1860-1870: QUANDO I MERIDIONALI LI CHIAMARONO BRIGANTI.

BRIGANTAGGIO 1860-1870: UNA UNITA’ D’ITALIA MACCHIATA DI SANGUE DI TANTI UOMINI E DONNE DEL MEZZOGIORNO.

Tra i tanti temi che ho letto e presentato del cosiddetto “Risorgimento” italiano, quello del cosiddetto “brigantaggio” mi attira più di ogni altro. Leggendo il libro di Franco Molfese, «Storia del brigantaggio dopo l’unità», edizioni Feltrinelli, viene spontanea una riflessione, perchè dopo un’opera così meticolosamente documentata, sulla conquista del Sud, manu militare, ad opera degli eserciti sardo-piemontesi e la conseguente reazione popolare, chiamata brigantaggio, questo tema non ha avuto nessun riscontro nei vari ordini di scuola italiana.

Eppure non mi risulta che Franco Molfese sia uno storico codino e reazionario. Anzi, appartiene ad una cultura certamente di sinistra, almeno quando ha scritto questo testo, infatti nell’edizione che ho letto (del 1974) trapela una certa impostazione classista e marxisteggiante del fenomeno.

A questo proposito secondo lo storico Francesco Pappalardo l’interpretazione classista di Molfese è stata successivamente mitigata, infatti si è distaccato «da quelle […] correnti politiche e ideologiche piuttosto confuse di estrema sinistra giovanile che attribuiscono al brigantaggio un contenuto anticapitalistico o, comunque, antiborghese maggiore di quanto ebbe realmente”. Infatti, una simile analisi […] parte dalla convinzione di una antistorica “vocazione” rivoluzionaria del “proletariato” italiano, perennemente tradita. […] Inoltre la mitizzazione dei capibanda quali leader contadini presuppone una coscienza e una autonomia nei singoli e nella “classe”, nonché una diffusa consapevolezza di massa che in realtà non potevano avere». Anche se ancora oggi per Pappalardo, l’opinione diffusa presso il grande pubblico è che «alla base della rivolta dei contadini è un movente economico-sociale che non è certamente compreso da chi vuole servirsi per fini politici di povera gente vilipesa e oppressa».

Ritornando a Molfese il suo testo si divide in due parti. La 1a (Il grande brigantaggio); la 2a (Attacco e liquidazione del brigantaggio). Già nella premessa, Molfese è convinto che il brigantaggio costituisce una delle pagine più fosche e meno note della storia dell’Italia moderna. Probabilmente la storiografia liberale per non macchiare il mito dell’unanimità dei plebisciti d’annessione ha oscurato del tutto questa pagina di Storia, come del resto ha fatto con quella delle Insorgenze popolari contro gli eserciti napoleonici. Tuttavia Molfese per affrontare questo straordinario lavoro ha manifestato una vera e propria pazienza d’indagine, in un vastissimo materiale mai esplorato fino ad oggi. Del resto Molfese ha potuto attingere a questo materiale essendo vice direttore della biblioteca della Camera dei deputati.

Il libro è corredato di ben 60 pagine di note, in più 22 pagine di bibliografia. Inoltre sono presenti tre appendici, tra queste, l’archivio della commissione d’inchiesta sul brigantaggio nelle provincie meridionali del 1863.

Molfese in Storia del brigantaggio raccoglie un mare di notizie, di documenti, di nomi tra briganti e ufficiali dell’esercito sardo, di località più o meno importanti e soprattutto di scontri armati in tutti i territori del meridione continentale. Certamente chi intende studiare il fenomeno del brigantaggio non può fare a meno di quest’opera anche se scritta molti anni fa. Infatti la prima edizione è del 1964. Tra l’altro nei vari libri che ho letto sul risorgimento, sono costanti le citazioni di Franco Molfese.

