DOPO 150 ANNI LE DUE ITALIE SONO SEMPRE PIU’ LONTANE.

“BRANDELLI D’ITALIA”, 150 ANNI DI CONFLITTI NORD-SUD.

E’ passato un secolo e mezzo da quando è stata “fondata” l’Italia, ma ancora si discute, si scrive sul perchè non è stata raggiunta quell’unità fortemente voluta dalla Casa Savoia e da una minoranza illuminata di letterati e poeti che da tempo cercava di realizzare quel loro sogno proibito.“Appena l’Italia venne messa insieme con i pezzi raccolti, il Sud si ribellò e ingaggiò una sanguinosa guerra di secessione. Al Nord i favorevoli all’unità erano poche migliaia, al Sud anche meno. Trent’anni dopo l’unità, l’Italia era già scossa da tentazioni separatiste, sia al Nord che al Sud,[…]”. Paradossalmente gli argomenti di discussione di allora sono gli stessi di oggi: la corruzione civile, la criminalità organizzata, le clientele politiche, i differenti costumi, l’assistenzialismo.

Sono i temi che affronta Romano Bracalini, giornalista e storico, in un interessantissimo e ben documentato pamphlet, pubblicato da Rubbettino nel 2010, Brandelli d’Italia. 150 anni di conflitti Nord-Sud.

Il testo tenta di spiegare, senza nascondere nulla e senza interpretazioni arbitrarie le ragioni del Nord e del Sud. Bracalini fa una descrizione impietosa, a volte spietata e irritante delle differenze sostanziali esistenti tra l’Italia settentrionale e quella meridionale. Il libro ruota intorno alla questione della mancata unità politica del Paese. Anche se per la verità, nonostante le divisioni, in Italia, una certa unità esisteva ed era intorno alla fede cristiana. Ma di questo Bracalini che a tratti manifesta segni di anticlericalismo, non ne parla, ignora questo aspetto e anche la “guerra” nei confronti della Chiesa ad opera dei risorgimentisti.

Comunque sia per il giornalista, l’Italia era troppo diversa per essere unita in quel modo. A cominciare dalla lingua,“anziché un ausilio comune, era una barriera. Solo una minoranza esigua sapeva parlare l’italiano. L’analfabetismo, specie nel Mezzogiorno, aveva percentuali africane”. Bracalini si avvale del parere di innumerevoli storici e studiosi, tra i tanti, Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini, Rosario Villari, Francesco Saverio Nitti, che hanno affrontato in particolare la questione meridionale, diventata cruciale, e talvolta, magari affrontata, appassionatamente e troppo di parte.

Giovanni Sartori, qualche anno fa scriveva:“L’Italia è sempre stata divisa tra un Nord ricco e più pulito e un Sud clientelare e povero”. Mentre per l’economista Luca Ricolfi, “è la frattura tra Nord e Sud a minare il sentimento nazionale”. Peraltro il 40% degli italiani ritiene che,“l’Italia non sarà mai una nazione unita perché ci sono troppe diversità economiche e culturali”. Sembra che al Centro-Nord sia più forte il senso di appartenenza territoriale. Praticamente dal libro di Bracalini emergono“due Italie contrapposte e uno stato, specie al Sud, quasi inesistente in cui predominano le camorre e le clientele sostituite alla sovranità della legge. Un paese per metà europeo e per metà levantino, dove non funziona nulla (treni, poste, burocrazia)”.

Tempo fa il settimanale britannico,“The Economist”, ridisegnando la cartina dell’Europa, mette l’Italia settentrionale in una fantomatica Confederazione del Nord, insieme ad altri Paesi come la Francia, Germania, Austria. Mentre l’Italia meridionale, farebbe parte della Grecia con una moneta più debole. Una divisione che assomiglia al modello Belgio. Secondo Bracalini prima o poi potrebbe accadere, anche perché l’Europa potrebbe essere divisa diversamente, non più sui vecchi modelli degli Stati-nazione, ma secondo aree economiche omogenee.

