei generali Tukhacevskij e Budienny. Sul palco, alquanto imbarazzati, c’erano con lui i dignitari del governo post-comunista dell’allora Presidente Kwasniewski e del Premier Leszek Miller.

 Invernizzi facendo riferimento alla storia della Polonia, scrive: “Vi sono nella storia popoli-vittime come quelle anime che sembrano incaricate dal piano di Dio di immolarsi con le loro sofferenze per la salvezza del mondo e degli uomini. Me ne vengono in mente alcuni, come il popolo vietnamita e quello cambogiano, o coloro che oggi continuano a vivere nel gulag della Corea del nord, popoli colpiti da tragedie naturali oltre a quelle provocate dalle ideologie. Ma la storia del popolo polacco la conosciamo meglio, per la vicinanza geografica, per la storia comune. La tragedia di oggi è avvenuta nel 70° anniversario del massacro di Katyn, per cinquant’anni negato dall’Urss e attribuito alla Germania nazionalsocialista, dopo che, finalmente, il leader russo Putin aveva accettato di sancire pubblicamente la riconciliazione fra i due popoli attraverso il riconoscimento della “verità su Katyn”.

E continua Invernizzi,  è difficile comprendere qualcosa del mistero della storia, delle scelte con cui il Signore guida i popoli, castigandoli e aiutandoli, lasciando così tanta libertà al male e alla menzogna. Non posso non chiedermi perché questo popolo venga trattato così vent’anni dopo aver salvato l’Europa dal comunismo, quando nel 1920 l’esercito polacco guidato dal maresciallo Jósef Pilsudski (1867-1935, la cui tomba in Polonia è sempre cosparsa da fiori freschi) fermò l’Armata Rossa davanti a Varsavia (“il Miracolo della Vistola”). Ma poi mi viene in mente la festa della Misericordia che celebriamo oggi, nella prima domenica dopo la Pasqua, grazie a santa Faustina Kowalska (1905-1938), la suora sepolta a Cracovia, la città dove il futuro papa Giovanni Paolo II (che la canonizzerà nel 2000, la prima santa del nuovo millennio) aveva imparato a conoscerla e a pregarla. Mi viene in mente perché il Papa “polacco” e la suora “polacca” hanno insegnato al mondo come appunto la Misericordia sia la misteriosa risposta scelta da Dio da opporre al male, a quel male che negli anni Trenta del secolo scorso in Europa e in Polonia aveva il volto delle ideologie che la avrebbero presto annientata.

E allora forse possiamo intuire e balbettare qualcosa, tremando al pensiero di quale possa essere il prezzo che un popolo debba pagare per potere dare all’umanità quella santità che sola può salvare dal male.

  Rozzano MI, 15 aprile 2010

  Festa di S. Annibale.                                                                                  DOMENICO BONVEGNA

                                                                                                             

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