Lo studio sul brigantaggio non è semplice, «è costantemente esposto al pericolo di frammentarsi nell’analisi di un fenomeno complesso e confuso nelle sue manifestazioni, per alcuni versi ancora tanto oscuro […] e quindi tutto sia frazionato, particolare, caotico». Secondo Molfese per capire il fenomeno, occorre esaminare con attenzione il periodo dell’autunno del 1860 e tutto l’inverno del 1861, in cui si sviluppò la prima ondata di di “reazioni”. Proprio in questo periodo occorre capire secondo Molfese, «in quale misura i piani della reazione borbonico-clericale si sovrapposero agli spontanei movimenti contadini, imprimendo loro un orientamento politico». Molfese è convinto che proprio questa spinta politica legittimista non sia tanto evidente, piuttosto è presente quella socieconomica. Comunque sia per Molfese è importante capire quale influenza abbia avuto nella crisi generale dell’Italia meridionale, lo scioglimento dell’esercito garibaldino, e soprattutto capire il tema del contrasto che divideva i moderati e i democratici sul tema dell’unificazione del Mezzogiorno e quindi «le gravi conseguenze politiche e militari connesse con la liquidazione di quella ragguardevole forza armata, compiuta proprio mentre si produceva il ritorno armato della reazione borbonica».

In pratica nel libro Molfese si sofferma molto sul dibattito interno tra moderati e democratici, a cominciare da quelle discussioni, dibattiti e scontri verbali nel Parlamento sabaudo a Torino. Dove si devono prendere i provvedimenti per risolvere la crisi meridionale.

Intanto dopo il primo sbandamento le forze borboniche riescono a riorganizzarsi, arrivando a produrre una considerevole forza armata. I borbonici allestirono in breve tempo tre divisioni di fanteria e una di cavalleria, complessivamente circa 50.000.

Un altro obiettivo che si erano posti i borbonici era quello di soffocare la sollevazione liberale nei territori meridionali. E su questo punto, poco considerato, secondo Molfese che occorre soffermarsi. I “galantuomini” liberali all’inizio avevano appoggiato lo sbarco e l’avanzata garibaldina. Occupando i territori, togliendo il potere ai borbonici, in nome di Vittorio Emanuele. Di fronte a queste minacce i borbonici reagiscono, ricorrono alla sollevazione contadina per reprimere la rivoluzione borghese. I contadini cooperano con le forze borboniche, al comando del colonnello Teodoro Klitsche de Lagrange, tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 1860, si cerca di ripristina ovunque l’autorità borbonica, abbattendo i governi rivoluzionari. «Il successo di questo piano fu quasi travolgente […] Il Klitsche respinse in un vivace combattimento a Civitella Roveto i Cacciatori del Vesuvio di Pateras, raggiunse Avezzano, e alla fine di ottobre, minacciava addirittura l’Aquila dall’altopiano di Rocca di Mezzo».

Intanto, la rivolta dei contadini dilagava violenta specialmente nell’Alto Molise e nel Sannio, i rivoluzionari sono costretti a fuggire e a rifugiarsi sotto la protezione dell’esercito piemontese. In poche settimane si assiste a passaggi di potere e a scontri sanguinosi, furono rialzati gli stemmi borbonici, abbattuti dai rivoluzionari.

Tuttavia scrive Molfese. «la vittoriosa resistenza opposta dall’esercito garibaldino nella battaglia del Volturno, e l’intervento nel Mezzogiorno dell’esercito piemontese, resero effimeri sul terreno strategico questi successi borbonici […]». Poi l’esercito borbonico con Francesco II si ritirano nella fortezza di Gaeta, per fare l’ultima resistenza. Per Molfese, però, l’esperimento compiuto dai borbonici con la leva in massa di volontari contadini e l’appoggio ad essi fornito da truppe regolari borbonici diventa «il fatto più gravido di conseguenze nella campagna combattuta nelle provincie meridionali nell’autunno del 1860».

La rivolta contadina contro i possidenti liberali e rivoluzionari viene legittimata dalla monarchia borbonica e così si diffonde la convinzione della giustezza e della “legalità” dell’opposizione alla rivoluzione unitaria. Pertanto «si consolida in tal modo tra le masse, quel diffuso stato d’animo di resistenza e di avversione al nuovo regime unitario, che costituirà il fondamento psicologico di massa della combattività e della violenza delle successive ‘reazioni’, del conseguente sviluppo della protesta armata e del brigantaggio».