Il testo di Bracalini parte dal 1861 quando i briganti in nome di Dio e del Re iniziano a ribellarsi ai nuovi invasori venuti dal Nord. E qui si infrange subito il mito dell’unità,“i cultori del mito unitario, non potevano ammettere, se non come reazionaria, l’idea che il Sud ricusasse l’occupazione militare solo perché essa non rientrava nei desideri dei nuovi sudditi, i quali, trattati da popolo conquistato, avrebbero dovuto accettarne passivamente tutte le clausole”. Pertanto i risorgimentisti, infamarono “la ribellione, togliendole ogni carattere di legittimità; nessun principio di decoro venne riconosciuto ai ‘briganti’, termine col quale vennero designati malfattori e gente rispettabile; nelle rappresaglie non si fece distinzione tra plebe e signori, borghesi e preti”.

Il brigantaggio per i novelli liberatori,“appariva come l’ultimo sussulto del passato che andava stroncato senza pietà, un movimento funesto e feroce nemico dell’unità, della libertà e della vita civile”. Il nuovo Regno è stato costretto a mettere in campo un esercito poderoso come se dovesse combattere una guerra tra Stati. Le efferatezze e le brutalità di un esercito di conquista non ebbero più fine. Alla fine fu“una guerra di sterminio così orribile di ferocia che si dovette e si deve ancora nasconderla alla storia”.

Massimo D’Azeglio ha avuto il coraggio di dire la verità: per tenere il Regno ci vogliono 60 battaglioni. In pratica la popolazione meridionale rifiuta l’”Italia”. Così contro l’ipocrisia degli unitari, che preferivano parlare di generica “guerra al brigantaggio”, D’Azeglio, con la consuetudine franchezza, parlava di “insurrezione antiunitaria”. Tuttavia per Bracalini era chiaro che “il popolo meridionale aveva tutto il diritto di scegliere la forma politica che più desiderava, e non per questo essere tacciato di reazionario, solo perchè non desiderava sottostare a un governo che veniva con la pretesa di ‘liberarlo’ senza che nessuno glielo avesse chiesto”.

Praticamente anche qui al sud si è palesato, quello che è successo per altre guerre: “gli eserciti di invasione pretendono sempre che i popoli conquistati riconoscono la superiorità delle loro ragioni”. Così la cosiddetta “guerra al brigantaggio”, fu anche “una sporca guerra coloniale”, che per adornarla di buone intenzioni, venne camuffata dietro“la maschera ingannevole e falsa della missione ‘civilizzatrice’, prima nel Sud e poi in Africa”. Per Bracalini addirittura si può parlare di prima guerra di “secessione” italiana, tra l’altro svoltasi proprio nello stesso periodo della Guerra civile americana. Con la differenza che in America si combatterono due eserciti alla pari, qui al Sud Italia, fu combattuta tra due forze impari. Tra uno Stato baldanzoso militarista e un popolo povero e debole.

Nel 2° capitolo Bracalini sviluppa la tesi delle due Italie, una sempre avanti e l’altra indietro. Anche per quanto riguarda la storia del passato remoto,“non c’era in Europa un altro Paese in cui, in uno spazio tanto esiguo, il Nord e il Sud esprimessero sistemi di governo così radicalmente opposti”. Bracalini tra storia e attualità vede troppi elementi comuni, del resto il libro ha il pregio di collegare il nostro passato al presente. Giustino Fortunato diceva che non solo i Borboni erano responsabili del degrado del reame. Una parte non trascurabile di colpa era anche dei napoletani, ‘ai quali non si possono negare – riconosceva lo stesso Francesco Saverio Nitti – qualità antisociali notevoli: poco spirito di unione e di solidarietà”, ma anche “mancanza di educazione industriale e di spirito di lavoro[…]”.