Qui Molfese analizza la questione contadina del Mezzogiorno, facendo leva sulle sue teorie classiste. Infatti i contadini siciliani in uno primo tempo appoggiano Garibaldi, «ma quando i loro obiettivi di classe li avevano spinti ad attaccare la borghesia agraria nei suoi organismi di potere locali, le municipalità, la repressione garibaldina si era riversata su loro». La mancanza di un “partito” borbonico in Sicilia, non ha permesso di sfruttare questa delusione dei contadini ed organizzare la loro reazione.

Tuttavia la reazione dei contadini alla dittatura garibaldina cresce nel continente, si organizzano bande di combattenti del brigantaggio soprattutto per opera dei pontifici. I garibaldini non solo dovettero affrontare la minaccia militare borbonica in Terra di Lavoro e la guerra sociale in Abruzzo e nel Sannio, ma anche un’ondata di sommosse sanguinose che scoppiò un po’ dappertutto nelle altre regioni. Nella provincia di Catanzaro si ebbe un vero e proprio tentativo di insurrezione. Poi la sollevazione venne domata. Altre rivolte si accesero in Basilicata e sul Gargano.

Ormai per la borghesia liberale l’unica salvezza per domare la rivolta contadina e battere l’esercito borbonico, veniva dall’invocare «l’annessione incondizionata e l’arrivo dell’esercito “piemontese”, abbandonando la dittatura garibaldina che disturbava con talune misure di carattere democratico gli interessi costituiti, senza peraltro garantire la proprietà terriera dagli attacchi dei ‘cafoni’».

In sostanza al Sud la monarchia sabauda e il governo cavouriano affrontavano due avversari: da un lato la dittatura garibaldina, ancora controllata dai democratici e poi la monarchia e l’esercito borbonico.

Peraltro i moderati liberali non avevano una conoscenza della vera realtà nel Mezzogiorno, però avevano capito che si stava profilando una controrivoluzione in cui i contadini occupavano una parte fondamentale. I moderati erano convinti che occorreva prima ristabilire l’ordine a Napoli e liquidare la “rivoluzione” garibaldina, poi fare i conti con i borboni.

Si cercò di impedire l’ingresso dei volontari garibaldini nell’esercito regolare, fatta eccezione per un piccolissimo numero di ufficiali superiori. Tutto questo andava fatto con una certa gradualità, per evitare le reazioni popolari e la protesta e la delusione della massa dei volontari. «Il tumultuoso e quasi catastrofico dissolvimento dell’esercito meridionale – scrive Molfese – costituisce una componente politica e militare di primaria grandezza nella crisi generale che aveva investito il Mezzogiorno d’Italia con il crollo della monarchia borbonica e con l’unificazione». Tra l’altro sono proprio questi gruppi a dimostrarsi tra i più energici nella repressione anti-contadina.

Interessante il racconto di Molfese sui criteri attuati dai vertici militari e dai moderati liberali di Torino a reclutare e quindi selezionare per l’esercito sardo i volontari in base alla loro anzianità di consenso alla rivoluzione di Garibaldi. Su 60.000, la forza dell’esercito garibaldino, i “veri” volontari non erano che ventimila. Il rimanente costituiva la “massa degli accorsi al bottino”. C’erano i soccorritori dell’ultima ora, gli “arrivisti” e gli «opportunisti che poco avevano osato ma molto pretendevano raccogliere». Secondo Molfese però i vertici militari di Torino hanno fatto l’errore di eliminare la maggior parte dei “volontari” meridionali, tra l’altro privilegiando quelli del Nord, che ora con la rivolta del brigantaggio potevano svolgere un ruolo importante nella repressione dei contadini.

Pertanto era inevitabile che tutti questi “volontari” meridionali elevassero vivaci proteste, protestando nelle varie città del sud e nella stessa Napoli.

Per Molfese questa miopia politica dei moderati ha avuto due conseguenze negative: la prima sul terreno militare «si creò un “vuoto” di forze repressive, che rese possibile nella primavera e ancor più nell’estate del 1861, la grande insurrezione contadina nelle provincie meridionali e lo sviluppo del grande brigantaggio». La seconda, fu che i moderati liberali nel Mezzogiorno, rifiutando la collaborazione politica e militare dei democratici, restarono quasi isolati politicamente e «soltanto grazie allo stato di assedio potranno sostenere la lotta contro le due crescenti opposizioni, quella democratica e quella contadina».