Qualcuno dava la colpa al governo degli spagnoli, ma anche Milano era stata dominata dagli spagnoli per quasi due secoli. Anche se poi passarono gli austriaci, gli asburgo. Bracalini mi sembra troppo severo nel giudicare il passato borbonico. Non è per niente indulgente nel giudizio sui sovrani napoletani. Sicuramente è lontano da certe leggende auree, create dal nostalgismo borbonico. Secondo lui c’erano antiche miserie, che dopo furono accentuate dai vari politici e ministri meridionali, come Francesco Crispi e Di Rudinì, che peraltro furono i peggiori nemici del Mezzogiorno. Secondo Luca Meldolesi, “la questione meridionale”, è frutto di tre flagelli: “criminalità, clientelismo, corporativismo”.

 

 

Ma nello stesso tempo descrive in maniera rigorosa anche la sciagurata politica piemontese, dello Stato militarista sabaudo, che aveva un debito pubblico enorme a causa delle numerose guerre intraprese. Il nuovo governo “riuscì solo ad assicurare più tasse per tutti”. Subito dopo l’unità, il Piemonte era lo Stato più indebitato e avrebbe dovuto pagare di più rispetto agli altri, “invece per una stranezza contabile, veniva a pagare, in proporzione, meno del regno delle due Sicilie, che era indebitato solo per la metà”.

Sostanzialmente, furono dunque i cittadini delle province meridionali ad accollarsi il peso maggiore del debito piemontese. Oltre al danno anche la beffa per il Mezzogiorno.“Dopo aver subito l’occupazione ‘piemontese’ e le distruzioni che ne erano derivate, parve di dover pagare la propria parte per l’onore di essere stati presi a fucilate”. Non solo ma secondo Lorenzo Del Boca, cinquant’anni dopo, sono proprio i “terroni”, cioè i meridionali a dover pagar, il maggior tributo di morti per l’inutile strage della prima guerra mondiale.

Comunque sia per Bracalini, nell’impatto dell’unità, ci ha rimesso il Mezzogiorno, perchè era più debole. E se vogliamo per certi aspetti neanche per il Nord è stato conveniente l’annessione del Sud, questo aspetto viene considerato sempre da Del Boca, nel suo “Polentoni” (2011). “Fra gli sconfitti del Risorgimento ci sta a buon diritto il Nord. Il Nord vero, quello dei campi e delle fabbriche, che non soltanto si mantenne ostile a ciò che si andava profilando[…]”. Del resto, lo stesso Sidney Sonnino, ministro del tesoro, delle finanze e degli esteri, sull’unità, ha detto: “se questa è l’Italia era meglio non averla fatta”.

Il libro dà conto della rivolta separatista di Palermo (1866). Sette giorni intensi di grandi battaglie per le vie della città. I motivi dello scontento erano tanti. C’era chi voleva la repubblica indipendente, chi la restaurazione borbonica, chi chiedeva semplicemente pane e chi protestava per le limitazioni imposte alle feste di santa Rosalia, o per la soppressione delle corporazioni religiose. Il sindaco della città, Antonio Di Rudinì, tentò di difendere la città, ma dovette asseraglirsi nel palazzo reale. Mazziniani, autonomisti, borbonici, clericali, mafia, si trovarono a combattere sullo stesso fronte.

Per sedare la rivolta, le truppe del generale Raffaele Cadorna e soprattutto con il bombardamento per tre giorni di Palermo, da parte di otto navi da guerra italiane, si riuscì a conquistare la città. “Non tutti erano criminali e la loro protesta andava compresa”. La repressione fu dura e feroce. Molti furono i morti da entrambi gli schieramenti. Non si approfondirono le cause della sommossa. Bracalini, descrive con una certa meticolosità i caratteri della società siciliana, in particolare delle due città, Palermo e Catania, animate da evidenti contrasti atavici. L’autore evidenzia nel carattere siciliano una “insopprimibile sentimento di ribellione”, una alterigia ereditata dagli spagnoli e una suscettibilità ombrosa ereditata dagli arabi.

Bracalini ricorda che nell’intento di prevenire altre insurrezioni nel mezzogiorno e in Sicilia, in particolare, il governo regio, si fece promotore di un progetto di misure eccezionali di domicilio coatto e deportazione dei “briganti” nelle Americhe o in qualche remoto Paese asiatico. Addirittura si cercò di costruire un “carcere per meridionali” nell’isola di Socotra, nel Mar Rosso.