A questo punto il governo di Torino cerca una politica di “conciliazione” con i vertici borbonici. Mentre per quanto riguarda i soldati, la truppa, molti di questi, di fronte alla scelta di restare prigionieri o di passare nell’esercito sardo, preferirono non giurare per Vittorio Emanuele. Nasce il problema su cosa fare dei “napoletani”. Molfese ignora completamente tutto il tragico esodo, la deportazione dei poveri napoletani nei lager dei Savoia, ancora non c’era la ricerca di Fulvio Izzo.

Seguendo il libro di Molfese, si constata che la nuova amministrazione della Luogotenenza Farini, dei moderati al Sud, diventa sempre più difficile. I militari piemontesi avvertirono subito il compito gravoso che li attendeva nel presidiare l’intera area del Mezzogiorno.

Molfese nota una certa sottovalutazione dei vari dirigenti del governo a Torino, a partire da Farini, Fanti, Della Rocca e lo stesso Cavour, della sollevazione contadina a direzione reazionaria. Pensavano che una volta dispersi e allontanati i garibaldini e caduta Gaeta, «l’obiettivo di pacificare il Mezzogiorno e di restaurarvi l’autorità statale, sarebbe stato praticamente conseguito».

Intanto in tutto il Meridione dappertutto si registrano manifestazioni, proteste, scioperi e malcontento. Mentre Francesco II da Gaeta resiste ai bombardamenti di Cialdini, lancia proclami, che vengono diffusi dalla propaganda borbonica. Una volta caduta Gaeta, Francesco II si rifugia a Roma e si appella all’Europa, facendo leva sul brigantaggio, considerato espressione del malcontento del paese, e sulla violenza della repressione. “Le popolazioni delle Due Sicilie devono veramente rallegrarsi del nuovo regime al quale vogliono sottometterle contro le loro tradizioni ed i loro interessi? Non è stato occupato militarmente tutto il regno? Non si fucilano sommariamente numerosi sudditi fedeli al loro re col pretesto che sono dei briganti? Non ci si affanna ad imprigionare a centinaia gli individui che si pronunziano in una maniera qualsiasi contro l’annessione o in favore del loro sovrano legittimo?». Con queste parole nel febbraio del 1861 l’ambasciatore borbonico a Londra denunziava al governo inglese la precarietà della situazione nel Mezzogiorno.

Nell’inverno 1860-61 inizia il grande brigantaggio; bande armate si andavano costituendo un po’ dappertutto, vi accorrevano ex soldati borbonici già congedati o “sbandati”, renitenti ai richiami, disertori, evasi dalle carceri, contadini e montanari ansiosi di libertà, di bottino e di vendetta. Qui inizia il racconto dettagliato di Franco Molfese, che ha potuto consultare archivi di Stato, biblioteche.

E’ un susseguirsi di nomi di comandanti briganti e di località, di continui scontri con gli eserciti regolari provenienti dal Nord e con la Guardia nazionale.

L’epicentro degli scontri è stata la Basilicata nei boschi del Volture e di Lagopesole, di Rionero, dove primeggiava Carmine Crocco con la sua nutrita banda ed il suo luogotenente Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco-Nanco.

Il Molfese, nell’appendice terza del suo libro, pubblica un elenco delle bande brigantesche attive fra il 1861 e il 1870 e ne individua ben 388 (trecentottantaotto), dalle piccole, composte di pochi individui (5-15), fino alle grandi, che raggiunsero e superarono talvolta i 100 uomini, con punte fino a 300-400.