Brandelli d’Italia” affronta anche la questione della capitale del nuovo Regno d’Italia. Dalla documentazione proposta da Bracalini si deduce che Roma è “la non capitale”, era la peggiore capitale che si potesse scegliere. In questo capitolo, forse emerge l’anticlericalismo del giornalista. Anche qui Bracalini fa una descrizione spietata, a tratti irriverente, della società romana e soprattutto dei suoi governanti. “Roma si accosta troppo al Sud”. “Roma non aveva nulla delle capitali modello europee, Parigi e Londra, metropoli imperiali di grandi Nazioni moderne”. Per Bracalini, “Roma doveva restare quale l’avevano trasformata i secoli: un grandioso parco di rovine in cui pascolavano le pecore”.

Una città di sudditi, paurosi e cinici, dove era presente un popolino violento e sboccato, avvezzo alla contumelia (“ma li mortaci tua” o “fijo de na mignotta”, erano gli improperi più in voga). Era la peggiore capitale che si potesse scegliere.

Se l’unità fu un errore, Roma ne costituiva la riprova.

Il capitolo va a concludersi con una serie di citazioni di esimi personaggi che certamente non danno descrizioni positive della città eterna.

DOPO 150 ANNI: DUE ITALIE SEMPRE PIU’ LONTANE.

Il lungo viaggio intorno ai centocinquant’anni che ci propone il giornalista-storico Romano Bracalini nel suo documentato e ricco volume “Brandelli d’Italia. 150 anni di conflitti Nord-Sud”, ha il merito di collegare la Storia all’attualità. Probabilmente potrebbe essere di grande giovamento a tanti nostri politici che non conoscono la nostra Storia. Del resto “chi sbaglia storia, sbaglia politica”, dice il fondatore di Alleanza Cattolica, Giovanni Cantoni.

Dopo la descrizione di Roma, la “non capitale”, Bracalini, offre una scheda su Napoli:“Neapolis, l’oriente è qui”. Anche per la città partenopea, il giudizio è abbastanza pesante. La capitale dell’ex Regno delle due Sicilie, è decaduta e umiliata.“Napoli era la più grande metropoli d’Italia, la terza in Europa dopo Londra e Parigi, con oltre 400.000 abitanti, forse 500.000, impossibile a dirsi”. Napoli era una enorme voragine che dava il capogiro: così appariva ad ogni allibito viaggiatore straniero. Probabilmente così è apparsa allo scrittore toscano Renato Fucini che, nel 1877, scrisse , in forma di lettere a un amico, uno dei più vividi e straordinari ritratti della città: “Napoli a occhio nudo”, pubblicato da Le Monnier.

La popolazione viveva in promiscuità nel degrado urbanistico più completo.“La città non dava segni di attività produttiva. Gli unici elementi di crescita erano la miseria e la criminalità. Una criminalità violenta contro le persone che assegnava a Napoli il primato della città del regno dove si commettevano il maggior numero di reati di sangue. Un altro primato era il numero degli oziosi e dei vagabondi senza fissa dimora”.

Fucini rimase, al tempo stesso, ammirato e sconvolto: “da una parte la ‘città di sogno’, il Vesuvio col suo pennacchio nero, il golfo incantevole, la gentilezza e la bonomia della gente, e dall’altra l’orrore della miseria, della delinquenza diffusa, della brulicante umanità imbarbarita”. Era precipitato in un mondo che stentava a decifrare, lo aiutarono molto Giustino Fortunato e Pasquale Villari che gli facevano da guida. Anche se non della stessa drammatica intensità di Fucini, Matilde Serao, moglie di Edoardo Scarfoglio, direttore de “Il Mattino”, ha scritto un libro intitolato, “Il ventre di Napoli”. Del resto Volfghang Goethe, il grande viaggiatore tedesco, scrivendo su Napoli e dintorni, così si esprimeva:“Un paradiso abitato da diavoli”.