Fra le grandi bande, Molfese cita quelle di Giovanni Piccioni, Giacomo Giorgi, Berardo Stramenga nell’Abruzzo Teramano ed Aquilano; di Pasquale Mancini e Salvatore Scenna, Domenico Valerio [Cannone] e Policarpo Romagnoli, Giovanni Di Sciascio, Domenico Saraceni (Pizzolungo) nell’Abruzzo Chietino; di Domenico Coja (Centrillo), Luigi Alonzi (Chiavone), Cedrone, Capoccia, Alessandro Pace, Francesco ed Evangelista Guerra, Domenico Fuoco, Luigi Andreozzi,

il generale Rafael Tristany nella Terra di Lavoro, Sorano e Stato Pontificio; di Nunzio di Paolo, Giuseppe Schiavone nel Molise, Sannio e Beneventano; di Cipriano e Giona La Gala, Agostino Sacchitiello nell’Irpinia e Salernitano; di Carmine Donatelli (Crocco), Giuseppe Nicola Summa (Ninco-Nanco), Giovanni Fortunato (Coppa), Paolo Serravalle, Pasquale Cavalcante, Donato Tortora, Angelo Antonio Masini, Giuseppe Caruso in Basilicata; Michele Caruso, Angelo Maria Villani (lo Zambro) in Capitanata; Sergente Romano in Terra di Bari e Terra d’Otranto; Mittica in Calabria; Vincenzo Barone in Provincia di Napoli.

Crocco al suo comando aveva formato una vera e propria costellazione di bande guidate da risoluti ed astuti capi contadini. Queste bande arrivarono a minacciare anche i grossi centri del Meridione come Caserta, Benevento, Potenza.

Scrive Molfese: «Le forze dell’esercito e le guardie nazionali sostennero il peso della lotta con non poca difficoltà. Il nemico agiva di sorpresa, mobilissimo, si ritirava fulmineamente dopo aver colpito, tendeva agguati continui, si batteva soltanto in condizioni favorevoli di tempo, di luogo e di forze. Le continue perlustrazioni non davano risultati apprezzabili; le piccole bande sfuggivano ad ogni rete: le bande più grosse, non appena strette davvicino, si frazionavano e si disperdevano. Gli scontri […] si riducevano in genere ad uno stillicidio di scaramucce con perdite esigue da ambedue le parti, ma che comportavano un grande logorio di forze fisiche […]». Meglio di così non si può descrivere la guerriglia ingaggiata dai briganti con i militari regolari.

Nel luglio del 1861 viene sostituito il generale Durando con Cialdini, che viene elevato a luogotenente del Mezzogiorno. Cialdini nella repressione della reazione borbonica-clericale questa volta si avvalse dei democratici e degli ex garibaldini. Inoltre si avvalse anche di una proficua utilizzazione operativa della guardia nazionale mobile con nuovi arruolamenti. «Per lottare efficacemente contro il brigantaggio, Cialdini comprese che bisognava battere il ‘partito’ borbonico non meno che combattere le bande. Egli tentò perciò di colpire a fondo la reazione clericale-borbonica mediante misure poliziesche, quali l’arresto e l’espulsione dal regno di personalità del clero, della nobiltà legittimista e dell’esercito borbonico, tra le quali l’arcivescovo di Napoli Riario Sforza, l’arcivescovo di Salerno e il vescovo di Teramo[…]». Queste misure gettano nel panico gli esponenti legittimisti che emigrano e portano a ben 71 sedi vescovili vacanti.

«Cialdini impresse alla repressione un carattere spietato – scrive Molfese – la lotta non conobbe più quartiere e particolarmente efferate furono le rappresaglie indiscriminate sulle popolazioni insorte».

Molfese continua a citare luoghi dove si combatte e soprattutto ricorda Pontelandolfo, dove è stata commessa una strage della popolazione ad opera dei bersaglieri. Il governo Ricasoli continua a nascondere o perlomeno di minimizzare i fatti del brigantaggio non solo nel Paese ma anche all’estero. Si pensi che il rapporto Massari, ma anche quello di La Marmora sono stati segretati, il popolo non ne era a conoscenza. Il dibattito diventa acceso su cosa fare con il Mezzogiorno, viene redatto un documento, una ‘circolare’ dal capo del governo, Massimo D’Azeglio risponde che se i “napoletani” sono contrari all’unità, «non credo che noi abbiamo il diritto di prenderli a fucilate». Mentre Ricasoli ribadisce che c’era stato il plebiscito e che la nazione non poteva concedere a nessuna parte del Paese il diritto di separarsi. Inoltre si nega qualsiasi carattere politico all’azione del brigantaggio, in quanto svolto da “volgari assassini”, che agiscono di propria iniziativa, senza guide legittimiste o di ufficiali borbonici. Del resto per i governanti di Torino, il brigantaggio infestava soltanto cinque delle quindici provincie meridionali.