Tuttavia Fucini giungeva alle medesime sconsolate conclusioni di Leopoldo Franchetti e di Sidney Sonnino, che avevano fatto, qualche anno prima, una rigorosa inchiesta nel 1876 sulla Sicilia e sul Mezzogiorno d’Italia, producendo 2 volumi. “L’amministrazione governativa – spiegava Franchetti – era come accampata in mezzo a una società i cui ordinamenti sono tutti fondati sulla presunzione che non esista autorità pubblica. C’è, ma è come se non ci fosse. Ed è così che si commettono i delitti, i più palesi, senza che l’autorità pervenga a conoscenza degli autori”. Nessuno denunzia, nessuno porta testimonianza; nemmeno l’offeso, il quale, se è abbastanza forte e ardito, aspetta di vendicarsi, se no si rassegna e tace.

L’autorità statale in Sicilia è come un esercito di invasione in mezzo a un paese nemico, ostile. Nessuno le chiederà soccorso e anche chi avrebbe interesse a farlo, rifiuta per non sembrare traditore”. Una analisi impietosa. I funzionari governativi, pieni di fiducia, ben presto si accorgono di agire in mezzo a un deserto.

Nelle campagne l’assenza dello Stato è più evidente. E’ un regno separato. Un territorio franco. I grandi proprietari governano con i gabelloti e le prepotenze dei loro emissari, la legge sono loro […] nella sterminata solitudine della campagna siciliana i veri padroni sono i criminali”. La descrizione di Franchetti è abbastanza precisa:“mafiosi, briganti, criminali, spadroneggiano nelle campagne e nei paesi, e sono ovunque come a casa propria, trovando complicità, protezioni e asilo, i carabinieri e la truppa, sparsi in mezzo all’isola, vagano in pattuglie, scortano le diligenze e i viandanti, si fanno ammazzare dai briganti, ne uccidono raramente, e non ne arrestano quasi mai”. Nel Mezzogiorno, ognuno si fa la legge che più gli aggrada. Nella società siciliana, tutte le relazioni si fondano sul concetto degli interessi individuali, quelli sociali sono esclusi. Persiste il sistema delle clientele. In questo clima prospera la mafia, ben descritta in un libro, da Giuseppe Alongi, che fu a lungo commissario di Pubblica sicurezza in varie località dell’isola.“La mafia dice in sostanza l’Alongi, non era, come si vorrebbe far credere, una anomalia, una eccezione, un ricetto di criminali messisi fuori della legge e contro di essa, ma un costume diffuso, una mentalità persistente, un istinto di ribellione contro ogni potere venuto da fuori e non riconosciuto dall’intera comunità”.

L’inchiesta di Franchetti in Sicilia suscitò reazioni indignate. Contro l’inchiesta, in difesa del buon costume della Sicilia, Luigi Capuana, scrisse un libro. Ancora oggi certo meridionalismo la attacca come un documento denigratorio e “razzista”, scritto apposta per consolidare il dominio industriale del Settentrione.

Franchetti e Sonnino hanno scoperchiato una realtà, che nessuno aveva voluto vedere, ora all’improvviso se ne scopriva la dimensione e con essa la causa della debolezza italiana.“L’unità era già diventata un dogma. Scrive Bracalini, pertanto, “era pericoloso metterne in dubbio la sacralità. La verità era meglio nasconderla. L’inchiesta di Franchetti, con la sola potenza del ragionamento desunto dagli eventi e dai dati obiettivi, metteva il Paese davanti a uno scenario che il conformismo istituzionale aveva presentato sotto una luce quasi di normalità, nascondendo le cifre”.

Ai due politici è capitato quello che poi capiterà a Samuel P. Huntington, col suo libro “Lo scontro delle civiltà”. Il politologo americano, proprio perché ha descritto mirabilmente il futuro scontro religioso nel mondo, viene tacciato di essere lui a fomentare tale scontro.