Ricasoli negava al fenomeno brigantaggio qualsiasi carattere politico, ma nello stesso tempo sosteneva che il suo sviluppo nasceva dall’influenza della curia romana e del clero.

Intanto Molfese a causa delle rappresaglie ordinate da Cialdini sulle popolazioni, nota un cambiamento di strategia delle bande e della guerriglia. Non si puntò più a invadere i paesi, ma a colpire i grandi possidenti, le loro terre e il loro bestiame. Preferirono adottare agguati e affrontare piccoli drappelli isolati di soldati e di guardie nazionali.

Nell’estate del 1861 il governo borbonico in esilio, decise di dare una direzione militare e un forte indirizzo legittimista alla spontanea rivolta contadina. A questo proposito incaricarono il generale spagnolo Josè Borjes, di coordinare le varie bande per farle diventare un esercito. In un primo tempo riuscì ad imporre le sue idee ai capibande, a Crocco, riuscendo a riportare significative vittorie. Purtroppo Borjes non riaggiunge il suo scopo: far valere la sua strategia militare e ben presto ha dovuto ritirarsi e abbandonare Crocco e le sue bande. Sul confine con il territorio pontificio fu catturato l’8 dicembre 1861 e fucilato a Tagliacozzo.

Il terzo capitolo Molfese analizza la questione sociale del Mezzogiorno partendo dalle caratteristiche dei contadini, dei briganti e dei “galantuomini”, dei proprietari terrieri. Rinnovando le sue tesi classiste che hanno fatto esplodere il brigantaggio, riportando il parere dei vari Massari, Saffi, Fortunato. Tesi che convincono Molfese a scrivere che la “guerra popolare” sbandierata dalla propaganda legittimista e clericale, tuttalpiù poggiava su basi superstiziose, mai su quelle religiose. «Le masse contadine si erano poste in movimento per cause economiche e sociali, permanenti e contingenti, che mostrano tutta la vacuità delle parole d’ordine reazionarie e spiegano come queste potessero, al massimo, attizzare furiose ed effimere esplosioni di collera e di malcontento, ma non erano certamente atte ad organizzare nel Mezzogiorno d’Italia qualcosa di simile alla Vandea controrivoluzionaria o alle guerre antinapoleoniche del popolo spagnolo».

Del resto scrive Molfese gli stessi pubblicisti filo borbonici e clericali hanno grosse difficoltà a spiegare la totale assenza di capi legittimisti “napoletani” alla testa delle bande, oppure la riluttanza e l’ostilità dei vari Crocco, Schiavone nell’accettare la guida e i consigli di Borjes o di Tristany, nonostante questi erano stati incaricati dal governo in esilio a Roma di guidare la guerriglia anti-unitaria.

Anche se per la verità i briganti avevano bisogno sempre di una certa parvenza di prospettiva della restaurazione borbonica, i briganti guardavano con attenzione ai proclami del re Francesco II.

Nella seconda parte Molfese descrive la repressione dell’esercito sardo-piemontese che si avvale della Legge Pica. L’esercito è il protagonista assoluto, il libro descrive il carattere e l’arbitrarietà della repressione dello stato d’assedio dei vari generali nei confronti dei “cafoni” meridionali. E poi naturalmente le lunghe lotte in Parlamento a Torino, le inchieste, contro il silenzio sulla repressione dei territori meridionali. Intanto cambiano i governi, ma la linea è sempre la stessa, Destra e Sinistra, tutti d’accordo nel distruggere radicalmente il brigantaggio e mettere a ferro e fuoco il Sud. Appare impressionante il numero di quasi 120.000 soldati impegnati dal governo liberale sardo- piemontese nell’opera di repressione, ma questo testimonia come il brigantaggio in quegli anni sia stato un fenomeno di massa, che andava ben al di là dei briganti alla macchia.

Il costo umano di questa lunga guerra civile, combattuta al Sud, è troppo alto con la Legge Pica, tutto è permesso all’esercito regio-unitario, a pagina 288 Molfese pubblica delle tabelle sui denunciati, sui condannati, sui deceduti in carcere, sugli assolti. Riguardanti il periodo 1863-1865. Un quadro impressionante dove si rileva che i colpiti sono soprattutto i contadini ma anche tutte le altre classi sociali. Si intendeva spargere un “salutare terrore” tra i briganti ed i loro sostenitori. Quanti furono gli arrestati? E’ praticamente impossibile stabilirlo. Le fonti governative forniscono dati ridicolmente esigui. Certamente il loro numero era più alto. In un anno nella sola Sicilia ci furono quattromila arresti.

Quanti furono i cosiddetti briganti fucilati o uccisi? Il numero preciso non lo si saprà mai, ma furono tantissimi. Molfese, dal secondo bimestre del 1861 e tutto il 1865, ne documenta 5.212. Ma vi è chi ha scritto che i guerriglieri caduti in combattimento in quel decennio furono 155.620 e i fucilati o morti in carcere 120.327. Un massacro. L’olocausto del Sud.
La Storia del Brigantaggio del Molfese è un libro che richiede grande fatica nella lettura; ma chi vuol capire cosa veramente è accaduto in Italia nel decennio 1860-1870, non può fare a meno di leggerlo.

Sono interessanti le riflessioni conclusive di Molfese sulla guerra contro il Sud. Si chiede se era possibile evitare l’immane sperpero di vite umane e di ricchezze, provocati dal brigantaggio contadino e dalla repressione statale. Se esisteva nel Sud la possibilità di una diversa soluzione dei rapporti tra classe borghese-liberale e masse contadine. Consapevole comunque che una risposta a tali domande appare sul terreno storiografico sempre azzardata, perché la storia non si scrive con i “se” del senno di poi.

La risposta del Molfese è che il grande dramma del brigantaggio avrebbe potuto essere, se non evitato, certamente di molto ridotto nel tempo e nell’intensità da una differente politica dei governi unitari succedutesi nel decennio 1860-1870, guidati da Cavour, Ricasoli, Rattazzi, Farini, Minghetti, La Marmora, Menabrea, Lanza.

Evitare completamente il brigantaggio era impossibile, dal momento che esso era stato partorito spontaneamente dalla generale crisi meridionale ad opera di fattori economico-sociali, strutturali e contingenti.

Concludo il mio studio con una riflessione di Francesco Pappalardo, esponente di Alleanza Cattolica, nonché studioso del brigantaggio.

«Permane tra gli storici un filone «unitario» che considera ancora i briganti alla stregua di delinquenti. E un filone marxista duro a morire che ripresenta il brigante come il cafone che prende le armi perché oppresso socialmente. Eppure anche uno storico come Giuseppe Galasso, che non è certamente filo-borbonico, insiste molto sulla componente dinastica: se nel 1799 ci fu una controrivoluzione per difendere la religione, dal 1860 ce ne fu una per difendere il regno. Certo libri come Terroni di Pino Aprile non aiutano svolgere a un ragionamento articolato: si semplifica e si banalizza troppo etichettando il Nord come predone del Sud. Non è che i piemontesi fossero cattivi. C’è stato un ceto dirigente che ha imposto uno Stato unitario anti-cattolico, non rispettoso delle altre entità statali della penisola, diverse per storia, costumi e cultura. La questione meridionale nacque allora, così pure quella cattolica e quella federale. È un processo storico che merita di essere riconsiderato. Ci sono anche lodevoli iniziative culturali, per esempio a Gaeta e in Basilicata. Ma attenzione a fare del folklore».

Quinto de Stampi MI, 11 Ottobre 2019

Festa di S. Giovanni XXXIII                                             Domenico Bonvegna

                                                                                              domenico_bonvegna@libero.it

Precedente VANDEA: LA RIVOLUZIONE DEL SACRO CUORE. Successivo COME POSSIAMO SALVARE IL CETO MEDIO IN ITALIA.

Lascia un commento