Tuttavia ritornando al libro di Bracalini, le due Italie si allontanavano sempre più, perfino i più strenui difensori del Sud, dovevano ammetterlo. Anche Francesco Saverio Nitti, lo riconosceva; per esempio l’Italia, per quanto riguarda la popolazione, “non aveva alcuna unità etnica”. Vincenzo Cuoco invece diceva che“Gli italiani sono fratelli nemici, perchè in realtà non sono fratelli ma fratellastri”. Lo stesso Napoleone Colajanni ammetteva l’esistenza di due Italie, in tutti i settori e si chiedeva:“Perchè costringere al letto di Procuste una di queste Italie, per unirla all’altra? Con quale diritto l’una deve sopportare leggi che si adattano all’altra?”.

Un altro aspetto interessante da presentare in questo mio studio, è la questione dell’emigrazione. Centinaia, migliaia di meridionali dopo il 1870 preferirono fuggire, prendere i bastimenti e trasferirsi in America. E’ la risposta alla sconfitta militare del brigantaggio. “Emigranti o briganti”, si diceva per le strade del Sud. Alla fine, dopo l’unificazione, quasi 9 milioni di persone lasciano l’Italia, con una media annua di 600.000 espatri. Nel solo Sud, tra il 1876 e il 1914, scoppio della prima guerra mondiale, oltre 5 milioni di persone hanno abbandonato il territorio, provocando un “terremoto demografico con danni incalcolabili all’economia”.

Proprio in questi giorni, leggendo il volume ben documentato dell’amico Armando Carpo, su Mandanici, piccolo comune dell’entroterra peloritano del messinese, pubblica 5 pagine di nomi dei mandaniciani che dal 1904 al 1913 hanno abbandonato il paese per trovare fortuna in America, sono il 20% degli abitanti. Solo nel 1906 furono 76. (A. Carpo, “Mandanici. Memorie da non perdere”, edizioni EBS Print, 2016).

A determinare questa fuga,“fu anche il senso di delusione per le mancate promesse di una vita migliore: nelle campagne i proprietari sfruttavano e maltrattavano i contadini come prima; lo Stato vessava i più poveri con tasse inique e un carico crescente di imposizioni e doveri, senza che fosse loro riconosciuto un solo diritto”. Qualcuno definì l’emigrazione del Mezzogiorno come uno“sciopero immenso, colossale”.

L’emigrazione si trasforma in un vero e proprio esodo, a danno soprattutto dell’economia agricola del Sud.“Partivano i più intraprendenti, i più svegli, i più avventurosi. Restavano i più deboli, gli indolenti, chi si contentava di vivere di elemosine e di sussidi. Così il Sud sprofondava nella rassegnazione”.

Peraltro sia i governi di destra che di sinistra bollarono l’emigrazione con una specie di marchio d’infamia; lo stesso che spettava ai rinnegati e ai fuoriusciti politici. Lo stesso Crispi accusò perfino le compagnie di navigazione di fomentare l’emigrazione che “stava minando le fondamenta stesse della Patria”. In pratica si intendeva “impedire l’emigrazione senza intervenire sulle cause che la giustificavano”.

Al Sud mancava lo spirito di intrapresa, la fiducia nel lavoro, la costanza nel sacrifico. Certo la responsabilità maggiore ricadeva sulle classi dirigenti meridionali, che oziavano, che vivevano di rendita e perdevano tempo. Per Bracalini è il destino dei Paesi poveri, che credono di esserlo per predestinazione. Invece “la prosperità nasce dal lavoro. Non è un dono del cielo”. Luigi Einaudi diceva: “Le regioni d’Italia le più progredite e produttive dal punto di vista agricolo non sono un gratuito dono della natura[…]”. Sicuramente “erano il frutto del lavoro dell’uomo, del suo spirito di iniziativa e di sacrificio”.

Un altro effetto della mancata unità del paese, secondo Bracalini è la cosiddetta “meridionalizzazione dello Stato”. Giovanni Ansaldi, genovese, osservava come “la peggiore burocrazia di stampo borbonico si andasse inevitabilmente sostituendo a quella ‘lenta ma onesta’ della tradizione subalpina, come fosse ormai irreversibile la ‘meridionalizzazione’ dello Stato”. Bracalini fa una descrizione abbastanza precisa, forse esagerata, su come i posti statali vengono “occupati” per lo più da candidati del Sud, tra l’altro poco preparati. Perchè al Sud, i sistemi di reclutamento seguivano le tradizionali vie della raccomandazione, del clientelismo politico, dello scambio di favore, la qualità del candidato era l’ultima cosa che interessava. E le cose sono rimaste quasi uguali anche oggi. Man mano che il tempo passa, negli uffici pubblici, si impone una certa mentalità, dove il cittadino subiva ogni sorta di sopruso.

Così l’Italia per Filippo Turati, risultava spezzata in due, divisa dall’economia e dalla morale. Ormai si delineava il partito del Nord e quello del Sud, che aveva in Francesco Crispi il suo eroe. A proposito dello statista siciliano di Agrigento, Bracalini fa una descrizione impietosa, era un corrotto, che si faceva eleggere nel collegio elettorale di Aragona. “Crispi era la pietra di paragone fra le due morali vigenti in Italia: la morale del Sud e la morale del Nord”.

Crispi sembrava la persona adatta a difendere il Sud, “basò il suo potere sulla burocrazia civile e militare concedendo onori e promozioni per riceverne in cambio la più cieca obbedienza”. Quindi secondo Bracalini, “si truccarono le elezioni, si misero nei posti di comando i più servili e incapaci esecutori. Lo Stato divenne una cosca mafiosa agli ordini di un capo cosca arrogante e senza scrupoli”.

Crispi prometteva tanto per la Sicilia: si presentava come il paladino del Sud, ma non esitava a prenderlo a cannonate. Peraltro Crispi follemente sperperava i soldi in Africa con l’avventura in Libia, invece di spenderli per il Mezzogiorno. Eppure Bracalini fa notare che stranamente gli storici e l’ipocrisia nazionale hanno intitolato strade in tutte le città. A S. Teresa, gli hanno dedicato la via principale della cittadina.

Intanto fa notare Bracalini si delineava due concezioni dello Stato: al Nord si spingeva per le riforme, al Sud, invece si aspettava che tutto piovesse dal cielo. Per i meridionali, lo Stato doveva pensare a tutto. Siamo ai soliti argomenti e riflessioni, ancora presenti.

Milano diventava la capitale morale del Paese, in contrapposizione con l’inadeguatezza di Roma. “Le due città esprimevano due stili antitetici e nello scontro dei caratteri c’erano le premesse del fallimento unitario”.

Paradossalmente si assiste a un capovolgimento, ora è il Sud, conquistato militarmente, che difende l’unità del Paese, al contrario del Nord che magari auspica una secessione dell’Italia.

Dopo la pubblicazione del libro inchiesta di Francesco Saverio Nitti, su “Nord e Sud”, emergeva sempre più forte la tesi che Nord e Sud, “le loro industrie e la loro agricoltura non fossero tenuti legati insieme violentemente, come infelici fratelli siamesi, bensì fossero lasciati vivere in pace, secondo le loro diverse nature, tradizioni, inclinazioni, risorse”.

Pertanto è proprio qui la questione:“il principio e la fine dei nostri guai: in questa unità che non è unione, né armonia – ma tutto il contrario. L’Italia non sarà mai un paese felice e prosperoso finchè le sue regioni non saranno federate piuttosto che unite – obbligando ogni regione a concorrere per un tanto alle spese della federazione, non in quelle di ogni regione singola”.

Il testo “Brandelli d’Italia”, prosegue nel suo viaggio della storia politica del paese, noi intanto ci fermiamo.

S. Teresa di Riva ME, 14 agosto 2017

Festa di S. Massimiliano Maria Kolbe, sacerdote e martire.                              Domenico Bonvegna

                                                                                                                                    domenico_bonvegna@libero.it

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